Non dobbiamo tutte le volte inventare la ruota da capo. La fibra ottica e Internet veloce non arrivano ancora in molte città d’Italia e gli abbonamenti non decollano perché ci sono “KO” e “mancate attivazioni” anche nella rete sussidiata dallo Stato. Il Governo ora ha passato la palla a Invitalia e dopo una consultazione-lampo ha pubblicato un nuovo bando: pochi soldi, civici sparsi, lontani e costi esplosi. L’Europa ci chiede di spegnere il rame ma non possiamo togliere ai cittadini l’unica speranza di accedere ad Internet. Ecco cosa sta succedendo.
Sommario
Basta colpevolizzare gli utenti: la domanda di internet veloce c’è
Per anni, il dibattito pubblico sulla digitalizzazione dell’Italia è stato dominato da un termine tecnico spesso usato come un’accusa: il basso take-up (l’effettiva adozione del servizio da parte dei cittadini). Secondo questa narrazione, se l’Italia arranca nelle classifiche europee della connettività, la colpa sarebbe degli italiani, dipinti come un popolo di tecnofobi legati al vecchio telefono fisso o troppo pigri per cambiare contratto. Ovviamente non è così. E’ una falsa narrazione.
Infatti, analizzando i dati reali, emerge una verità molto diversa. Il problema non è la mancanza di volontà, ma una disconnessione profonda tra le promesse della politica e la realtà dei cantieri. Gli italiani non sono apatici; sono semplicemente stanchi di inseguire un servizio che viene pubblicizzato ovunque ma che, all’atto pratico, risulta spesso inaccessibile. Succede che spesso firmano il contratto, l’operatore si rivolge al titolare della rete che non attiva nemmeno dopo mesi e mesi. Penali, ritardi, telefonate. Internet non c’è. Non arriva. Non importa di chi sia la colpa, non arriva. E allora qual è il problema?
Italiani pronti al salto, ma la fibra si ferma prima della porta di casa
Va ribaltata la narrazione ufficiale perchè non è vero che gli italiani rifiutano la fibra per disinteresse. Lo dimostrano i tassi di adozione nelle zone dove la rete è stata costruita con criteri moderni e criteri di mercato. Il vero ostacolo è fisico: in moltissimi casi, la connessione non arriva davvero fino a dentro casa. E se non c’è l’infrastruttura cosa vuoi attivare?
La fibra ottica non è un bene astratto; richiede un collegamento fisico che parta dalla centrale e arrivi fino alla borchia installata nel salotto. Se questo percorso è interrotto, anche l’utente più motivato del mondo non potrà mai navigare velocemente. E comunque non dipende da lui e nemmeno dall’operatore che ha scelto se manca la rete, spesso dichiarata sulla carta ma non attivabile. Dire che gli italiani non vogliono la fibra è come dire che gli abitanti di una città non vogliono l’acqua corrente, quando in realtà le tubature si fermano a un chilometro dal centro abitato. Occorre agire adesso prima che da Bruxelles vengano a far quadrare i conti sui soldi spesi finora. Cosa è mancato?
Miraggi digitali: se il civico è “coperto” solo sulla carta, ma non nei fatti
Uno dei nodi più critici riguarda la distinzione tra copertura teorica e copertura reale. Esiste una discrepanza enorme tra ciò che appare sulle mappe ufficiali dei portali governativi o degli operatori e ciò che il cittadino trova fuori dal cancello.
Nelle mappe, un civico può risultare “coperto” o “casa passata” (homes passed, ovvero che la fibra passa nelle vicinanze), ma questo non significa che sia attivabile. Spesso si tratta di una copertura puramente amministrativa: il cavo passa sotto la strada, ma non c’è il collegamento al palazzo, o manca l’armadietto di distribuzione. Questa confusione genera dati fuorvianti che vengono usati per celebrare traguardi statistici che, per l’utente finale, sono del tutto inutili.
Di queste tecnicalità non interessa davvero a nessuno ma da regolamentarista so bene quali siano gli effetti e le cause che hanno prodotto questo disastro. Ritardi, si. Fibra lontana dalle abitazioni. Mappature inconsistenti. Contratti a vuoto. Non si chiede tanto di scavare oltre, specialmente se i soldi non ci sono, ma almeno di far funzionare quello che c’è, in modo che sia attivabile.
L’Italia a due velocità: dove il mercato corre e dove il pubblico arranca
L’Italia del digitale è divisa in due mondi: le aree nere e le aree bianche.
Nelle aree nere, quelle ad alta densità abitativa dove gli operatori investono i propri capitali (mercato privato), la competizione è alta. Qui, quando la fibra arriva ed è realmente vendibile, il take-up (l’adozione) segue ritmi incoraggianti. I cittadini capiscono il valore della velocità e sottoscrivono i contratti.
