Per anni abbiamo interpretato la competizione internazionale attraverso una lente prevalentemente economica. Abbiamo misurato la forza degli Stati attraverso il PIL, i livelli di esportazione, la capacità industriale, la disponibilità di materie prime, il costo del lavoro o la velocità di innovazione. Abbiamo osservato gli Stati Uniti come la più grande potenza economica, tecnologica e militare del pianeta e la Cina come il nuovo gigante industriale capace di mettere in discussione gli equilibri costruiti negli ultimi trent’anni.
Ma oggi questa chiave interpretativa non basta più.
Quello che stiamo vivendo non è soltanto uno scontro tra modelli economici. È uno scontro tra ordinamenti. È una competizione tra architetture giuridiche, sistemi di potere, concezioni dello Stato e della società che fino a pochi anni fa sembravano poter convivere all’interno di una globalizzazione governata dal commercio e che oggi si trovano invece a confrontarsi in un contesto in cui la sicurezza è tornata a essere la categoria dominante.
Ho sempre sostenuto che il paragone tra Europa, Stati Uniti e Cina sia spesso impostato in modo errato quando si tratta di competizione globale sull’intelligenza artificiale.
Gli Stati Uniti rappresentano una potenza economica, militare e tecnologica senza precedenti nella storia contemporanea. La Cina rappresenta invece una forma di organizzazione politica profondamente diversa, nella quale il potere statale permea l’economia attraverso una catena decisionale estremamente corta e una capacità di coordinamento centralizzato che nessuna democrazia occidentale possiede.
L’Europa è altro.
L’Europa è un ordinamento complesso fondato su principi democratici che non costituiscono soltanto valori astratti ma rappresentano la struttura stessa del suo funzionamento. Quando osserviamo la maggiore velocità cinese o la maggiore capacità americana di proiettare potenza, spesso dimentichiamo che l’Europa è costruita sopra presupposti diversi. Questa differenza non è un dettaglio. È il cuore del problema.
Sommario
I tre principi che definiscono l’Europa: eguaglianza, terzietà, riconoscimento
Esistono tre principi fondamentali che caratterizzano la costruzione europea. Il primo è l’uguaglianza. Il secondo è la terzietà. Il terzo è il riconoscimento dell’altro (nel medio del terzo altro). Questi tre elementi costituiscono la vera infrastruttura politica e giuridica del continente europeo.
Quando parlo di uguaglianza non mi riferisco semplicemente all’uguaglianza formale davanti alla legge. Mi riferisco all’idea che nessun soggetto possa essere considerato ontologicamente superiore a un altro. Cittadini, imprese, associazioni, Stati membri, istituzioni pubbliche: tutti operano all’interno di un sistema che tende a limitare la concentrazione arbitraria del potere.
Quando parlo di terzietà mi riferisco invece all’esistenza di soggetti chiamati a giudicare che non coincidono con chi esercita il potere politico. La distinzione tra potere e giudizio rappresenta uno degli elementi più rivoluzionari della civiltà giuridica europea.
Infine esiste il principio del riconoscimento. L’altro esiste. L’altro possiede una dignità giuridica. L’altro possiede diritti. L’altro può avanzare pretese legittime. Si dovrebbe scrivere Altro con la A maiuscola, perchè è soggetto di diritti. Però questo merita un approfondimento a parte.Questo principio appare scontato agli europei ma è probabilmente una delle conquiste più rare nella storia dell’umanità.
L’intera architettura europea nasce dall’interazione di questi tre elementi. Se ne viene meno uno solo di questi principi, l’intero edificio comincia a vacillare.
Perché l’Europa appare più lenta su IA
Molti osservatori interpretano la lentezza europea come una forma di debolezza, dunque incapace di colmare il divario accumulato sull’intelligenza artificiale. In parte è vero. Ma non nel senso comunemente inteso.
L’Europa è più lenta perché incorpora nel processo decisionale una quantità di garanzie che altri sistemi non possiedono. Ogni decisione richiede verifiche. Ogni procedura richiede controlli. Ogni atto richiede bilanciamenti. Ogni potere incontra limiti. Ogni interesse incontra diritti concorrenti.
Questo produce inevitabilmente una riduzione della velocità.
La Cina può decidere rapidamente perché concentra il potere autocratico.
Gli Stati Uniti possono decidere rapidamente quando la sicurezza nazionale viene considerata prioritaria e la loro è una democrazia imperiale in questa delicata fase della nuova amministrazione.
L’Europa deve continuamente negoziare. Deve mediare. Deve integrare interessi diversi. Deve costruire consenso. La sua apparente inefficienza è spesso il prezzo della sua architettura democratica. Questo produce montagne di carta, regolamenti, direttive, linee guida.
Per decenni abbiamo considerato questo costo accettabile perché il sistema internazionale era relativamente stabile. Oggi quel presupposto sta venendo meno.
