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Investimenti fantasma nell’AI: la lezione dal Regno Unito che l’Italia deve imparare prima che sia troppo tardi

Oggi il Guardian ha dato alle stampe un’inchiesta che non è solo cronaca giornalistica, ma una vera e propria autopsia del marketing politico contemporaneo sull’intelligenza artificiale sovrana. Sembra che la narrazione degli investimenti multimiliardari in data center e intelligenza artificiale, sia sbandierata dai governi europei come il nuovo “Piano Marshall” tecnologico, è spesso una collezione di favole strategiche prive di fondamenta.

Dario Denni: L’inchiesta del Guardian sugli “investimenti fantasma” nel Regno Unito svela che i miliardi annunciati per l’AI sono spesso semplici operazioni di marketing su vecchi data center. L’Italia rischia lo stesso errore, scambiando il leasing di capannoni stranieri e l’installazione di chip Nvidia per vera sovranità tecnologica. Senza un piano industriale serio, regaliamo energia e dati ai colossi USA in cambio di pochissimi posti di lavoro reali.

Il titolo del quotidiano britannico è un disvelamento dei piani di Downing Street: “Le affermazioni del Regno Unito sull’intelligenza artificiale si basano su ‘investimenti fantasma’”. La sostanza dell’articolo è ancora più brutale. Società come CoreWeave e Nscale, entrambe strettamente orbitanti nell’ecosistema Nvidia, sono riuscite a farsi confezionare comunicati stampa governativi trionfalistici. Si parlava di miliardi di sterline, di “nuovi” poli tecnologici d’avanguardia, migliaia di posti di lavoro qualificati e la nascita di un supercomputer sovrano. La realtà riscontrata sul campo? Un mix di immobili fantasma, leasing di capannoni vecchi di vent’anni e hardware semplicemente spostato da un continente all’altro.

Anatomia di un bluff: il caso britannico e i suoi segnali premonitori

Per capire cosa rischiamo in Italia, bisogna guardare da vicino cosa è successo oltremanica, dove la corsa all’AI ha assunto i tratti di una febbre dell’oro senza miniere:

  • L’illusione di CoreWeave: L’annuncio di un investimento da 1 miliardo di sterline aveva fatto esultare l’allora governo Sunak, pronto a celebrare la nascita di “due nuovi data center sulle nostre coste”. Il controllo dei fatti è stato impietoso: non esiste un solo mattone nuovo. Si tratta di chip Nvidia installati in infrastrutture già esistenti, risalenti al 2002 e al 2015, peraltro già locate a colossi come Google e Fujitsu. L’investimento reale? Un mero trasferimento di hardware da Taiwan, i costi di affitto e la bolletta elettrica. Nulla che possa definirsi una crescita strutturale del patrimonio infrastrutturale nazionale.
  • Il miraggio di Nscale: Qui la promessa saliva a 2,5 miliardi di dollari per un supercomputer a Loughton entro il 2026. “Contratto firmato”, dicevano i palazzi del potere. Eppure, quando gli inviati del Guardian hanno visitato il sito a febbraio 2026, si sono trovati di fronte a un deposito di impalcature. La richiesta di pianificazione urbanistica è stata depositata solo dopo che i giornalisti hanno iniziato a porre domande scomode. La replica del governo? Un’ammissione candida quanto inquietante: “Non è un contratto formale, è solo un’intenzione di impegnare capitale”.
  • Il nodo energetico: Nel Lanarkshire si è parlato con leggerezza di 1 GW di energia rinnovabile destinata all’AI, una potenza equivalente a una centrale nucleare. Al momento, la capacità reale è di 24 MW.

Il Dipartimento per la Scienza, Innovazione e Tecnologia (DSIT) britannico continua a recitare il mantra degli “oltre 100 miliardi di investimenti privati”. Tuttavia, quando si scende nel dettaglio dei contratti e delle verifiche, cala il sipario: o si riceve il silenzio, o la risposta è che il governo non ha il compito di verificare la veridicità degli annunci dei privati. Un’abdicazione totale del ruolo di controllo dello Stato?

