L’insediamento di Teresa Ribera ai vertici della Concorrenza europea è stato accolto con un entusiasmo che raramente accompagna le nomine burocratiche di Bruxelles. Definita da molti come il “Ronaldo” del nuovo assetto comunitario, Ribera eredita un campo da gioco segnato da incertezze geopolitiche e da un divario tecnologico sempre più profondo con Stati Uniti e Cina. Tuttavia, se avere un fuoriclasse in attacco è fondamentale, la partita non si vince solo sanzionando i falli avversari, ma costruendo una squadra locale capace di segnare. Teresa lo sa. In questi tempi incerti ha avuto modo di provare da subito il significato dei mutamenti geopolitici che scuotono il mondo. I riflessi industriali e competitivi sono la cartina tornasole del potere economico, politico, finanziario concentrato in pochi Stati, poche aziende, poche persone al mondo.
L’Europa non ha fretta, ma procede con passo deciso nella regolazione delle Big Tech. Al forum European Pulse di Barcellona, la Commissaria europea per la Concorrenza, Teresa Ribera Rodríguez, ha difeso con fermezza ed eleganza il Digital Markets Act (DMA), definendolo una “storia di successo” e una vera trasformazione strutturale dell’economia digitale. Secondo Ribera, il DMA non è solo un insieme di norme, ma uno strumento per riequilibrare i rapporti di forza tra i giganti tecnologici (gatekeeper come Google, Apple e Meta) e i concorrenti più piccoli. I pilastri centrali sono interoperabilità e accesso ai dati, che garantiscono agli utenti maggiore libertà di scelta e alle imprese minori reali possibilità di competere. La commissaria riconosce le critiche sulla lentezza nell’applicazione delle regole, in particolare sull’indagine contro Alphabet per Google Search, ma ribatte che lo stato di diritto richiede tempo, prove solide e diritto di difesa per tutte le parti. Non si tratta di lentezza, ma di metodo. Il DMA si avvia verso una revisione formale per valutare cosa funziona e dove intervenire. Nel frattempo, Ribera ha riportato da una recente missione negli Stati Uniti un dialogo sorprendentemente costruttivo con il Dipartimento di Giustizia e i big della Silicon Valley: differenze politiche evidenti, ma convergenza su molti temi antitrust. L’approccio europeo resta chiaro: sovranità decisionale, ma porte aperte al confronto. L’Europa vuole scrivere le regole della governance digitale globale, non subirle, con pazienza e determinazione.
Sommario
Oltre la cultura del “Taglio delle Unghie”
Per anni, l’Antitrust europea è stata percepita come il guardiano severo impegnato a “tagliare le unghie” ai grandi felini del tech. Le sanzioni miliardarie e i regolamenti stringenti (come il DMA e il DSA) hanno certamente cercato di riequilibrare un mercato distorto, ma la regolamentazione da sola non crea innovazione. Il rischio è quello di trovarsi in un continente che è il miglior arbitro del mondo in un torneo dove, però, non giocano squadre europee di vertice.
In questi “tempi incerti”, la strategia deve evolvere. Non si tratta di abbassare la guardia contro i monopoli, ma di capire che la fermezza invocata da Ribera deve servire a uno scopo più alto: creare lo spazio vitale affinché i nostri “gattini” ovvero le PMI e le startup innovative affinchè possano crescere senza essere soffocati sul nascere. E’ un bel problema irrisolto. Non sembra che sia stato pienamente affrontato nè in Europa e tantomeno in Italia. Mancano i giusti accorgimenti.
Il Procurement Pubblico come “Nutrimento per l’Innovazione”
La vera rivoluzione silenziosa può partire dal procurement pubblico. Ogni anno, le amministrazioni europee spendono cifre colossali per servizi digitali, infrastrutture e tecnologie, spesso acquistando “a pacchetto” dai giganti oltreoceano per abitudine o eccessiva prudenza burocratica. C’è un drenaggio fiscale che amplifica la negatività del fenomeno e che porta in Paesi terzi il frutto della tassazione che potrebbe invece generare profitto sul territorio eurounionale a vantaggio di crescita e indipendenza.
Nutrire l’ecosistema europeo significa invertire questa rotta. Il #BuyEuropean non deve essere visto come un protezionismo cieco, ma come una scelta strategica di sopravvivenza. Utilizzare gli appalti pubblici per favorire le PMI del territorio significa:
- Validazione: Fornire alle aziende locali il primo, fondamentale cliente per testare soluzioni su larga scala.
- Sicurezza: Garantire che i dati dei cittadini siano gestiti da infrastrutture soggette alla legge e ai valori europei.
