È un futuro che non abbiamo chiesto, che non abbiamo votato, ma che è già qui, silenzioso e pervasivo. Eppure, in questo scenario che sembra scivolare verso un’inevitabile omologazione tecnologica d’importazione, si leva una voce diversa, una resistenza lucida che arriva in occasione di un’audizione parlamentare, dal Politecnico di Torino che ha messo nero su bianco un concetto che dovrebbe essere il pilastro di ogni politica industriale moderna: “insistere perché la tecnologia sia europea/italiana”. Non è un suggerimento, è un imperativo sottolineato, un punto imprescindibile e non negoziabile. È il manifesto di chi ha un sogno in mezzo a un mondo addormentato; è la speranza coltivata di chi crede che l’autodeterminazione passi inevitabilmente per il controllo inteso come governance della tecnologia.
Dario Denni: “L’uso dei droni per la consegna dei pacchi e le auto a guida autonoma sono l’emblema di un futuro che non abbiamo chiesto ed è già qui. Ho letto alcuni contributi presentati nel dibattito parlamentare, uno su tutti, del Politecnico di Torino, mi ha colpito: “insistere perchè la tecnologia sia europea/italiana”. Sottolineato. Tra i punti imprescindibili, non negoziabili. Serve per dire che ci sono persone che hanno un sogno senza essere “sognatori”, un sogno come una speranza che va coltivata e ci si deve credere”.
Sommario
La Mobilità autonoma come Nuovo Perimetro di Sovranità Digitale
Perché è così vitale che un drone o un’auto a guida autonoma parlino italiano o europeo, non solo nell’interfaccia utente ma nella loro architettura profonda? Perché questi mezzi non sono semplici veicoli; sono sensori mobili ad alta precisione. Un’auto a guida autonoma mappa costantemente l’ambiente circostante in 3D, registra i flussi di traffico, le abitudini dei pedoni, le targhe, i volti e le criticità strutturali delle nostre strade. Raccoglie tutti i dati delle nostre vite. Un semplice sensore di pressione dei pneumatici può raccontare chi guida, quante persone sono a bordo, cosa hanno fatto sulla base dei luoghi, della prossimità a cliniche, scuole, case, negozi.
Se la tecnologia che gestisce questa enorme mole di dati è di proprietà di un colosso extra europeo, noi stiamo letteralmente regalando la planimetria dinamica e sensibile della nostra nazione, intesa come Stato territorio e come Popolazione. Cediamo la sovranità su ogni aspetto della nostra vita. Come abbiamo già visto per il cloud e per i dati biometrici dei wearable, il rischio è quello di diventare sudditi di un’efficienza che non controlliamo e che può essere “spenta” o ricalibrata da un board di amministrazione a migliaia di chilometri di distanza, per ragioni geopolitiche o puramente commerciali. A tacere del fatto che tutta le tecnologia è dual use, i droni certamente lo sono e le auto non di meno sono principalmente software e dati.
La lunga strada per l’autonomia strategica europea
Spesso, chi invoca la necessità di una tecnologia nazionale viene liquidato come un nostalgico o un illuso. “Il mercato è globale”, dicono i realisti del saper comprare (o saper stare al mondo, molti filosofi hanno approfondito il tema esistenziale, ontologico, l’autodeterminazione ecc). Ma il vero realismo oggi è quello del Politecnico di Torino. Insistere sulla tecnologia locale significa proteggere la catena del valore, la nostra civiltà. Quindi va ben oltre l’aspetto sicuritario o codicistico.
Il dibattito sull’autonomia strategica dell’Unione Europea si fa sempre più urgente a fronte di un mercato globale dominato da attori extra-UE, un quadro generale approfondito nella Sovranità Digitale Europea e Autonomia Strategica: la Guida Completa, che delinea la necessità di stimolare la produzione tecnologica interna nei settori del cloud, dei dati e delle tecnologie dual-use, piuttosto che affidarsi cecamente alle importazioni. Questa esigenza di indipendenza è strettamente legata all’evoluzione normativa, come evidenziato nell’analisi su Sovranità digitale europea: AI Act, cloud e regolazione del mercato tecnologico, dove la regolamentazione delle tecnologie emergenti viene vista non come un semplice freno burocratico, ma come un vero e proprio strumento di difesa e affermazione della sovranità continentale.
Se l’Europa non accelera lo sviluppo di soluzioni proprie, il rischio concreto è quello di scivolare in una condizione di subalternità verso i colossi d’oltreoceano. Questa preoccupazione emerge chiaramente nella riflessione geopolitica de La sovranità che scivola via. Tra tecnomonarchi, subalternità europea e il coraggio delle idee, che fotografa il pericolo di trasformarsi in una sorta di “colonia digitale”, portando come esempio lampante i sistemi di trasporto del futuro. La concretezza di tale scenario è testimoniata dal fatto che le auto a guida autonoma Waymo pronte ad invadere il vecchio continente, un’espansione commerciale che rischia di sottrarre all’Europa il controllo sui dati e sulla mobilità intelligente, evidenziando il forte divario con la rapidità degli investimenti americani.
