ROMA, 20 aprile 2026 – L’antitrust italiano ed europeo deve evolversi da strumento di pura efficienza a presidio di sicurezza economica, sovranità, indipendenza, equità e bene comune, senza perdere incisività. E’ difficile affrontare questi temi meglio del presidente dell’AGCM, Roberto Rustichelli, nella sua ultima Relazione annuale (presentata il 14 aprile 2026 al Parlamento) ha correttamente evidenziato come pandemia, guerra in Ucraina e dipendenze estere abbiano reso obsoleto il vecchio paradigma del consumer welfare.

Link alla Relazione annuale dell’AGCM 2026:
https://www.agcm.it/dotcmsdoc/relazioni-annuali/relazioneannuale2025/AGCM_Relazione_annuale_2026.pdf

La concorrenza non può più operare in isolamento dal contesto, deve diventare volano di competitività e sovranità. Chiaramente l’indipendenza tecnica resta essenziale, ma non può trasformarsi in alibi per l’inerzia di fronte ai grandi poteri privati concentrati in pochi Stati, poche aziende e poche persone nel mondo: i tecnomonarchi.

La sicurezza economica e la competitività sono diventate le due facce della stessa medaglia nel complesso scenario geopolitico contemporaneo. In un mondo segnato da crescenti barriere commerciali e tensioni globali, la capacità dell’Unione Europea di proteggere le proprie filiere strategiche risulta ormai inseparabile dalla sua forza economica. Questo cambio di paradigma trasforma il mercato unico da semplice area di libero scambio a pilastro fondamentale per l’autonomia strategica. Le politiche economiche non sono più considerate neutrali rispetto alla sicurezza collettiva, ma rappresentano strumenti vitali per garantire la sovranità tecnologica e la resilienza delle catene di approvvigionamento. Tale visione si è concretizzata nel 2025 con l’adozione di iniziative fondamentali quali la Bussola per la competitività, il Patto per l’Industria pulita e l’Unione dei risparmi e degli investimenti.

Si osserva un passaggio netto da una politica di concorrenza meramente difensiva a una strategia attiva per l’autonomia tecnologica europea, supportata da strumenti come l’Industrial Accelerated Act e la clausola del Buy European per settori critici quali l’acciaio e l’automotive. L’obiettivo non è proteggere campioni nazionali inefficienti, ma promuovere una competitività reale basata sull’innovazione. Queste nuove regole generali trovano la loro applicazione più incisiva nei procedimenti che coinvolgono i grandi operatori tecnologici mondiali.

Le Big Tech sotto la lente dell’Autorità

Le piattaforme digitali rivestono oggi il ruolo di guardiani dell’accesso al mercato, agendo come imprescindibili abilitatori delle transazioni economiche. Le loro politiche interne determinano il benessere dei consumatori e la sopravvivenza degli sviluppatori terzi. L’Autorità vigila con estrema attenzione affinché questi ecosistemi non utilizzino il controllo dei dati per consolidare monopoli ingiustificati.

  1. Il caso Apple ha portato a una sanzione di circa 100 milioni di euro per condotte legate all’App Store. L’Autorità ha accertato che la politica denominata App Tracking Transparency, o ATT, è stata utilizzata in modo discriminatorio. Imponendo condizioni non oggettive agli sviluppatori terzi per la raccolta del consenso alla profilazione, la società ha ostacolato la concorrenza nel mercato della pubblicità digitale.
  2. Il caso Meta ha riguardato l’abuso di dipendenza economica nei confronti della SIAE, portando all’adozione di impegni per garantire trattative trasparenti e la condivisione dei dati necessari a correggere lo squilibrio negoziale. Parallelamente, l’istruttoria su WhatsApp AI ha visto l’applicazione di misure cautelari per imporre il ripristino dell’accesso alla piattaforma per le imprese concorrenti che offrono servizi di chatbot, evitando che Meta AI chiuda il mercato in una fase ancora nascente.
  3. Il caso Google ha segnato uno spartiacque giuridico grazie alle risultanze della Corte di Giustizia sull’interoperabilità dell’applicazione JuicePass di Enel X con il sistema Android Auto. La giurisprudenza ha chiarito che l’indispensabilità di una piattaforma non è più l’unico criterio per sanzionare un rifiuto di accesso. Risulta sufficiente dimostrare che la condotta possa ostacolare lo sviluppo di prodotti potenzialmente più attraenti per i consumatori, frenando l’innovazione sui meriti.
  4. L’analisi su Amazon e Microsoft ha evidenziato come questi ecosistemi controllino i canali distributivi con dinamiche simili a quelle della grande distribuzione organizzata. L’Autorità considera queste piattaforme come infrastrutture essenziali che possono condizionare l’intera filiera produttiva.