- Indotto: Trattenere il valore aggiunto e le competenze tecniche all’interno dei confini dell’Unione.
Una Nuova Integrità Industriale
Ribera ha parlato di “integrità” e “libertà da pressioni distorcenti”. Questa integrità deve oggi tradursi nella capacità di resistere al richiamo della soluzione più facile (e spesso estera) per abbracciare quella più lungimirante. Se l’Europa vuole smettere di essere solo un mercato di consumatori e diventare un continente di produttori, deve trasformare la propria spesa pubblica in un volano di sviluppo.
Il talento di Ribera sarà misurato non solo dai processi vinti contro le Big Tech, ma dalla capacità di trasformare l’Antitrust in un’area che non si limita a dire “no” ai giganti, ma che dice finalmente “sì” ai piccoli campioni di casa nostra. Solo così la fermezza delle regole diventerà il terreno fertile su cui i gattini di oggi diventeranno i felini che domineranno i mercati di domani.
L’approccio dell’Unione Europea alla regolazione delle Big Tech è una sintesi di pazienza strategica e fermezza istituzionale. Al forum European Pulse di Barcellona, la Commissaria alla Concorrenza Teresa Ribera Rodríguez ha tracciato il bilancio del Digital Markets Act (DMA), descrivendolo non come un semplice fardello burocratico, ma come una “storia di successo” capace di innescare una trasformazione strutturale dell’economia digitale.
L’obiettivo cardine del DMA è il riequilibrio dei rapporti di forza. Attraverso pilastri come l’interoperabilità e l’accesso ai dati, l’Europa mira a scardinare il dominio dei cosiddetti gatekeeper (Google, Apple, Meta), garantendo alle piccole imprese spazio di manovra e agli utenti una reale libertà di scelta.
Metodo: Visione e Revisione
Di fronte alle critiche sulla lentezza delle indagini antitrust, Ribera ha opposto la solidità dello Stato di diritto. La precisione metodologica, il diritto di difesa e la raccolta di prove inconfutabili richiedono tempo, ma sono la garanzia di un intervento efficace e duraturo.
Il percorso del DMA prevede ora tre direttrici principali:
- Revisione formale: Valutazione dell’efficacia delle norme per eventuali correttivi.
- Dialogo transatlantico: Un confronto costruttivo con il Dipartimento di Giustizia USA e i leader della Silicon Valley, trovando punti di convergenza nonostante le divergenze politiche.
- Sovranità digitale: La determinazione a scrivere le regole della governance globale anziché subirle.
Ancora non sappiamo dire con certezza fino a che punto Teresa Ribera creda nelle sue condivisibili affermazioni di principio o se magari è costretta dal ruolo a ricordarci i valori fondativi e la necessità di resistere ad ogni compromesso, ad ogni pressione che arriva oltre l’Atlantico.
Aggiornamento Maggio 2026: come vanno i rapporti UE-USA
Il rapporto tra Europa e amministrazione Trump è arrivato a un punto molto basso. Secondo diverse fonti, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha bloccato una multa da un miliardo di euro a Google per gravi violazioni del Digital Markets Act (DMA), apparentemente per non irritare gli Stati Uniti e evitare ritorsioni. Negli ultimi mesi l’Europa ha più volte rallentato o indebolito l’applicazione delle sue leggi digitali (DMA, DSA e norme sulla concorrenza) proprio per ragioni geopolitiche, nella speranza di ottenere qualcosa da Trump. Ma finora non ha ricevuto quasi nulla in cambio: solo accordi commerciali parziali, minacce sulla NATO, incertezza sull’Ucraina e toni sempre più aggressivi da parte americana. Per l’autore dell’articolo questa è una strategia miope e sbagliata. Lasciare che le grandi aziende tech americane ignorino le regole europee danneggia i cittadini (che restano esposti ai problemi dei social network), le startup europee (che non riescono a competere) e la stessa sovranità digitale del continente. Invece di fare concessioni continue, secondo lui l’Europa dovrebbe applicare con fermezza le proprie leggi e usare strumenti di risposta decisi quando serve (tariffe, controlli sulle esportazioni, ecc.), come hanno fatto altri Paesi. Nel lungo periodo servirebbe anche riformare il sistema: creare autorità indipendenti che applichino le regole senza pressioni politiche. Sacrificare le proprie leggi digitali per accontentare Trump non sta portando vantaggi, ma solo debolezza. L’Europa farebbe meglio a difendere con forza le proprie regole invece di trattarle come merce di scambio.

