Nel panorama tecnologico europeo del 2026, dove la discussione pubblica è spesso saturata da termini come “transizione digitale” e “AI Act”, emerge una riflessione controcorrente che sposta l’attenzione dal consumo alla produzione, dalla regolamentazione alla maestria. Antonio Baldassarra, CEO di Seeweb, ha sollevato una questione che scuote le fondamenta della nostra sicurezza strategica: la progressiva atrofia della capacità di progettare e dominare le tecnologie critiche.
Baldassarra non si limita a denunciare un ritardo economico, ma punta il dito contro un fenomeno più profondo e insidioso: la perdita della capacità di “fare”. Quando una società smette di padroneggiare i propri strumenti, non perde solo quote di mercato; perde la facoltà di comprendere la realtà che ha costruito.
La tesi di Baldassarra viene cristallizzata nel suo intervento, che merita di essere riportato integralmente per la sua lucidità:
«Perdita di abilità tecnologica, è quello che succede quando sei padrone di una tecnologia, la domini, la usi, la securizzi, la padroneggi e poi smetti di usarla, di seguirla, di padroneggiarla e diventa complicato riprenderla anche con conoscenze e tecnologie infinitamente più potenti.
Nel 1969 siamo scesi sulla luna con la nuova AGC (che definire arcaica è dire poco), oggi impiegheremmo anni a farlo di nuovo nonostante l’AI ed il resto. Negli anni 50 gli americani avevano realizzato un reattore nucleare civile al Torio, lo tennero acceso per mesi e poi lo abbandonarono perché non utile dal punto di vista militare, oggi non riescono a recuperare il gap tecnologico mentre cinesi e russi hanno già “acceso” il loro reattore al Torio.
Lo stesso stiamo facendo con le tecnologie internet, cloud, AI. Siamo “utenti”, “clienti” ma sappiamo sempre meno “fare”. Speriamo di capirlo in tempo, almeno sull’AI anche se i segnali vanno in direzione diversa.»
Sommario
La trappola della complessità e l’illusione della potenza
L’analisi di Baldassarra evidenzia un paradosso tecnologico: disponiamo di una potenza di calcolo miliardi di volte superiore a quella degli anni ’60, eppure siamo meno agili. L’Apollo Guidance Computer (AGC), citato da Baldassarra, disponeva di soli 4 KB di RAM. Oggi, un semplice sito web moderno richiede una quantità di risorse hardware milioni di volte superiore per svolgere funzioni elementari.
Questa “obesità del software” ha portato a una stratificazione tale per cui pochi sviluppatori comprendono davvero cosa accada al livello del silicio. La mastery è stata sostituita dalla dipendenza da framework, librerie e infrastrutture terze (spesso extra-europee). Secondo Baldassarra, questa è la strada che porta alla “colonizzazione digitale”: essere utenti di sistemi che non siamo più in grado di riparare, modificare o replicare in autonomia.
I Corollari della Resilienza e della Filiera
Se Baldassarra traccia il quadro clinico di una regressione tecnologica, i commenti di Dario Denni forniscono le prime coordinate per comprendere la natura di questa perdita e, potenzialmente, come invertire la rotta. Il “saper fare”, nell’accezione di Denni, si articola in due pilastri operativi che oggi l’Occidente sembra aver dimenticato.
il saper fare sia dell’hardware che del software, indicano anche altri due corollari 1) saper fare bene con quello che si ha, anche con poco, rispetto alla presunta necessità di oggi di avere un data center grande quanto tutta manhattan 2) saper fare di filiera, se penso che le voyager sono in giro da 50 anni grazie non conoscevo AGC https://it.wikipedia.org/wiki/Apollo_Guidance_Computer
L’estetica della scarsità: Saper fare bene con poco
Il primo corollario proposto da Denni riguarda l’efficienza ingegneristica. Oggi viviamo nell’illusione che la potenza di calcolo sia una risorsa infinita e a costo zero. Questo ha portato a una progettazione pigra: invece di ottimizzare il codice, si aggiunge hardware; invece di rifinire l’algoritmo, si aumenta la dimensione del data center.
