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Google domina il business dei Cavi Sottomarini: si riduce il ruolo dei Telco

Il panorama delle infrastrutture globali sta attraversando una trasformazione tettonica che mette in discussione i pilastri storici della connettività mondiale. I sistemi di trasporto ottico sottomarino, un tempo asset strategici gestiti da consorzi di operatori incumbent, rappresentano oggi le arterie vitali dell’economia digitale e il baricentro del potere tecnologico. Negli ultimi anni, abbiamo assistito a un processo di disintermediazione infrastrutturale senza precedenti. Secondo le analisi di TeleGeography, la quota di banda internazionale detenuta dai giganti del contenuto quali AWS, Google, Microsoft e Meta è evoluta da livelli marginali nel 2010 fino a fagocitare il 75% della capacità totale odierna. Questo cambio di paradigma è cristallizzato dalla partecipazione diretta di questi hyperscaler a oltre due terzi dei progetti mondiali di posa, segnando il passaggio definitivo dal controllo degli operatori tradizionali a un’egemonia privata guidata dai detentori dei flussi di dati.

L’espansione aggressiva di Google nella regione Asia-Pacifico (APAC) costituisce l’esempio più vivido di questa nuova geografia del dominio. Attraverso la pianificazione di otto nuovi sistemi sottomarini proprietari, il colosso di Mountain View non sta semplicemente espandendo la propria capacità di rete, ma sta agendo come un vero e proprio architetto sovrano delle rotte transpacifiche. Questa concentrazione di potere infrastrutturale ridefinisce i rapporti di forza geopolitici, permettendo agli hyperscaler di dettare le specifiche tecniche e le direttrici dello sviluppo economico globale. Tale metamorfosi sta forzando i Legacy Tier-1 carrier a una brutale riconsiderazione del proprio ruolo strategico, spingendoli verso una necessaria quanto complessa integrazione subordinata in un ecosistema dove la loro leadership storica è stata ormai eclissata.

In questo scenario di predominio del cloud, l’importanza strategica delle telecomunicazioni tradizionali si è ridotta alla gestione della capillarità terrestre e della connettività dell’ultimo miglio, intesi come gli ultimi baluardi di rilevanza operativa per accedere ai mercati periferici. Tuttavia, questa sopravvivenza funzionale impone un adattamento architetturale coercitivo.

La tendenza dominante vede i giganti del contenuto installare apparecchiature di trasporto ottico proprietarie direttamente all’interno delle stazioni di atterraggio e nelle strutture di colocation. In ultima analisi, questo trasforma gli operatori incumbent in semplici fornitori di spazio e potenza mentre le stazioni di atterraggio decadono da nodi di scambio intelligenti a involucri passivi per hardware di terzi.

RegTech News torna ad occuparsi di cavi sottomarini e del loro impatto sulle Telecomunicazioni e sulla sovranità infrastrutturale.

Questa deriva verso l’isolamento infrastrutturale genera una crisi di visibilità senza precedenti per l’intero settore. Il ricorso sistematico alla “fibra spenta”, come nel caso dell’estesa rete transpacifica di Google, permette agli hyperscaler di “accendere” la capacità utilizzando apparati proprietari che bypassano il piano di controllo tradizionale dei gestori delle stazioni. Il traffico risultante rimane totalmente invisibile alle metriche di modellazione convenzionali, rendendo enormi volumi di dati opachi agli analisti. Questa “cecità” operativa impedisce una comprensione accurata dei flussi macroeconomici e trasforma la pianificazione strategica in un esercizio di navigazione parziale alla cieca, dove gli operatori perdono ogni controllo e visibilità sui dati che transitano fisicamente nei loro asset. A complicare ulteriormente il quadro interviene l’incognita dell’Intelligenza Artificiale, che introduce una dicotomia tra carichi di lavoro e monetizzazione.

