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Il manifesto di Palantir scopre la cattura del regolatore

Il libro non l’ha letto lo stesso numero di persone che ha letto il post di Palantir su X. E da lì la reazione a catena. Un terremoto ideologico non ha scosso solo la Silicon Valley. Palantir Technologies ha pubblicato su X il “Manifesto politico di Palantir”, una sintesi estrema del saggio The Technological Republic firmato dal CEO Alex Karp e Nicholas Zamiska. Il documento, diventato virale in poche ore, segna una rottura definitiva con la cultura del “Big Tech” tradizionale, accusata di aver accumulato un “pesante debito morale” verso l’Occidente. Almeno cosi si sostiene pure da parte di chi non sa nulla di Palantir e di Thiel.

Il manifesto di Palantir del 18 aprile 2026, con i suoi 22 punti sintetici estratti dal libro di Alex Karp, ha funzionato da catalizzatore. Ha reso visibile, in forma esplicita e virale, una dinamica che va ben oltre l’azienda di sorveglianza e analisi dati. Palantir non è un’eccezione isolata, ma un sintomo di un potere politico di Big Tech che è già effettivo, strutturale e quotidiano. Non si tratta più di influenza indiretta o lobbying tradizionale: le grandi piattaforme tecnologiche esercitano un’autorità reale su flussi informativi, infrastrutture critiche, decisioni militari, processi elettorali e persino sulla capacità degli Stati di funzionare.

Il caso più eclatante è Elon Musk. Attraverso DOGE (Department of Government Efficiency), Musk ha ottenuto un ruolo di fatto nella riforma della macchina statale americana, con il potere di tagliare agenzie, posti di lavoro e programmi senza passare per i canali istituzionali classici. SpaceX controlla lanci spaziali essenziali per NASA e Pentagono; Starlink decide dove e quando fornire connettività in zone di conflitto (come dimostrato in Ucraina). Musk ha speso centinaia di milioni per campagne elettorali, influenza nomine chiave e condiziona politiche su AI, energia e regolamentazione. Il suo peso è tale che tensioni pubbliche con Trump hanno fatto tremare interi settori governativi. Peter Thiel, co-fondatore di Palantir, incarna la continuità: ha finanziato JD Vance, oggi vicepresidente, e promuove da anni visioni che mettono in discussione la compatibilità tra democrazia e libertà tecnologica.

Palantir stessa fornisce strumenti di intelligenza artificiale a forze armate, agenzie di immigrazione e intelligence, rendendo l’azienda parte integrante dell’apparato di sicurezza nazionale. I suoi sistemi non sono semplici software: modellano ontologie decisionali che influenzano targeting, sorveglianza e allocazione di risorse. Ma il fenomeno è sistemico. Tutte le Bigtech hanno un dominio assoluto del potere finanziario, economico, tecnologico, militare e politico. Già oggi.

Meta, Google, Amazon, Microsoft e i nuovi attori AI (OpenAI, Anthropic, xAI) spendono decine di milioni all’anno in lobbying e creano super PAC per finanziare candidati “AI-friendly” alle midterm 2026. Controllano l’infrastruttura su cui si regge la comunicazione pubblica, il commercio, i servizi essenziali e la produzione di intelligenza artificiale. Hanno dimostrato di poter sospendere account, modulare visibilità di contenuti, influenzare narrazioni elettorali e persino negoziare con governi sovrani (come nei casi Brasile o Ucraina). Le decisioni di moderazione o di accesso a dati non sono più solo commerciali: diventano atti politici con conseguenze geopolitiche.

L’infrastructural capture è il meccanismo chiave. Gli Stati, soprattutto occidentali, dipendono sempre più da infrastrutture private per cloud computing, satelliti, reti di dati, algoritmi predittivi e capacità di calcolo. Questa dipendenza crea un circolo vizioso: i governi finanziano e legittimano Big Tech attraverso contratti miliardari (difesa, sorveglianza, migrazione), mentre le aziende acquistano influenza su politiche che le riguardano direttamente. Il risultato è un trasferimento di sovranità silenzioso: non più solo “regolati dallo Stato”, ma co-autori delle regole del gioco. La cattura del regolatore si ha nel momento in cui dipende dai denari di chi lo finanzia, dalle scelte tecnologiche di chi domina le infrastrutture digitali ed i servizi cloud e AI, tutte tecnologie dual use.