Il grande equivoco della globalizzazione
La globalizzazione è stata interpretata come un processo irreversibile. Molti hanno immaginato che l’integrazione economica avrebbe progressivamente ridotto l’importanza della politica. Che il commercio avrebbe sostituito il conflitto, o che l’interdipendenza avrebbe neutralizzato la competizione strategica.
L’integrazione economica non ha eliminato le differenze tra gli ordinamenti. Le ha soltanto rese meno visibili. Per trent’anni abbiamo assistito a una straordinaria espansione del commercio internazionale. Le imprese hanno delocalizzato e le filiere si sono distribuite in tutto il pianeta. Le tecnologie hanno attraversato confini e i capitali hanno circolato liberamente.
Ma sotto questa superficie continuavano a esistere sistemi giuridici profondamente diversi. Continuavano a esistere differenti concezioni del rapporto tra individuo e Stato. Continuavano a esistere differenti concezioni del potere e differenti concezioni della libertà.
La crescita economica ha temporaneamente nascosto queste differenze ma non le ha eliminate.
Quando gli accordi diventano patti
Uno degli effetti più significativi della crisi dell’ordine globale riguarda la trasformazione della natura stessa degli accordi. Gli accordi funzionano quando esiste un quadro normativo condiviso e quando tutti riconoscono la legittimità delle regole. Funzionano quando esiste un giudice che non è un mero arbitro accettato. Funzionano quando il rispetto delle norme è considerato un valore.
Quando queste condizioni vengono meno, se gli accordi si trasformano in patti. La differenza è enorme.
L’accordo vive nella dimensione del diritto. Il patto vive nella dimensione della forza.
L’accordo produce stabilità. Il patto produce convenienza temporanea.
L’accordo genera fiducia. Il patto genera deterrenza.
Quando prevale il patto, prevale inevitabilmente il soggetto più forte. La capacità negoziale sostituisce il principio di uguaglianza. La forza sostituisce la regola. La pressione sostituisce la norma.
Dal giudice all’arbitro
Questa trasformazione produce conseguenze profonde. Nelle democrazie liberali il giudice esiste perché è indipendente. La sua funzione consiste nel limitare il potere con la Terzietà.
Il giudice non dipende dalla volontà delle parti. Non può essere rimosso perché una decisione non piace. Non deve ottenere il consenso di chi giudica. La sua legittimità deriva dall’ordinamento.
Quando prevale invece la logica del patto, il giudice tende a trasformarsi in arbitro. E l’arbitro, per definizione, esiste finché le parti lo accettano. Può essere sostituito, aggirato, delegittimato. Può essere ignorato.
La differenza è enorme.
Perché nel passaggio dal giudice all’arbitro cambia la natura stessa della tutela dei diritti. Il cittadino perde protezione. Le istituzioni diventano più fragili. La prevedibilità diminuisce. La fiducia si riduce.
Il problema degli ordinamenti incompatibili
La questione centrale di cui nessuno parla, riguarda l’incompatibilità crescente tra ordinamenti.
Per molti anni abbiamo ritenuto possibile separare economia e diritto, abbiamo immaginato che fosse sufficiente costruire mercati comuni. Abbiamo creduto che gli interessi economici avrebbero progressivamente allineato anche i sistemi politici. Oggi scopriamo che non è così.
Uno Stato che non riconosce il tuo ordinamento non riconosce necessariamente nemmeno le tue autorità. Non riconosce i tuoi controlli, le tue procedure, i tuoi principi. Questo genera inevitabilmente tensioni a cui stiamo assistendo.
Perché le relazioni economiche avanzate richiedono fiducia istituzionale. Richiedono reciprocità, trasparenza e prevedibilità. Quando questi elementi vengono meno, emerge in modo schiacciante la dimensione geopolitica dell’intelligenza artificiale come tecnologia dual use, per usi civili e militari.
Dalla dipendenza economica alla vulnerabilità strategica: efficienza e dipendenza
Per anni abbiamo chiamato efficienza ciò che oggi chiamiamo dipendenza. Abbiamo concentrato produzioni critiche in poche aree del mondo e costruito filiere globali estremamente fragili. Abbiamo delegato capacità industriali strategiche, trasferito conoscenze, esternalizzato competenze.
Il risultato è che molte economie occidentali hanno scoperto improvvisamente la propria vulnerabilità, specialmente con l’evento pandemico. Una vulnerabilità che non riguarda soltanto beni materiali. Riguarda dati principalmente, il software, le infrastrutture digitali, i semiconduttori, le telecomunicazioni satellitari. Ovviamente questo coinvolge tutti i settori a monte e a valle, dall’energia alla logistica.
In molti casi il controllo di questi sistemi può essere acceso o spento. On oppure Off. Non esistono gradazioni. Questa realtà modifica profondamente il significato stesso della sovranità.
La rivoluzione della tecnologia dual use
Il punto di svolta è rappresentato dalle tecnologie dual use.
Storicamente esisteva una distinzione relativamente chiara tra ambito civile e ambito militare. Le industrie commerciali operavano in un contesto separato rispetto alle strutture della difesa. Questa distinzione oggi sta scomparendo.