Il discorso cambia drasticamente nelle aree bianche, le zone più isolate o meno redditizie dove lo Stato interviene con fondi pubblici per colmare il “fallimento di mercato”. Qui i problemi di incompletezza dei lavori sono all’ordine del giorno. In queste aree, la domanda di connettività sarebbe altissima (si pensi ai piccoli borghi o alle zone montane), ma è l’offerta a mancare per motivi tecnici o burocratici.
Ancora una volta questi sono tecnicismi che lasciamo agli addetti ai lavori. Internet superveloce non arriva. Punto.
L’editoriale di Luigi Gambardella
A potenziare il dibattito interviene Luigi Gambardella – Global digital economy leader – con un articolo su Linkedin dal titolo: “La fibra ed il grande alibi del take-up”

Scrive Gambardella: “Il punto va detto con chiarezza: dove c’è competizione e dove le case sono realmente connesse, il take-up c’è. Dunque la favola secondo cui gli italiani non vogliono la fibra non regge. Serve solo a nascondere il vero nodo: non la domanda insufficiente, ma l’infrastruttura incompleta.
Prima si facciano i lavori. Prima si porti davvero la fibra fino alle abitazioni. Prima si renda ogni civico realmente vendibile e attivabile. Prima si chiudano i ritardi. Prima si verifichi, strada per strada e casa per casa, che esista una rete sostitutiva reale”.
Quei pochi metri mancanti: il vicolo cieco che blocca le attivazioni
Il vero dramma della banda ultra-larga italiana si consuma nell’ultimo miglio. La fibra ottica percorre chilometri, ma spesso si ferma a pochi metri dalle abitazioni. Le cause sono molteplici: lavori non ultimati per mancanza di personale, civici che non vengono collegati perché troppo complessi, o autorizzazioni condominiali e comunali che richiedono mesi.
Senza l’ultimo passaggio, la “copertura dichiarata” rimane un guscio vuoto. Quando un cittadino prova a chiamare un operatore e si sente rispondere che “nonostante la mappa dica sì, il tecnico non può passare il cavo”, subentra la frustrazione. Non è un rifiuto della tecnologia, è l’impossibilità tecnica di accedervi nonostante la propaganda parli di un Paese ormai cablato. E’ un problema che va preso a due mani e ribaltato. Anzitutto perchè non è nuovo. Secondo perchè è stato segnalato più volte dagli operatori ma i decisori non hanno dato seguito a sistemare nemmeno i database. Come mai?
Addio vecchio doppino: la migrazione silenziosa verso la fibra pura e verso il Fixed Wireless Access
Nonostante le difficoltà, i dati mostrano che la migrazione è in corso. Gli accessi in FTTH (la fibra che arriva fino a casa) crescono costantemente ogni trimestre, mentre le linee basate sul rame diminuiscono. Questo conferma che non siamo un Paese che rifiuta l’innovazione, ma un Paese che sta migrando con evidenti ritardi territoriali. Gli utenti si spostano verso la tecnologia migliore non appena questa diventa disponibile e funzionante. Il declino del rame è un processo naturale guidato dalla qualità del servizio, non da imposizioni esterne.
Inoltre si consideri la tecnologia senza fili. Internet in Fixed Wireless Access sta crescendo in Italia anzitutto perchè funziona. E’ una tecnologia discriminata dai “soloni della fibra” ma la verità è che il FWA offre prestazioni e affidabilità alte e comunque buone abbastanza da permettere nella stragrande maggioranza dei casi, di accedere ad Internet e fruire di tutti i servizi della società dell’informazione. Stupisce lo stupore di chi guarda con sospetto ai dati di crescita del FWA. Le lobby di alcuni grandi operatori hanno prodotto un emendamento che obbliga gli operatori a dichiarare tutte le tecnologie al civico. Questo, nel supposto interesse teso ad evitare che l’operatore spinga il cliente sulla tecnologia maggiormente remunerativa. Grave colpa se ciò fosse vero. Dunque intanto chiariamo che non è vero, il cliente sceglie in grande autonomia la connessione di cui ha bisogno. E soprattutto si sottace che un cliente FWA difficilmente passerebbe alla fibra ottica né tornerebbe al rame per ovvie ragioni di prestazioni, prezzo, qualità, assistenza, incomparabilmente più vantaggiose di ogni altra offerta tecnologica sul mercato.
Questione di portafoglio? No, la fibra costa quanto la vecchia linea
Un altro mito da sfatare è quello economico. Spesso si pensa che la fibra sia un lusso, ma oggi i prezzi delle offerte fibra sono allineati a quelli delle vecchie tecnologie come l’ADSL o la FTTC (fibra misto rame). Per il consumatore finale, passare a una velocità dieci volte superiore costa spesso quanto o solo pochi euro in più rispetto alla vecchia linea. L’ostacolo economico, dunque, non esiste. Il prezzo è diventato una variabile neutra: l’unico vero discriminante è la disponibilità reale dell’infrastruttura. Col FWA è praticamene lo stesso, forse c’è anche un piccolo risparmio. Di tempo. Di manutenzione. Di assistenza. Di sviluppo. Tutte cose positive, insomma.