L’impatto sulle telecomunicazioni tradizionali

Il rischio per le telco, come ha sempre sostenuto il CEO di TIM Pietro labriola, finisce ora per dover finanziare “autostrade digitali” per supportare servizi IA costosi senza disporre di strumenti per misurarne o monetizzarne il transito. In assenza di dati condivisi dai cloud provider, il settore si trova nell’impossibilità di pianificare con precisione gli investimenti, pur operando in un ecosistema tecnologico allargato che mobilita oltre 600 miliardi di dollari all’anno. Tale opacità informativa rappresenta un rischio di capitale critico in un momento in cui la disciplina finanziaria è diventata l’imperativo categorico.

L’analisi dei flussi di investimento nel quarto trimestre del 2025 conferma questa fase di estrema cautela. Il CAPEX globale delle società di telecomunicazioni ha registrato una crescita anemica dello 0,2% su base annua, attestandosi a 86,6 miliardi di dollari nel trimestre, mentre su base annuale la spesa è contratta dello 0,9% a quota 295,7 miliardi. Per il secondo anno consecutivo, l’investimento complessivo rimane al di sotto della soglia psicologica dei 300 miliardi di dollari, riflettendo una priorità data all’efficienza operativa guidata dall’IA piuttosto che all’espansione dell’hardware radio. Sebbene attori come Swisscom ed Etisalat abbiano mostrato picchi di crescita superiori al 40%, colossi come China Telecom e Telefonica hanno subito contrazioni drastiche, rispettivamente del 13,6% e del 12,3%, evidenziando una frammentazione nelle strategie di spesa globale.

È emblematico il caso cinese: l’incremento di spesa delle telco in infrastrutture IA e data center è stato completamente neutralizzato dai tagli ai budget radio e hardware post-5G. Questo fenomeno di sostituzione tecnologica indica che il futuro del settore non risiede più nella mera espansione della copertura, ma nella capacità di integrare intelligenza e infrastruttura fisica. In ultima analisi, la convergenza tra dominio degli hyperscaler e invisibilità dei flussi IA sta riscrivendo le regole del mercato, lasciando agli operatori tradizionali l’arduo compito di trasformarsi da gestori di reti a partner logistici in un ordine digitale dove la sovranità infrastrutturale sembra essere un ricordo del passato.

Infrastrutture e Sovranità: il caso italiano

Intervistato da Chora Media, il CEO di TIM Pietro Labriola ha fatto il punto della situazione.

Le telecomunicazioni sono caratterizzate da un EBITDA robusto ma da una conversione in Free Cash Flow (FCF) estremamente complessa a causa dell’intensità dei Capex. Negli ultimi anni, i ricavi degli OTT sono cresciuti del 130%, mentre quelli degli operatori infrastrutturali sono rimasti piatti o decrescenti, annullati dall’inflazione. Questa asimmetria è alimentata da una percezione distorta del valore da parte dell’utente.

Per rompere questa deflazione culturale, secondo Labriola l’industria deve iniziare a “forzare” il riconoscimento del valore. L’efficienza della rete nazionale non dipende solo dai chilometri di fibra posata, ma dalla densità tecnologica e dalla distribuzione geografica dei server. L’Italia affronta una sfida strutturale unica: posare la fibra FTTH nel nostro territorio costa mediamente 1400 euro per unità abitativa, contro i soli 400 euro della Francia. A questa asimmetria di costi si aggiunge un ARPU (ricavo medio per utente) drasticamente inferiore rispetto ai 40-50 dollari del mercato americano. Il vero nodo critico è tuttavia il “middle mile”, ovvero il backbone che collega la rete locale ai grandi centri di elaborazione. Attualmente, la connettività al Sud Italia può performare peggio che al Nord non per demerito del “tubo” finale, ma perché i dati devono viaggiare per centinaia di chilometri verso i data center concentrati a Milano o all’estero, degradando la latenza.