Andare oltre Palantir significa riconoscere che il “tecnomonarca” non è una figura futura o ipotetica. È già al tavolo delle decisioni. Il manifesto di Palantir ha solo reso esplicito ciò che era implicito: la Silicon Valley non si limita a fornire strumenti. Pretende un ruolo dottrinale e operativo nella definizione di cosa significhi “hard power” nel XXI secolo, nella critica al “pluralismo vuoto” e nella costruzione di un ordine in cui la competenza tecnica legittima il potere verticale. Che lo si legga come realismo geopolitico o come deriva autoritaria elitaria, il dato di fatto resta: Big Tech non chiede più permesso. Esercita potere perché possiede ciò che gli Stati non possono più fare a meno – dati, calcolo, connettività, intelligenza artificiale.Le conseguenze sono profonde. La democrazia rappresentativa rischia di diventare un guscio vuoto quando decisioni strategiche (su guerra, migrazione, informazione, economia) dipendono da entità private non elette e opache nei loro algoritmi. Il rischio non è solo di “technofascismo” retorico, ma di una tecnocrazia de facto in cui pochi CEO-kings dettano i termini della sopravvivenza collettiva.

Frankenstein non è più nel laboratorio: è integrato nell’apparato statale, finanziato con denaro pubblico e protetto da dipendenza strutturale. Fermarsi a indignarsi per il manifesto di Palantir significa perdere di vista il quadro più ampio. Il potere politico di Big Tech è già effettivo. La domanda non è più se sia possibile “salvarlo” o contrastarlo in astratto, ma come le società democratiche possano riconquistare sovranità su infrastrutture decisive senza cadere in autoritarismi alternativi o in un declino tecnologico fatale. Il contenitore X ha reso visibile il messaggio; la realtà quotidiana lo rende operativo. Ignorarlo non lo rende meno reale.

Dario Denni: “Dipende dal contenitore: lo stesso contenuto che diventa un best seller se scritto in un libro, riversato su twitter diventa manifesto politico. Ma stiamo dando troppa importanza a certi miliardari indirizzati ad un edonismo narcisistico piuttosto che ad un potere politico che già hanno. I tecnomonarchi, quindi Palatir, Thiel stesso non ha una tensione fascista, ma monarchica, da Papa più che da santone. Prova ne sia che i loro prodigi, i figli del loro intelletto, sono adorati, venerati dalle masse informi”.

Il Potere del Contenitore: Da Saggio a Proclama (è piu’ semplice da leggere un tweet del libro intero)

Un aspetto centrale della vicenda riguarda la dinamica tra contenuto e contenitore. Nel libro di Karp, queste tesi appaiono sfumate, contestualizzate in un’argomentazione di trecento pagine. Trasportate su X, le stesse idee sono diventate un proclama tagliente. La sintesi forzata ha agito come un’arma retorica, eliminando le mediazioni e scatenando una polarizzazione immediata tra chi vede in Palantir il salvatore dell’Occidente e chi vi scorge i tratti di un inquietante technofascismo. Allora possiamo dire che come accadeva a Rousseau, pochi avranno letto il libro e ancora meno saranno arrivati alla fine. Però il tweet di Palantir è facile, veloce, riassuntivo come una AI. Per questo è diventato virale rispetto al Best Seller. Il contenitore fa la differenza come la bottiglia d’acqua al supermercato e la bottiglia d’acqua in camera d’albergo. Il costo è differente ma lo paghiamo sempre noi, in termini di attenzione e di libertà compressa.

La Nascita del manifesto e le implicazioni democratiche di una tecnologia dual use

L’analisi critica del manifesto rivela una mutazione antropologica del potere. Non siamo di fronte al fascismo classico: manca il culto della personalità volto a infiammare le folle o il partito unico di massa. Emerge invece una figura nuova, quella del “Tecnomonarca” spiegato bene nel libro di Alessandro Mulieri (trovate link alla fine dell’articolo con la recensione). Questi leader tecnologici non cercano il consenso attraverso la retorica populista, ma dettano una dottrina basata sulla competenza tecnica superiore.

Essi guidano un clero secolare di ingegneri e producono “figli dell’intelletto”, modelli predittivi, ontologie proprietarie e sistemi di sorveglianza, che le masse adorano o temono senza comprenderne il funzionamento. Il potere, in questa prospettiva, non è più orizzontale o democratico, ma pontificio e verticale. La legittimazione non deriva dal voto, ma dall’efficacia del codice nel gestire la realtà e la morte. Sarebbe ancora meglio fare un parallelismo tra visioni letterarie dello stesso fenomeno perché almeno dietro c’è un livello di comprensione più alta. Spesso ai giornalisti sfugge l’analisi complessa di questa vicenda.