La fotocopia italiana: stessa sceneggiatura, stessi attori, l’illusione dell’avanguardia

Questa commedia dell’assurdo, che io ho spiegato spesso con Ionesco, non è un’esclusiva britannica. Chiunque segua le mie analisi sa che questo copione circola negli uffici di Roma e Bruxelles già da tempo. In Italia, stiamo vivendo la stessa stagione di euforia ingiustificata.

Quando AWS annuncia miliardi di euro a Milano, o quando Microsoft e Google lanciano i loro piani di espansione, la politica parla con orgoglio di una “nuova stagione dei data center”. Esultiamo come se avessimo vinto un Mondiale, senza accorgerci che stiamo festeggiando la nostra stessa colonizzazione digitale. Quasi sempre, dietro queste cifre, si nasconde il solito schema: leasing di capannoni industriali dismessi, installazione di GPU Nvidia prodotte altrove e contratti di colocation che non lasciano nulla sul territorio se non il calore di scarto, consumo del suolo e di acqua e di energia.

La spesa pubblica italiana continua a essere drenata verso il cloud extra-UE. Le nostre società di telecomunicazioni, invece di costruire alternative sovrane, sembrano rassegnate a fare da “orchestratori” o semplici rivenditori per Microsoft, Oracle e Google. Il progetto EURO-3C? Un investimento da 75 milioni di euro per un proof-of-concept. Una cifra ridicola se paragonata alle decine di miliardi che un singolo hyperscaler americano investe ogni anno.

E poi c’è il tema dell’energia, il vero collo di bottiglia del prossimo decennio. Come scrivevo a gennaio, gli hyperscaler stanno cambiando strategia: passano dall’acquisto di energia operativa al controllo dei capitali nella generazione elettrica. Vogliono possedere la fonte. In Italia si fantastica di passare da 0,5 a 5 GW di potenza per i data center AI entro dieci anni. È un’ambizione che sfida le leggi della fisica e dell’economia: una tale impennata della domanda, senza un piano industriale serio e autonomo, farà esplodere i prezzi dell’elettricità per le famiglie e le piccole imprese italiane, tutto per alimentare i server di aziende che non pagano le tasse qui.

La verità scomoda: infrastrutture militari mascherate da civili

Dobbiamo smetterla di considerare i data center degli hyperscaler americani come semplici infrastrutture civili. Sono, a tutti gli effetti, infrastrutture strategiche e militari. Abbiamo visto come un attacco a un drone nel Medio Oriente abbia avuto il potere di spegnere i servizi cloud di tre nazioni. Un Executive Order di una futura amministrazione americana potrebbe, dall’oggi al domani, tagliare l’accesso europeo ai servizi critici.

Eppure, noi continuiamo a stendere tappeti rossi: regaliamo terreni, acceleriamo i permessi con corsie preferenziali e affidiamo loro appalti pubblici vitali.

  • I posti di lavoro? Sono pochissimi, estremamente specializzati e spesso coperti da personale importato dalle sedi centrali.
  • Il know-how? Il cuore tecnologico e algoritmico resta a Santa Clara e Redmond.
  • La crescita? Resta confinata nei comunicati stampa patinati, svanendo quando si prova a misurare l’impatto reale sul PIL locale.

Un piano d’azione per non affondare

Superando la propaganda, ecco i pilastri da cui ripartire:

  1. Procurement pubblico sovrano: Lo Stato deve smettere di essere il miglior cliente dei colossi americani. Dobbiamo premiare i cloud provider europei, segnatamente quelli italiani per farli crescere e scalare.
  2. Localizzazione dei dati e AI Private: I dati critici della Pubblica Amministrazione e delle imprese strategiche devono risiedere su infrastrutture controllate nazionalmente, native, locali. L’AI deve essere “privata” e protetta da ingerenze esterne.
  3. Indipendenza Energetica: Non possiamo permettere che gli hyperscaler stranieri controllino sia la capacità di calcolo che la generazione elettrica nazionale. Serve un piano energetico che vincoli l’insediamento dei data center alla creazione di nuova capacità rinnovabile ad uso collettivo.
  4. Certificazione degli investimenti: Siamo sommersi da comunicati stampa con numeri “non provati” e posti di lavoro non riscontrabili nella realtà.