Queste condotte non sono semplici incidenti tecnici, ma strategie deliberate per blindare mercati digitali che rischiano di raggiungere rapidamente punti di non ritorno. L’attenzione si sposta ora verso l’impatto trasversale delle nuove tecnologie emergenti come l’intelligenza artificiale su cui l’Autorità ha focalizzato i propri interventi in particolare:

  1. Le indagini su DeepSeek e Nova AI hanno affrontato il problema delle allucinazioni algoritmiche, ovvero la generazione di informazioni inesatte o inventate dai modelli di intelligenza artificiale che possono trarre in inganno l’utente.
  2. L’indagine conoscitiva sugli algoritmi di prezzo nel trasporto aereo ha analizzato la gestione delle tariffe sulle rotte per la Sicilia e la Sardegna. Sebbene non siano emersi coordinamenti collusivi, è stata rilevata una scarsa trasparenza nella comparabilità delle offerte che rende difficile per il cittadino compiere scelte informate.

La velocità dell’innovazione tecnologica richiede un intervento tempestivo. L’Autorità interviene ora basandosi sulla nozione di mercati potenziali e ipotetici, agendo prima che si verifichi un tipping point irreversibile. Per rispondere a queste sfide globali, l’Italia sta adottando strumenti legislativi nazionali come la Legge annuale per il mercato e la concorrenza 2025 per modernizzare il sistema Paese.

Le sfide future richiederanno un coordinamento sempre più stretto tra le autorità nazionali e le istituzioni europee per governare i nuovi poteri digitali. La difesa della concorrenza deve continuare a essere interpretata come lo strumento principale per favorire l’innovazione e garantire il benessere collettivo dei cittadini. In definitiva, la libera competizione resta il motore di efficienza e giustizia sociale indispensabile per la prosperità dell’intera Unione Europea.

Il mercato non è uno stato di natura, ma un’istituzione da governare democraticamente ed ecco perché assumere oggi un ruolo di moderato indirizzo politico, di mercato, è possibile anche per le autorità nazionali. L’allargamento dell’azione dell’Antitrust su Big Tech, contratti energetici unilaterali, algoritmi e concentrazioni strategiche è sempre più necessario nel nuovo disordine mondiale, soprattutto per contrastare la concentrazione di potere e le “kill zone” che penalizzano le imprese europee, segnatamente quelle italiane.