Il nostro, è un sistema fatto di eccellenti strade comunali che però mancano di autostrade digitali e interconnessioni regionali. Inoltre, il business è diventato una macchina da “cash-out” continuo: ogni due anni, l’evoluzione dei protocolli (come il passaggio al Wi-Fi 7) costringe gli operatori a fornire nuovi modem da 80 euro per servizi che l’utente non è disposto a pagare extra.

Per questo, la gestione dell’infrastruttura richiede una visione nazionalistica che eviti la fuga degli investimenti verso mercati esteri più redditizi, garantendo la capillarità dell’intelligenza di rete su tutto il territorio.

La Disparità Regolatoria secondo Labriola

Mentre le telecomunicazioni nazionali operano in un regime di iper-regolamentazione, le piattaforme globali godono di una flessibilità che sfiora l’extraterritorialità ha affermato il Ceo di TIM Pietro Labriola a Chora Media. Gli operatori sono costretti da normative anacronistiche a garantire assistenza umana 24/7 e a conservare documentazione cartacea, mentre gli OTT operano con algoritmi e processi digitali fluidi. Si è creata una realtà fisica soggetta a leggi nazionali contrapposta a un ecosistema virtuale che risponde a giurisdizioni estere. È la cosiddetta “Pax-Silicia”, dove un giudice americano ha potenzialmente più autorità sui dati dei cittadini europei rispetto a un magistrato nazionale. Questa asimmetria si riflette anche nelle regole di concorrenza: mentre nel settore energetico è permessa la retention del cliente, nelle telecomunicazioni le regole europee sulla portabilità immediata e il divieto di fidelizzazione hanno creato un mercato cannibalizzato.

Gli operatori nazionali pagano le frequenze e mantengono le torri, mentre soggetti esterni effettuano un “free riding” massiccio sulle infrastrutture.

L’avvento dell’intelligenza artificiale e del 5G Standalone impone un cambio di paradigma: la transizione dalla sovranità nazionale alla sovranità personale dei dati. L’utente deve poter rientrare in possesso della propria “chiave digitale” di informazioni, estraendola dai monopoli dei grandi hyperscaler per addestrare modelli di AI personali. Questo concetto di “data space” permetterà la creazione di gemelli digitali e la gestione di una vera “eredità digitale”, dove la profilazione e l’esperienza di una vita non restano asset nelle mani di Meta o Google, ma diventano un lascito trasferibile. Questa decentralizzazione è vitale per la sicurezza nazionale, specialmente in settori critici come l’automotive. La guida autonoma richiede una latenza minima e una stabilità che solo le reti 5G nazionali e i data center distribuiti possono garantire per assicurare la frenata immediata del veicolo. Soluzioni satellitari esterne dovrebbero essere respinte per queste applicazioni critiche: il rischio di “spegnimenti arbitrari” da parte di attori privati o potenze estere è un’ipoteca inaccettabile sulla sicurezza fisica dei cittadini.

Il Momento dell’Europa Digitale

L’Europa si trova davanti a un bivio fondamentale, ha concluso Labriola: è il momento della scelta, un “ora o mai più” dettato dalla velocità senza precedenti dell’intelligenza artificiale. I modelli di business sono destinati a un rimescolamento totale nei prossimi quattro anni, e il continente non può più permettersi di essere un semplice terreno di conquista per gli hyperscaler stranieri che drenano il 40% della spesa digitale europea.

È necessario superare l’iper-liberismo asimmetrico degli ultimi due decenni per favorire un modello regolatorio che permetta finalmente la remunerazione del capitale investito e l’innovazione sovrana.

La consapevolezza geopolitica acquisita con le recenti crisi deve ora tradursi in coraggio industriale e politico. Solo riscrivendo le regole del gioco e investendo in infrastrutture distribuite e reti 5G Standalone, l’Europa potrà trasformare la propria dipendenza tecnologica in una leadership resiliente, capace di proteggere i dati e la sicurezza dei propri cittadini in un mondo sempre più frammentato e competitivo.