Questa rincorsa tecnologica non riguarda solo l’ambito civile, ma si intreccia a doppio filo con le applicazioni strategiche e della difesa, un tema sviscerato nel focus su L’Ascesa degli Agenti e l’evoluzione dell’AI: robot e droni per il Pentagono, che mappa i massicci progressi della robotica e dei sistemi autonomi militari statunitensi e le loro inevitabili ricadute sugli equilibri europei. Per rispondere a queste sfide e invertire la rotta, una delle leve più potenti a disposizione delle istituzioni comunitarie risiede nella riforma della spesa pubblica, una tesi sostenuta con forza nell’articolo dedicato a Appalti Pubblici e Sovranità Tecnologica: la nuova politica industriale europea. Sarebbe necessario a questo punto, utilizzare i bandi e le commesse pubbliche in modo strategico, orientandoli verso lo sviluppo di droni, sistemi autonomi e software di matrice europea, trasformando così la spesa pubblica nel motore di una vera rinascita industriale e tecnologica per il continente.
Dobbiamo partecipare attivamente alla competizione globale come produttori di soluzioni, non come meri consumatori di licenze e di tecnologia eteronoma. Anche in questo caso, il procurement pubblico è una leva fenomenale. Ogni bando per la logistica urbana, ogni sperimentazione di smart city, dovrebbe avere come requisito la sovranità tecnologica. Dobbiamo avere cura della crescita delle nostre PMI e dei nostri spin-off universitari. Sono loro i custodi di quel “saper fare” che impedisce a una nazione come la nostra, di scivolare nella sudditanza.
Aggiornamento del 13 marzo 2026: Romania e Ucraina hanno stretto un’alleanza strategica per produrre insieme droni militari.
L’accordo è stato firmato a Bucarest dai presidenti Zelenskyy e Dan. I velivoli saranno costruiti nelle fabbriche rumene, garantendo una sede sicura. Il progetto sfrutterà l’avanzata esperienza tecnica maturata dall’Ucraina sul campo. Il finanziamento sarà supportato dal fondo europeo per la difesa SAFE.
Trattandosi di un Paese NATO e UE, la Romania offre una cornice di stabilità. Questo patto segna una svolta storica nei rapporti tra i due vicini.
In passato, tra le due nazioni esisteva un clima di forte diffidenza. Tuttavia, l’invasione russa ha spinto i due Paesi a collaborare strettamente. Il presidente Dan ha dichiarato che la vecchia “sfiducia” è ormai svanita. Zelenskyy ha ringraziato la Romania per l’aiuto costante ricevuto finora. L’obiettivo è potenziare la difesa ucraina e l’industria bellica regionale. La produzione congiunta ridurrà la dipendenza dalle forniture estere. Si tratta di un passo decisivo per la sicurezza dei confini orientali dell’Europa.
Il primato dei droni in Ucraina: la figura di Dici Mykhailo Fedorov
Dici Mykhailo Fedorov e dici guerra ibrida. Non ha mai indossato una uniforme, non ha fatto il servizio militare. Alle spalle, un passato da imprenditore del marketing tech e da ministro della Trasformazione digitale. Eppure, a soli 35 anni, guida la Difesa di un Paese in guerra da oltre quattro anni. Arrivato a palazzo dopo la caduta del primo consigliere del presidente Andriy Yermak e il successivo rimpasto, il giovane neoministro ha messo subito le cose in chiaro portandosi dietro una squadra di giovani consiglieri, analisti dei dati e perfino un tavolo da ping pong nei corridoi. Più una startup che uno stato maggiore. Droni, sensori, sistemi autonomi, intelligenza artificiale, dati raccolti e rimessi in circolo quasi in tempo reale per correggere errori e aumentare l’efficacia. Il futuro del conflitto non passa soltanto dalla resistenza, ma dalla capacità di innovare più in fretta del nemico. Con un obiettivo dichiarato che colpisce per freddezza: aumentare in modo sistematico le perdite nemiche. Un evangelista della guerra moderna, lo definisce il New York Times che gli dedica un lungo ritratto. E un anti burocrate in grado di rappresentare un’alternativa al retaggio sovietico che ancora serpeggia nei reparti militari ucraini. Se la guerra diventa matematica dell’attrito, il ministro si toglie la giacca, indossa la felpa e diventa un manager messo al comando per attuare una transizione forzata: l’ucraina non può battere la Russia sulla massa, e allora deve provare a batterla in velocità, in adattamento e innovazione tecnologica. Il mezzo cardine sono droni economici e sacrificabili, automazione, software militari, archivi video per addestrare modelli di Ai, integrazione continua tra chi combatte al fronte, chi sviluppa e chi decide. Il modello di gestione, quello della Silicon Valley.