Una nuova visione per il mercato ed il ruolo dell’antitrust moderna

Il tema principale di riflessione, dopo il discorso di Rustichelli, riguarda per noi il modo in cui le regole della concorrenza stanno cambiando nel mondo moderno. Per alcuni non sono efficaci. Per altri sono l’unica strada percorribile. Ma per molto tempo abbiamo pensato che l’unica missione delle autorità che vigilano sul mercato fosse quella di garantire prezzi bassi per i consumatori. Si credeva che se un prodotto costava poco allora tutto stava funzionando nel modo giusto. Pensate alle Telecomunicazioni dove la massima tecnologia, il 5G stand alone, viene venduto a 4,99 euro al mese. Oggi però questa idea sembra superata e non si può più guardare solo al prezzo dei prodotti e dei servizi. Dobbiamo guardare anche alla sicurezza del nostro paese e alla forza delle nostre aziende nazionali. Il mondo è cambiato a causa di eventi enormi, geopolitici, di caos diplomatico e industriale. Questi fatti hanno dimostrato che essere dipendenti da altri paesi per l’energia o per le materie prime è pericoloso. Lo sappiamo bene in questi giorni di crisi in Medio Oriente. Ma se lasciamo che il mercato decida tutto da solo basandosi solo sulla convenienza economica del momento rischiamo di perdere la nostra capacità di produrre ciò che ci serve. In altre parole rischiamo di perdere la nostra sovranità industriale. Il nostro Know how. Il nostro saper fare. La concorrenza deve quindi diventare uno strumento per proteggere la nostra economia, la nostra capacità industriale e innovativa e non solo un modo per far scendere i prezzi di pochi centesimi. Ma questo non accade perché il percorso per l’indipendenza è lungo e faticoso. Serve molta piu’ determinazione.

L’allargamento dei compiti dell’Antitrust

Un altro punto fondamentale è l’aumento delle responsabilità dell’Autorità che chiamiamo comunemente Antitrust. Negli ultimi anni questa istituzione ha iniziato a occuparsi di molte più cose rispetto al passato. Non si limita più a controllare se due aziende si mettono d’accordo segretamente per alzare i prezzi del pane o della benzina. Oggi l’Autorità interviene sui contratti dell’energia elettrica sulle regole dei grandi giganti del web e sugli algoritmi che decidono cosa vediamo online. Alcuni criticano questo cambiamento perché pensano che l’Antitrust stia mettendo il naso in troppi settori diversi. C’è il timore che occupandosi di tutto finisca per non essere più efficace in nulla.

Questa visione non è bilanciata con la crescita delle crisi sistemiche, non solo economiche, dei nostri tempi. I problemi non sono solo moltiplicati per estensione e numero ma hanno assunto una dinamica, una qualità, una concentrazione che non ha precedenti. Il potere economico oggi non è più solo questione di quanti soldi ha un’azienda ma di quanti dati possiede e di quanta tecnologia controlla. Se poche grandi società tecnologiche possono decidere il destino di tutte le altre piccole imprese allora serve un arbitro che intervenga anche in quei campi complicati. Ignorare questi aspetti sociali e politici sarebbe un errore imperdonabile nel ventunesimo secolo. Il potere è economico, finanziario, politico, militare, tecnologico e della comunicazione. Spesso si sommano e si moltiplicano a vicenda. Spesso sono concentrati. Spesso sono coordinati. Spesso sono protetti da altri interessi.

Il problema della concentrazione del potere in poche persone, poche aziende, pochi Stati del mondo

Il mercato ha una tendenza naturale molto particolare ovvero quella di concentrarsi nelle mani di pochi. Se non ci sono regole severe le aziende più grandi finiscono quasi sempre per mangiare quelle più piccole. L’innovazione senza consenso è stato il più grande innesco della concentrazione dei poteri nel secolo scorso. Sono nate le grandi aziende tech americane e si sono espanse nei mercati globali.

Durante le emergenze degli ultimi anni abbiamo visto quanto questo rischio sia concreto. L’Autorità ha dovuto agire con flessibilità per evitare che la crisi energetica o sanitaria portasse alla nascita di monopoli indistruttibili. Non si tratta solo di una questione di efficienza economica ma di una questione di democrazia. Quando un solo soggetto controlla un intero settore strategico come la logistica o l’energia quel soggetto ha un potere immenso che può influenzare la vita di tutti i cittadini. La tutela della concorrenza deve quindi puntare all’equità. Questo significa che le regole devono essere uguali per tutti e che il mercato non deve diventare un’arena dove vince solo chi è già gigante. Un mercato sano è un mercato dove anche una nuova piccola impresa ha la possibilità di crescere e di sfidare i grandi senza essere schiacciata sul nascere. Questo pluralismo è ciò che tiene viva l’economia e garantisce la libertà di scelta per tutti noi.

