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Il Digital Networks Act spiegato da Benoit Felten

Il panorama delle telecomunicazioni comunitario sta attraversando una fase di profonda incertezza con la presentazione del Digital Networks Act (DNA), la proposta legislativa pubblicata dalla Commissione Europea arrivata all’ultima fase di consultazione.

Già oggi, il testo non si limita ad voler armonizzare le infrastrutture digitali europee, ma poggia su una premessa di fondo che appare viziata da un pregiudizio normativo non supportato dai dati.

Ce lo spiega bene Benoit Felten, Managing Director di Fiberevolution.

L’approccio verso l’interconnessione IP (gli accordi tecnici e commerciali con cui le reti si scambiano il traffico internet) scaturisce infatti da una percezione di inefficienza che ignora i risultati del report BEREC del 2024, il quale descrive un mercato già oggi altamente competitivo e resiliente.

Tale spinta regolatoria non è un evento isolato ma rappresenta l’apice del lungo dibattito sul contributo equo (il cosiddetto fair share) iniziato nel 2023, quando i grandi operatori telefonici proposero l’imposizione di pagamenti diretti ai fornitori di contenuti.

Lo studio indipendente dell’esperto Benoit Felten evidenzia come questa evoluzione legislativa rischi di frammentare l’internet europeo anziché rafforzarlo.

Ignorare la natura efficiente delle negoziazioni volontarie attuali per favorire modelli di tassazione surrettizi prepara il terreno per un’espansione del controllo regolatorio che minaccia la stessa competitività geopolitica dell’Unione Europea nel confronto con i giganti tecnologici globali.

La portata trasformativa della proposta si manifesta con particolare criticità nell’Articolo 9.2, che sancisce una metamorfosi del regime di autorizzazione (il set di obblighi normativi per operare nel mercato). Questa norma estende la giurisdizione comunitaria a soggetti precedentemente esclusi, includendo le reti private e i fornitori di servizi della società dell’informazione (servizi digitali forniti su richiesta e a distanza secondo la Direttiva UE 2015/1535), definiti ISS.

L’ambiguità terminologica del testo vincolante permette un’interpretazione talmente vasta da poter colpire non solo le piattaforme cloud ma anche istituti bancari, testate giornalistiche online e aziende di trasporto. Esiste una contraddizione palese tra il Considerando 43, che sembrerebbe voler limitare l’applicazione alle reti destinate al pubblico, e gli articoli operativi che invece lasciano spazio a interpretazioni estensive da parte dei regolatori nazionali. In questo quadro normativo incerto, persino le Content Delivery Networks (reti di server distribuite per velocizzare la consegna dei contenuti) verrebbero equiparate a operatori di rete pubblica, esponendo attori globali come Amazon, Apple e Meta a oneri burocratici sproporzionati.

Questa espansione della sovranità digitale europea rischia di trasformarsi in un boomerang normativo, poiché l’inclusione in tale regime rappresenta solo il primo passo verso l’imposizione di oneri finanziari mascherati da strumenti di conciliazione.

Il cuore strategico della proposta di DNA risiede negli Articoli 191-193, dove viene delineato un meccanismo di conciliazione tra operatori di rete e altre imprese del settore digitale. Sebbene lo strumento venga presentato come una procedura volontaria finalizzata alla cooperazione tecnica, la clausola di revisione a 36 mesi ne preannuncia una futura obbligatorietà che preoccupa gli analisti.

Il rischio reale è che questo processo venga utilizzato strumentalmente dai grandi operatori di telecomunicazioni per forzare il pagamento di tariffe di terminazione (il costo pagato per consegnare il traffico a una rete specifica). Si punta in definitiva all’introduzione di un arbitrato a offerta finale (un modello di risoluzione delle controversie dove l’arbitro sceglie una delle due proposte definitive delle parti) che potrebbe scardinare il modello del peering (lo scambio gratuito e reciprocamente vantaggioso di traffico tra reti).

Attraverso la manipolazione di questa procedura, gli operatori dominanti potrebbero creare il falso presupposto di una crisi di mercato inesistente per ottenere decisioni favorevoli dai regolatori. Come analizzato nello studio di Felten, questa potenziale distorsione del mercato creerebbe i presupposti legali per le tasse di rete, con conseguenze economiche dirette sull’intero ecosistema digitale europeo.

Le ricadute derivanti dall’introduzione di queste tasse di rete delineano un paradosso dell’innovazione che colpisce al cuore la competitività continentale. La Commissione Europea incoraggia lo sviluppo di reti a capacità superiore ma contemporaneamente penalizza l’aumento del traffico dati che ne giustifica gli investimenti. Un incremento forzoso dei costi per il transito IP (il servizio a pagamento per connettersi all’intera rete internet) produrrebbe un effetto a cascata deleterio per le piccole e medie imprese europee, le quali vedrebbero erosi i propri margini di crescita.

Oltre al danno economico, si profila un sensibile degrado della qualità dell’esperienza per l’utente finale (la percezione della fluidità e velocità dei servizi online). Se le rotte dei dati smettono di essere guidate dall’efficienza tecnica per essere determinate dai vincoli degli arbitrati sui costi, la resilienza della rete europea ne uscirà compromessa. L’aumento della latenza (il ritardo nella trasmissione dei dati) diventerà un ostacolo insormontabile per i servizi di telemedicina e le applicazioni industriali di nuova generazione. In questo modo, l’Europa rischierebbe di scivolare verso una gestione infrastrutturale burocratica, allontanandosi dagli standard di eccellenza globale e favorendo indirettamente i mercati digitali più aperti e meno gravati da oneri di transito artificiali.

Il Digital Networks Act presenta criticità strutturali che minacciano di frammentare l’internet europeo e alimentare un’inflazione digitale insostenibile per cittadini e imprese. Per evitare questi rischi sistemici, è necessario che il processo di co-decisione porti a un netto pivot strategico, focalizzando la regolamentazione solo sui punti di fallimento critici già coperti da norme consolidate come la NIS2 (la direttiva europea sulla sicurezza delle reti e dell’informazione).

La priorità legislativa deve essere l’esclusione esplicita delle reti private e delle Content Delivery Networks dal perimetro dell’Articolo 9.2, eliminando ogni possibile trappola interpretativa che possa portare alla tassazione del traffico. L’Europa non deve percepire il dinamismo digitale e l’aumento dei dati come un peso infrastrutturale da correggere ma come un motore indispensabile di crescita economica.

È fondamentale rifiutare qualsiasi meccanismo di arbitrato obbligatorio che possa essere strumentalizzato per alterare le dinamiche competitive di un mercato dell’interconnessione che ha già ampiamente dimostrato la propria efficienza tecnica e commerciale. Solo attraverso la salvaguardia di un ecosistema aperto e libero da tasse di rete sarà possibile garantire che l’innovazione continui a essere un pilastro fondamentale della sovranità digitale europea.