Il manifesto di Palantir segna il tentativo di ribaltare quella che viene definita la “tirannia delle app”. Dopo decenni in cui la tecnologia ha agito come forza centrifuga, atomizzando la società in identità digitali fragili e dipendenti dalla dopamina, Palantir propone di riconsolidare il potere attorno a strutture difensive durature. Tuttavia, il sospetto che rimane è che questa “Repubblica Tecnologica” non sia un ritorno alla democrazia tradizionale, ma la costruzione di un sistema di potere ancora più opaco. Se il software diventa la legge, chi scrive il codice assume il ruolo di sovrano. In questo senso, Frankenstein non è un errore da correggere: è il progetto stesso giunto a maturazione. L’élite ingegneristica non chiede più il permesso; si presenta con l’autorità di chi detiene il monopolio della competenza in un mondo sull’orlo del conflitto globale. Le tecnologie sono sempre dual use, solo che nel caso dell’AI spesso siamo concentrati su rischi privati, fenomeni sociali, libertà democratiche. Oggi il primo caso d’uso è la conflittualità, gli armamenti, la difesa: un cliente sempre altospendente e sicuro alimenta la rincorsa al potere.

Ma torniamo al manifesto, per decenni l’industria tecnologica si è concentrata su prodotti “leggeri e consumistici”, social media, gaming e algoritmi di intrattenimento, ignorando la difesa della civiltà che ne ha permesso la nascita. “La sopravvivenza delle società libere richiede oggi un impegno nell’hard power tecnologico“, si legge nel testo: il software e l’intelligenza artificiale non sono più svago, ma il campo di battaglia decisivo del XXI secolo. Il documento non si limita alla tecnologia, ma affronta nodi geopolitici e culturali sensibili. Palantir invoca un riarmo tecnologico per nazioni come Germania e Giappone e mette in discussione un “pluralismo vuoto” in favore di una cultura nazionale definita e di un senso di servizio collettivo. Il tono è di estrema urgenza: di fronte ad avversari globali senza scrupoli etici, l’Occidente deve ritrovare la volontà di difendersi attraverso la superiorità tecnica.

La critica: dai “tecnomonarchi” alla tirannia delle app

Il passaggio del messaggio dal libro al formato sintetico di X ha polarizzato il dibattito, sollevando accuse di “technofascismo”. Analisti critici osservano tuttavia che la postura dei leader come Karp non ricalca i fascismi storici (mancano mobilitazione di massa e partito unico), quanto piuttosto una forma di “monarchia pontificia”. Un’autorità dottrinale basata sulla competenza tecnica che guida un “clero” di ingegneri, i cui modelli predittivi e sistemi di sorveglianza vengono subiti dalle masse senza reale comprensione.

Il manifesto segna anche la fine della cosiddetta “tirannia delle app”, l’era in cui il talento della Silicon Valley è stato sprecato per anestetizzare le generazioni con la gratificazione istantanea. Palantir sposta l’asse: l’intelligenza artificiale applicata al settore militare è inevitabile. La scommessa è esplicita: l’AI deve diventare l’arma decisiva dell’Occidente, capace di colpire preventivamente e gestire dati in tempo reale. In questa visione, l’élite ingegneristica assume il ruolo di nuova autorità sovrana. Come sottolineato da diversi osservatori, il “mostro tecnologico” non è più un esperimento da laboratorio, ma un sistema di potere verticale e opaco che rivendica il monopolio della decisione geopolitica.

Post di Palantir su X

Link al post:

Because we get asked a lot. The Technological Republic, in brief. 1. Silicon Valley owes a moral debt to the country that made its rise possible. The engineering elite of Silicon Valley has an affirmative obligation to participate in the defense of the nation. 2. We must rebel against the tyranny of the apps. Is the iPhone our greatest creative if not crowning achievement as a civilization? The object has changed our lives, but it may also now be limiting and constraining our sense of the possible. 3. Free email is not enough. The decadence of a culture or civilization, and indeed its ruling class, will be forgiven only if that culture is capable of delivering economic growth and security for the public. 4. The limits of soft power, of soaring rhetoric alone, have been exposed. The ability of free and democratic societies to prevail requires something more than moral appeal. It requires hard power, and hard power in this century will be built on software. 5. The question is not whether A.I. weapons will be built; it is who will build them and for what purpose. Our adversaries will not pause to indulge in theatrical debates about the merits of developing technologies with critical military and national security applications. They will proceed. 6. National service should be a universal duty. We should, as a society, seriously consider moving away from an all-volunteer force and only fight the next war if everyone shares in the risk and the cost. 7. If a U.S. Marine asks for a better rifle, we should build it; and the same goes for software. We should as a country be capable of continuing a debate about the appropriateness of military action abroad while remaining unflinching in our commitment to those we have asked to step into harm’s way. 8. Public servants need not be our priests. Any business that compensated its employees in the way that the federal government compensates public servants would struggle to survive. 9. We should show far more grace towards those who have subjected themselves to public life. The eradication of any space for forgiveness—a jettisoning of any tolerance for the complexities and contradictions of the human psyche—may leave us with a cast of characters at the helm we will grow to regret. 10. The psychologization of modern politics is leading us astray. Those who look to the political arena to nourish their soul and sense of self, who rely too heavily on their internal life finding expression in people they may never meet, will be left disappointed. 11. Our society has grown too eager to hasten, and is often gleeful at, the demise of its enemies. The vanquishing of an opponent is a moment to pause, not rejoice. 12. The atomic age is ending. One age of deterrence, the atomic age, is ending, and a new era of deterrence built on A.I. is set to begin. 13. No other country in the history of the world has advanced progressive values more than this one. The United States is far from perfect. But it is easy to forget how much more opportunity exists in this country for those who are not hereditary elites than in any other nation on the planet. 14. American power has made possible an extraordinarily long peace. Too many have forgotten or perhaps take for granted that nearly a century of some version of peace has prevailed in the world without a great power military conflict. At least three generations — billions of people and their children and now grandchildren — have never known a world war. 15. The postwar neutering of Germany and Japan must be undone. The defanging of Germany was an overcorrection for which Europe is now paying a heavy price. A similar and highly theatrical commitment to Japanese pacifism will, if maintained, also threaten to shift the balance of power in Asia. 16. We should applaud those who attempt to build where the market has failed to act. The culture almost snickers at Musk’s interest in grand narrative, as if billionaires ought to simply stay in their lane of enriching themselves . . . . Any curiosity or genuine interest in the value of what he has created is essentially dismissed, or perhaps lurks from beneath a thinly veiled scorn. 17. Silicon Valley must play a role in addressing violent crime. Many politicians across the United States have essentially shrugged when it comes to violent crime, abandoning any serious efforts to address the problem or take on any risk with their constituencies or donors in coming up with solutions and experiments in what should be a desperate bid to save lives. 18. The ruthless exposure of the private lives of public figures drives far too much talent away from government service. The public arena—and the shallow and petty assaults against those who dare to do something other than enrich themselves—has become so unforgiving that the republic is left with a significant roster of ineffectual, empty vessels whose ambition one would forgive if there were any genuine belief structure lurking within. 19. The caution in public life that we unwittingly encourage is corrosive. Those who say nothing wrong often say nothing much at all. 20. The pervasive intolerance of religious belief in certain circles must be resisted. The elite’s intolerance of religious belief is perhaps one of the most telling signs that its political project constitutes a less open intellectual movement than many within it would claim. 21. Some cultures have produced vital advances; others remain dysfunctional and regressive. All cultures are now equal. Criticism and value judgments are forbidden. Yet this new dogma glosses over the fact that certain cultures and indeed subcultures . . . have produced wonders. Others have proven middling, and worse, regressive and harmful. 22. We must resist the shallow temptation of a vacant and hollow pluralism. We, in America and more broadly the West, have for the past half century resisted defining national cultures in the name of inclusivity. But inclusion into what? Excerpts from the #1 New York Times Bestseller The Technological Republic: Hard Power, Soft Belief, and the Future of the West, by Alexander C. Karp & Nicholas W. Zamiska

Approfondimenti

  1. Recensione del libro: Tecnomonarchi di Alessandro Mulieri
    https://www.dariodenni.it/recensione-del-libro-tecnomonarchi-di-alessandro-mulieri/
    (Analisi approfondita del concetto di tecnomonarchi, delle figure come Musk e Thiel, e dell’attacco ideologico alla democrazia tradizionale.)
  2. Tecnologia e potere: l’eresia di Peter Thiel secondo Padre Paolo Benanti
    https://www.dariodenni.it/tecnologia-e-potere-leresia-di-peter-thiel-secondo-padre-paolo-benanti/
    (Focus su Peter Thiel, la visione “neo-medievale”, Palantir come strumento di potere onnisciente e il legame con la CIA.)
  3. La nuova antitrust dopo la relazione di Roberto Rustichelli al Parlamento
    https://www.dariodenni.it/la-nuova-antitrust-dopo-la-relazione-di-roberto-rustichelli-al-parlamento/
    (Discute il ruolo dei “tecnomonarchi”, la concentrazione di potere nelle Big Tech e la necessità di contrastare il dominio privato su mercati e infrastrutture.)
  4. L’Italia tech vale oltre 55 miliardi di dollari. Ma l’IA rischia di amplificarne i limiti più profondi
    https://www.dariodenni.it/litalia-tech-vale-oltre-55-miliardi-di-dollari-ma-lia-rischia-di-amplificarne-i-limiti-piu-profondi/
    (Riflessione sui tecnomonarchi di Big Tech, sull’espansione dell’IA e sui rischi di dipendenza e limiti strutturali europei.)
  5. UE/ Tecnologia: Sindacati e funzionari chiedono addio a “Big Tech” USA
    https://www.dariodenni.it/ue-tecnologia-sindacati-e-funzionari-chiedono-addio-a-big-tech-usa/
    (Analisi della dipendenza europea dalle infrastrutture e tecnologie delle Big Tech americane, con appelli per riconquistare sovranità digitale.)