“Saper fare bene con quello che si ha” significa riscoprire il valore del limite. Quando Baldassarra cita l’AGC, Denni risponde implicitamente con la necessità di tornare a un’ingegneria che sappia essere risolutiva anche in assenza di risorse massive. La presunta necessità di avere data center “grandi quanto Manhattan” non è un segno di forza, ma un segno di inefficienza cognitiva. La vera sovranità tecnologica nasce dalla capacità di estrarre valore dalla scarsità, rendendo i sistemi meno energivori, più sicuri e più controllabili.
Il saper fare di filiera: La lezione delle Voyager
Il secondo corollario di Denni è forse il più critico per la geopolitica attuale: la padronanza della filiera. L’esempio delle sonde Voyager è in questo senso illuminante. Lanciate nel 1977, queste macchine continuano a trasmettere dati dallo spazio interstellare dopo quasi cinquant’anni.
Perché funzionano ancora? Perché chi le ha costruite dominava l’intera catena del valore: dalla chimica delle batterie termoelettriche (RTG) alla logica dei processori, fino al protocollo di trasmissione radio. Non erano “assemblatori” di componenti prodotte da terzi; erano artefici.
Oggi, un’azienda tech europea che voglia lanciare un servizio deve affidarsi a chip prodotti a Taiwan, cloud gestito a Seattle e modelli IA addestrati in California. Se uno solo di questi anelli si spezza, il sistema collassa. Il “saper fare di filiera” invocato da Denni suggerisce che la sovranità non è un concetto giuridico (non bastano le leggi), ma è un concetto fisico e industriale. Senza il controllo del silicio, dell’energia e del software di base, l’autonomia strategica rimane una petizione di principio.
Chiaramente il dibattito delinea una sfida esistenziale per l’Europa del 2026. La “perdita di abilità” non è un destino ineluttabile, ma il risultato di trent’anni di outsourcing non solo della produzione, ma anche del pensiero critico applicato alla tecnologia.
L’Intelligenza Artificiale come banco di prova
Il richiamo di Baldassarra sull’IA è un monito severo. Se l’Europa si limiterà a regolamentare l’uso dell’IA (diventando “utente regolatore”), senza però dominare le infrastrutture di calcolo e la logica profonda dei modelli, si troverà nella stessa posizione degli Stati Uniti rispetto al reattore al torio: spettatrice del progresso altrui su una tecnologia che avrebbe potuto guidare.
Il corollario di Denni sull’ottimizzazione suggerisce però una via d’uscita: mentre il mondo insegue modelli IA sempre più gargantueschi e insostenibili, l’Europa potrebbe puntare sulla “Mastery della Precisione”: modelli piccoli, efficienti, trasparenti e totalmente controllati lungo la filiera.
Il “saper fare” non è nostalgia o un attaccamento teorico alla sovranità digitale. È la precondizione per la libertà. Come dimostrato dal repository GitHub dell’Apollo 11 citato da Baldassarra, il codice è lì, visibile a tutti, ma la capacità di farlo volare di nuovo non risiede nel file, ma nella cultura ingegneristica che quel file ha generato.
Il messaggio che emerge dal confronto tra Baldassarra e Denni è un invito all’azione per i decisori politici e industriali: smettere di celebrare l’adozione tecnologica e ricominciare a finanziare e onorare la creazione tecnologica. Perché se l’Occidente vuole continuare a viaggiare verso il futuro, non può permettersi di dimenticare come si costruiscono le navi.
Le Voyager sono ancora lì a ricordarcelo: la tecnologia che dura è quella che conosciamo fino all’ultimo bullone, fisico o digitale che sia. Il resto è solo noleggio.
Tema approfondito nell’Atlante della Sovranità Digitale Europea
Bibliografia e appendice sulla sovranità digitale
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