Si trascura spesso di cosa è fatto il nostro tessuto produttivo, non solo quello italiano. Non abbiamo grandi imprese globali, ma una moltitudine di PMI che offrono servizi sartoriali, prodotti su misura, alta qualità. Questo ci ha reso il benessere europeo fino a che il mondo globalizzato ha interrotto gli equilibri a cui eravamo abituati. La rottura delle filiere produttive, l’interruzione delle catene strategiche non sono più solo un fattore da valutare sotto il profilo della resilienza, o della crescita industriale. Rappresentano i presupposti in cui uno Stato può dirsi indipendente e sovrano. E’ sostanzialmente una questione di sicurezza.

Indipendenza e responsabilità politica

Uno dei temi più difficili da affrontare è il rapporto tra l’indipendenza dell’Autorità e le scelte della politica. Mettiamo da parte tutte le considerazioni che si possono fare sulle autorità indipendenti in generale, se devono essere indipendenti dal mercato o dalla politica. L’Antitrust deve essere indipendente per evitare di essere influenzata dai governi di turno o dagli interessi di breve periodo. Questo è sicuro. Tuttavia questa indipendenza non deve diventare una scusa per non giocare un moderato ruolo di indirizzo e salvaguardia dai grandi colossi globali che stanno cannibalizzando l’economia e il dibattito democratico, a volte perfino le elezioni.

Questi giganti del web e della finanza usano spesso la loro forza per influenzare le leggi a proprio vantaggio. In questo scenario l’intervento dello Stato e dell’Europa attraverso nuove leggi più severe non è un limite alla libertà ma una difesa della sovranità dei cittadini. Le istituzioni elette hanno il diritto e il dovere di stabilire regole che impediscano agli oligopoli privati di dominare il mondo senza rispondere a nessuno. L’indipendenza tecnica deve quindi andare di pari passo con la responsabilità verso il bene comune e verso gli interessi della collettività. In tal senso deve andare il controllo dell’Antitrust sul mercato, un presidio fondamentale di democrazia e di sicurezza.

I benefici per la società e l’economia di un’Antitrust più potente

L’azione dell’Antitrust porta vantaggi concreti che possono essere misurati. Soprattutto devono essere effettivi, ovvero devono aver prodotto un miglioramento delle condizioni e non solo una sanzione economica. Si stima da piu’ parti che l’azione antitrust contribuisca alla crescita del prodotto interno lordo nazionale per una quota significativa. Questo significa che proteggere la concorrenza crea ricchezza per il paese. Ma il tema è molto più complesso di cosi.

Un mercato che funziona bene deve preservare la dignità del lavoro e la vitalità dei territori locali. Non serve a nulla avere un mercato che cresce se questo avviene distruggendo il tessuto sociale o le piccole realtà che rendono unica l’economia italiana ed europea. L’obiettivo deve essere una crescita diffusa e non un accumulo di potere nelle mani di pochissimi soggetti. Qualche preoccupazione in tal senso si potrebbe dare con le novità in arrivo da Bruxelles per un allentamento delle regole sulle concentrazioni. E’ dimostrato a cosa porta. Prezzi più alti e meno innovazione. Quindi iniquità. E’ la risposta europea, sarà governata. Almeno è auspicabile che lo sia. C’è una tentazione a creare campioni nazionali e farli scontrare in Europa per creare il campione continentale. A tavolino si vince facile. In partita il risultato non è scontato.

