Vai al contenuto
Home » Archivio » Giovani e impatti sul lavoro dell’intelligenza artificiale

Giovani e impatti sul lavoro dell’intelligenza artificiale

L’intelligenza artificiale sta spaventando molti lavoratori d’ufficio che temono di essere sostituiti, ed è naturale che sia cosi. In tanti affermano che non sappiamo ancora quanti posti di lavoro origineranno proprio grazie all’uso dell’AI.

Eppure ci da una sonora sveglia uno studio di Goldman Sachs che conferma che perdere il posto a causa della tecnologia è più difficile da superare rispetto a un licenziamento comune. Chi viene sostituito dall’automazione impiega mediamente un mese in più a ricollocarsi e spesso deve accettare stipendi più bassi e ruoli meno prestigiosi perché le proprie competenze originali perdono valore. Dobbiamo solo prenderne atto perché non è un’opinione ma è suffragata da numeri.

Questo “declassamento professionale” ha effetti che durano per oltre dieci anni, con guadagni che crescono molto più lentamente rispetto a chi non ha mai perso il lavoro. Ovviamente la situazione diventa ancora più critica se il licenziamento avviene durante una crisi economica, esattamente quella che stiamo vivendo, portando a periodi di disoccupazione più lunghi, anche se imparare nuove abilità attraverso corsi di formazione aiuta concretamente a limitare i danni economici. Non è nemmeno una novità questa. Lo sappiamo da venti anni che ormai le competenze vanno aggiornate quotidianamente, si parla di apprendimento continuo. Non è un vezzo di pochi intellettuali ma coinvolge qualunque lavoro che implementa forme digitali di miglioramento. Nel coding occorre iniziare a seguire i giusti consigli di Savastano.

Al momento le opinioni degli esperti restano divise: alcuni temono che l’IA possa eliminare milioni di posti nei prossimi anni facendo salire la disoccupazione, mentre altri sono convinti che la tecnologia aumenterà la produttività e creerà professioni del tutto nuove, sottolineando che per ora i dati reali non mostrano ancora un’emergenza occupazionale. La verità come al solito è nel mezzo. Si, arriveranno nuovi lavori. Questo non toglie molto all’emergenza da affrontare. Specialmente adesso con le tensioni geopolitiche e gli impatti sull’economie mondiali. Nessuno è protetto. Nessuno sarà esente.

Curiosamente, lo studio citato oggi dal WSJ evidenzia che pur essendo un trauma che spinge a rimandare traguardi importanti come il matrimonio o l’acquisto di una casa, la perdita del lavoro colpisce meno duramente i giovani e i laureati. Queste categorie dimostrano infatti una maggiore capacità di adattamento e riescono a cambiare carriera verso settori più sicuri, recuperando terreno molto più velocemente rispetto ai lavoratori più anziani o meno istruiti. In definitiva, l’impatto dell’IA dipenderà molto dalla capacità dei singoli di riqualificarsi e dalla velocità con cui il mercato saprà generare nuove opportunità. Si dirà che anche questa non appare una grande novità. Nel senso che i giovani di solito hanno energie sufficienti per riproporsi in altre forme, in altri luoghi, in altre mansioni, accettando il cambiamento come un’opportunità positiva. Ma non è sempre così e non è cosi nemmeno per tutti i giovani. L’età sicuramente è un oscillatore dinamico che spaia le carte, disabbina le combinazioni, crea nuove visioni di medio termine. Tutto può essere rimesso in discussione. Ma ha un costo sociale enorme.

Allo stesso tempo, bisogna considerare che l’ansia legata all’automazione non riguarda solo il presente, ma affonda le radici in una trasformazione tecnologica profonda che costringe le persone a rivedere il proprio valore sul mercato. Quando un software prende il posto di un essere umano, il trauma non è solo finanziario ma anche psicologico, poiché il lavoratore vede svanire l’utilità di anni di studio e pratica in pochissimo tempo. Il senso di aver perso tempo è comune a coloro che vivono una sostituzione agentica, un allontanamento dagli interessi che hanno coltivato. E’ dalle abitudini che si fortifica l’uomo nel suo essere contributore della società e quindi anche con il lavoro. L’Italia non a caso lo riconosce nella Costituzione. Eppure il nostro Paese ha già oggi dinamiche di precarietà inaccettabili su cui occorrerebbe porre rimedio a livello continentale senza ulteriore indugio.

Chi si trova in questa condizione sperimenta spesso una carriera frammentata, dove i nuovi impieghi non offrono la stessa stabilità o le stesse garanzie di crescita del passato, creando un divario sempre più ampio tra chi possiede competenze tecnologiche e chi no. L’informatica pervade le nostre esistenze e senza banalizzare con l’avvento dell’AI in azienda gli sconvolgimenti possono essere di misure maggiori rispetto ai precedenti accadimenti tecnologici, anche del recente passato.

Sebbene il panorama possa sembrare scoraggiante, la storia delle rivoluzioni industriali suggerisce che la flessibilità è la chiave per la sopravvivenza economica a lungo termine. Per questo motivo, le istituzioni e le aziende dovrebbero investire massicciamente nell’aggiornamento costante dei dipendenti, trasformando il rischio di sostituzione in una possibilità di evoluzione verso compiti più creativi e strategici. Si pensa che i creativi siano una piccola porzione di lavoratori. Questo perché storicamente le aziende hanno ascritto a questa categoria un numero limitato di settori e di lavoratori. Tuttavia possiamo essere creativi in ogni scelta. Quotidianamente. E dunque, a maggior ragione, anche su un lavoro che appare meramente esecutivo.

Nonostante le fosche previsioni di alcuni analisti, il futuro del lavoro potrebbe non essere una semplice sottrazione di mansioni, ma una ridefinizione totale del rapporto tra uomo e macchina. In questo scenario, la resilienza delle nuove generazioni e la loro naturale propensione all’uso degli strumenti digitali rappresentano la risorsa più preziosa per navigare l’incertezza e costruire un’economia che sia al tempo stesso innovativa e inclusiva per tutti i tipi di lavoratori. Ci consoliamo con questo. Ma calandoci nella realtà italiana, ad esempio, con l’invecchiamento della popolazione e la crescita zero, il futuro non è così roseo come vorremmo.