Non si spegne il vecchio se il nuovo non funziona: la cautela necessaria
In questo contesto, il tema dello switch-off (lo spegnimento) della rete in rame è delicatissimo. Lo spegnimento non può essere usato come una clava per forzare i cittadini a passare alla fibra. Deve essere, al contrario, la naturale conseguenza di una rete sostitutiva già pronta.
Spegnere il rame prima di aver garantito una fibra capillare, realmente attivabile e vendibile ovunque, significherebbe lasciare migliaia di persone e imprese senza alcuna connessione. La rete in rame potrà essere dismessa solo quando la fibra avrà raggiunto lo stesso livello di affidabilità e presenza fisica.
C’è poi da dire che è sbagliato imporre la fine del rame per dare un vantaggio economico agli operatori solo-fibra. Oggi possiamo dire con chiarezza che le aree bianche erano in digital divide infrastrutturale ma anche economico e culturale. Quindi anche quando arriva la fibra, in molte aree depresse non ci sono utenti interessati (digital divide culturale) o aziende e imprese che necessitino di particolari performance ottiche (digital divide economico). E’ triste? E però è un fatto. Non ci deve stupire, va solo accertato. Se non fossero state aree bianche affette da queste dinamiche tipiche, non ci sarebbe stato bisogno di sussidi e nemmeno sarebbero stati giustificati gli Aiuti di Stato. Dunque non c’è molto da stupirsi se quando arriva la fibra in un borgo quasi disabitato, o con poche anime, nessuno la attiva. E’ preoccupante semmai aver creduto che si ripopolasse di persone e aziende, in seguito all’arrivo della fibra ottica.
L’Europa frena: addio ai termini perentori, vince la gradualità
Anche a Bruxelles il vento è cambiato. La Commissione Europea ha capito che imporre scadenze rigide (come lo spegnimento totale del rame entro il 2030) era irrealistico per molti Stati membri, Italia in testa. Alcuni operatori infrastrutturati dipendono dal rame, il loro bilancio lo dice chiaramente. Un esproprio silenzioso farebbe perdere migliaia di posti di lavoro e comunque non produrrebbe alcun vantaggio. Solo spese per lo Stato e disagio dei cittadini, delle imprese e delle PA nelle zone in divario digitale di secondo livello.
Il recente Digital Networks Act propone ora un approccio molto più prudente e graduale, spostando l’orizzonte al 2035 o addirittura al 2039. La parola d’ordine non è più “obbligare”, ma “condizionare”: lo spegnimento della vecchia rete avverrà solo quando le alternative funzionali saranno effettivamente disponibili per tutti, senza lasciare nessuno in una zona d’ombra digitale. Ma sembra tutta carta prodotta per scopi burocratici da cui nessuno, finora, riesce ad estrarre un valore effettivo per i cittadini.
Soldi pubblici e cantieri infiniti: chi risponde dei lavori incompiuti?
Nelle aree oggetto dell’intervento pubblico, BUL prima e PNRR poi, dove sono stati investiti miliardi di euro di soldi pubblici per risolvere il divario digitale, la situazione è paradossale. Molti cantieri risultano formalmente chiusi, ma i servizi non sono ancora attivabili dai cittadini.
Persiste una mancanza di responsabilità chiara sui risultati finali: non basta dire che la fibra è stata “posata”, bisogna garantire che ogni civico previsto dal piano, o meglio, dai piani, sia “vendibile” e attivabile davvero. Chi controlla che i soldi dei contribuenti abbiano prodotto una rete davvero funzionante e non solo dei cavi interrati che nessuno può utilizzare? Forse dovremmo andare verso una grande rendicontazione che misuri non solo lo sviluppo ma anche l’efficacia degli Aiuti di Stato, ma per far questo forse serve un soggetto veramente terzo. Altrimenti rischiamo l’auto-compiacimento. Un’indulgenza su cui nessuno può validamente sentirsi a suo agio.
L’alibi della “scarsa domanda”: un trucco per coprire i ritardi industriali
In conclusione, è necessario smontare la narrazione ufficiale che va sotto i numerosi tecnicismi come “switch off” del rame, “take up” della fibra. Continuare a dire che il problema è la “mancanza di domanda” da parte degli italiani è un alibi perfetto per alcuni decisori e per alcuni grandi operatori. È una strategia che sposta la responsabilità del fallimento digitale sulle spalle degli utenti, nascondendo i veri colpevoli: i ritardi industriali, le inefficienze realizzative e una gestione burocratica dei cantieri che non tiene conto delle necessità concrete della popolazione. Gli italiani non stanno aspettando di essere convinti; stanno aspettando, semplicemente, che qualcuno passi quel cavo o attivi il servizio, niente di più. Sui soldi spesi finora, su quanti ancora se ne andranno a spendere, rimandiamo ad un prossimo approfondimento.