La sfida della transizione ecologica dimenticata

Ci siamo dimenticati l’ambiente. La double transition è diventata una misura definita “ideologica”. Quale ideologia oggi ci vieta di adottare tecnologie pulite e meno impattanti? Energie rinnovabili, risparmi dei consumi. C’è molta meno attenzione su questi temi rispetto alla voce grossa di chi cerca di smantellare il Green Deal, che fu un programma economico e non ecologico. Questo lo abbiamo dimenticato. Oggi stiamo vivendo una grande trasformazione per rendere la nostra economia più sostenibile e meno inquinante. Molti pensano che le regole della concorrenza possano ostacolare questo processo ma è vero il contrario. E’ proprio l’Antitrust che può e deve diventare un alleato della transizione ecologica. Ad esempio deve impedire che le grandi aziende usino la scusa dell’ambiente per fare accordi segreti che danneggiano i consumatori. Allo stesso tempo deve favorire l’ingresso di nuove aziende che portano tecnologie pulite e innovative. La transizione verso un mondo più verde non deve diventare l’occasione per creare nuovi monopoli energetici ma deve essere un momento di apertura e di rinnovamento industriale. Pensiamo ai grandi data center che promettono di approvvigionarsi da soli dell’energia e dell’acqua che gli è necessaria. Sarà vero? Serve o no un’indagine approfondita che solo un’autorità terza può fare per indagare in fondo gli impatti degli hyperscaler sul territorio? Solo favorendo la diversità tecnologica e impedendo che i giganti attuali blocchino le innovazioni dei loro rivali potremo davvero cambiare il nostro modo di produrre e consumare senza distruggere la nostra economia.

  1. Nella mobilità elettrica sono state introdotte disposizioni per evitare monopoli locali nelle ricariche. Gli operatori non possono detenere più del 40 per cento delle infrastrutture in un singolo comune e l’Autorità ha ricevuto un mandato specifico per monitorare l’efficacia delle misure correttive adottate dagli enti locali.
  2. La tutela del consumatore ha visto un contrasto serrato ai vanti ecologici ingannevoli. Sono stati conclusi procedimenti per green claim non verificabili contro Shein nel settore dell’abbigliamento e contro importanti produttori automobilistici come Tesla, Stellantis, Byd e Volkswagen. Le indagini hanno riguardato omissioni sulla reale autonomia delle batterie e sulla riciclabilità dei prodotti.
  3. Le sanzioni complessive irrogate nel 2025 ammontano esattamente a 1.397.082.675 euro. L’intervento più significativo ha riguardato il cartello dei biocarburanti, con una sanzione di oltre 936 milioni di euro contro le principali compagnie petrolifere. L’indagine ha svelato un meccanismo di segnalazione sofisticato dove la rivista Staffetta Quotidiana veniva utilizzata per scambiare annunci pubblici sul valore della componente bio. Questa pratica serviva a coordinare gli aumenti di prezzo verso i grossisti e le pompe di benzina, trasformando un obbligo ambientale in uno strumento di concertazione illecita.

La trasparenza e la corretta informazione rappresentano i pilastri per una transizione che non deve danneggiare il cittadino. L’attività di vigilanza conferma che il rispetto delle regole di mercato è la condizione necessaria per uno sviluppo economico equo e sostenibile.

Non possiamo più permetterci di pensare al mercato come a qualcosa di naturale che si regola da solo, ma per fortuna non ci credevamo piu’ da almeno un secolo. Serve un’azione più forte e rinnovata dell’Antitrust che sappia unire la competenza tecnica alla consapevolezza delle sfide del nostro tempo. Difendere la concorrenza oggi significa difendere la nostra libertà economica la nostra sicurezza nazionale e il nostro futuro democratico. Per farlo occorre ripartire dalle nostre imprese locali indirizzando loro la commessa pubblica per farle crescere e irrobustire di fronte ai nuovi scenari economici. L’Europa ha un modello sociale unico al mondo e per proteggerlo deve avere il coraggio di garantire l’efficacia e l’applicazione delle sue regole. Solo attraverso questa evoluzione potremo garantire che l’economia resti al servizio della società e non il contrario. Sicuri segni ci dicono che non accadrà niente di tutto questo nel breve periodo. Possiamo però auspicarlo.

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