I semiconduttori servono per gli smartphone e per i sistemi missilistici. L’intelligenza artificiale serve per la produttività aziendale e per l’analisi militare. Le reti di telecomunicazione servono per i servizi civili e per il comando strategico. I satelliti servono per la navigazione e per le operazioni militari. I dati servono per il marketing e per l’intelligence.
Ogni avanzamento tecnologico possiede ormai una dimensione strategica. Questo significa che la sicurezza diventa inevitabilmente prioritaria rispetto al commercio.
Non perché qualcuno lo desideri. Ma perché la natura stessa della tecnologia lo impone.
Il ritorno della gerarchia delle priorità: sicurezza, capacità tecnologica e industriale
Per decenni abbiamo vissuto in una fase storica nella quale l’economia sembrava dominare tutto.
Oggi stiamo assistendo al ritorno di una gerarchia diversa. Alla base troviamo la sicurezza. Successivamente troviamo la capacità tecnologica. Poi la capacità industriale. Infine il commercio.
Non significa che il commercio perda importanza. Significa che non può più essere considerato autonomo. La sicurezza determina l’accesso alle tecnologie. Le tecnologie determinano la capacità industriale. La capacità industriale determina la competitività commerciale. L’ordine delle priorità si è invertito e questa inversione sta trasformando la politica internazionale.
La sfida europea
L’Europa si trova davanti a una sfida senza precedenti. Da un lato deve preservare i tre principi che costituiscono la propria identità e dall’altro deve operare in un ambiente internazionale sempre più competitivo. Ma non può nemmeno ignorare il ritorno della potenza.
La questione centrale non consiste quindi nell’imitare la Cina, cosa peraltro impossibile, e non consiste nel copiare gli Stati Uniti. Consiste nel comprendere come difendere un modello democratico all’interno di una fase storica caratterizzata dal ritorno della competizione strategica.
Perché il nodo decisivo del nostro tempo riguarda la capacità di far convivere libertà, sicurezza, innovazione e sovranità all’interno di ordinamenti che restino democratici. Tutto il resto, dai dazi alle filiere, dalle piattaforme digitali all’intelligenza artificiale, dalle catene del valore ai mercati finanziari, rappresenta soltanto la manifestazione visibile di questa trasformazione più profonda.
Ecco perché il dibattito industriale su intelligenza artificiale non può essere separato dal dibattito istituzionale. Ecco perché la competizione tecnologica è diventata una questione geopolitica. Ed ecco perché il futuro dell’Europa si giocherà prima di tutto sulla capacità di comprendere che la sicurezza non è più un capitolo separato dell’economia, ma la condizione stessa che rende possibile l’economia.
Questa, oggi, è la verità che dobbiamo avere il coraggio di guardare.
Sul principio di Uguaglianza
Si è detto sopra che il nostro ordinamento è basato sul principio di Uguaglianza, Terzietà e Riconoscimento. Noto con piacere che qualcuno ha posto l’accento sul principio di Uguaglianza come ispiratore delle politiche pubbliche. E’ un bel punto di partenza.
The Core Value of Public Policy Should be Equality di Mark Glick, Gabriel A. Lozada & Darren Bush è una bella lettura. La distribuzione del reddito non è un fenomeno naturale regolato da leggi fisiche, ma il risultato di una specifica “costruzione legale dei mercati”. Il declino dell’uguaglianza nel mondo anglosassone può essere tracciato fino alla rivoluzione intellettuale di Robert Bork e al suo “Paradosso dell’Antitrust”, che ha sostituito gli obiettivi egualitari con il riduzionistico “standard del benessere del consumatore”, epurando la disciplina dalle sue radici sociali. Questa deriva istituzionale ha dimostrato come la professione economica possa minare attivamente il contratto sociale attraverso l’adozione di modelli che ignorano deliberatamente la distribuzione della ricchezza. Per invertire questa tendenza, è necessario riaffermare la plasticità delle istituzioni e recuperare modelli di successo, come il New Deal o il sistema scandinavo, che hanno coniugato dinamismo economico e coesione sociale.
La necessità strumentale di garantire l’uguaglianza dei risultati per ottenere l’uguaglianza delle opportunità è sintetizzata dalla “Curva del Grande Gatsby”, sviluppata da Durlauf e Seshadri, che mostra come l’alta disparità di reddito soffochi la mobilità sociale. I meccanismi causali sono molteplici e includono lo stress psichico della povertà e i vincoli di credito che impediscono ai talenti meno abbienti di emergere. In assenza di una base materiale equa, l’uguaglianza delle opportunità rimane un simulacro retorico.
Rimettere l’uguaglianza al centro della bussola morale della politica pubblica non è solo un atto di giustizia riparativa, ma una necessità strategica per garantire la sopravvivenza del contratto sociale.
Solo attraverso istituzioni che promuovano deliberatamente l’egualitarismo sarà possibile garantire una prosperità sostenibile e condivisa, in cui il benessere collettivo non sia più il sottoprodotto accidentale della crescita, ma il suo obiettivo primario.