Ma la guerra non è una piattaforma digitale. E il nodo politico di Fedorov sta proprio qui. Da una parte c’è il ministro che gira tra expo di droni, chiede agli sviluppatori se un velivolo «può essere più grande», misura risultati e pensa per cicli rapidi. Dall’altra ci sono generali e comandanti, alcuni cresciuti durante l’epoca sovietica, che continuano a fare i conti con trincee, assalti, perdite, logistica, tempi lunghi e catene di comando che non si lasciano comprimere in una dashboard. A tornare utile al governo è anche il suo rapporto con la Silicon Valley, in testa Palantir. Secondo il New York Times, dopo un incontro con l’amministratore delegato Alex Karp, Fedorov ha parlato di una collaborazione più stretta per integrare ulteriormente l’intelligenza artificiale nella guerra: analisi degli attacchi aerei, trattamento dei dati di intelligence, pianificazione di operazioni in profondità. Per i suoi sostenitori è il modo più realistico di affrontare una guerra che l’ucraina non può vincere per peso demografico o industriale. Per i critici è il rischio opposto: credere che il fronte possa essere governato come un sistema da ottimizzare, senza tenere fino in fondo conto dei dilemmi etici e politici che l’uso dell’intelligenza
Taiwan fabbrica droni senza componenti cinesi
L’invasione dell’Ucraina nel 2022 ha segnato una svolta epocale per l’industria bellica di Taiwan, trasformando radicalmente il suo ruolo nello scacchiere tecnologico mondiale. Storicamente nota come una delle maggiori importatrici di armamenti pesanti dagli Stati Uniti, l’isola ha deciso di sfruttare la propria eccellenza nella produzione di precisione per diventare un polo leader nella fabbricazione di droni. Aziende come la Kunway Technology, che inizialmente si occupavano di agricoltura, hanno convertito la produzione per realizzare quadricotteri militari capaci di trasportare carichi esplosivi significativi a velocità elevate. Questo cambiamento non risponde solo a un’opportunità di mercato, ma riflette una precisa strategia di sicurezza nazionale volta a colmare il divario numerico con le enormi flotte di droni della Cina continentale.
Il vero valore aggiunto della produzione taiwanese risiede nel concetto di filiera “non rossa”, ovvero la totale esclusione di componenti di fabbricazione cinese. In un mondo in cui Pechino controlla quasi l’80% del mercato globale dei droni, Taiwan si propone come l’unica alternativa sicura per le democrazie occidentali preoccupate dallo spionaggio informatico e dai rischi di interruzione delle forniture. Sebbene eliminare ogni singolo pezzo cinese — dai magneti in terre rare ai motori — comporti costi di produzione più elevati, la domanda è esplosa. Le esportazioni sono cresciute di decine di volte in un solo anno, trovando uno sbocco fondamentale in Ucraina attraverso partner europei come la Polonia e la Repubblica Ceca, dove i droni taiwanesi vengono messi alla prova direttamente sul campo di battaglia.
Il governo di Taipei sostiene questo sforzo con investimenti miliardari mirati a colmare le attuali lacune tecnologiche, come la produzione interna di chip specifici per il controllo del volo e il posizionamento satellitare. L’obiettivo è raggiungere la completa indipendenza produttiva entro il 2027 e triplicare la capacità manifatturiera nei prossimi anni. Questa accelerazione serve anche come rassicurazione strategica nei confronti degli Stati Uniti, dimostrando che Taiwan può essere un partner autosufficiente e un fornitore affidabile per il Pentagono, indipendentemente dalle future variazioni nelle politiche estere americane o dalle possibili intese diplomatiche tra Washington e Pechino.
Nonostante il successo iniziale, il percorso presenta ancora ostacoli significativi che Taiwan dovrà gestire con cautela. A livello interno, le tensioni politiche e l’opposizione parlamentare potrebbero frenare gli aumenti della spesa per la difesa, mentre a livello internazionale esiste il timore che una futura fine delle ostilità in Ucraina possa saturare il mercato o ridurne la domanda. Tuttavia, la determinazione nel creare una catena di approvvigionamento tecnologico sicura e trasparente sta già portando le aziende taiwanesi a espandersi globalmente, con nuovi stabilimenti previsti negli Stati Uniti e collaborazioni in India. In definitiva, Taiwan sta scommettendo sulla crescente diffidenza dell’Occidente verso la tecnologia cinese per consolidare il proprio ruolo di pilastro insostituibile nella difesa democratica globale.

