L’Indice di Resilienza Digitale (chiamato IRN in francese, o DRI in inglese) è un nuovo strumento lanciato il 26 gennaio 2026 a Bercy, durante la prima Conferenza sulla Sovranità Digitale francese. Creato da tre esperti – Yann Lechelle (CEO di Probabl), David Djaïz (Ascent Partners) e Arno Pons (Think Tank Digital New Deal) – con l’associazione aDRI (Association for Digital Resilience Initiative), serve come una “bussola” per le aziende e le organizzazioni. L’obiettivo? Misurare quanto un’azienda dipende da tecnologie straniere (soprattutto USA o altri paesi extra-europei) per i suoi sistemi informatici critici. Oggi l’Europa spende miliardi in servizi cloud, software e hardware controllati da giganti esteri: questo crea rischi per la sicurezza, l’economia e l’autonomia. L’indice valuta 20 criteri importanti, ispirati alla certificazione B Corp (quella ambientale).
RIF: https://thedigitalresilience.org
Per ognuno si guarda:
- Dove sono i dati (localizzazione geografica)?
- Interoperabilità (si può cambiare fornitore facilmente)?
- Diversificazione dei fornitori?
- Dipendenza da catene di fornitura estere?
- Capacità di gestire servizi critici da soli?
- Potere contrattuale, ecc.
Per ogni criterio si assegna un punteggio da 1 a 5 (o più livelli):
- 1 punto se solo documentato
- 3 punti se ci sono risorse dedicate
- 5 punti se testato e dimostrato con risultati concreti
Il totale massimo è 100 punti. Superata una certa soglia, l’azienda è considerata “resiliente”. La griglia di valutazione è aperta e gratuita su GitLab.
Ci sono due modi per usarlo:
- Autovalutazione gratuita, fai da te.
- Certificazione a pagamento, con audit e supporto dall’associazione.
Ora non possiamo non osservare in che rapporto questo Indice francese si possa porre con lo strumento europeo ufficiale, il cosiddetto “sovereignty score” inserito dalla Commissione nel Cloud Sovereignty Framework del 2025, resta il fatto che entrambi i sistemi non prevengono e nemmeno ostacolano il meccanismo permette una forma di “sovereign washing”: molte aziende ottengono punteggi alti pur restando fortemente dipendenti da infrastrutture extra-UE, tra cui le stesse region degli Hyperscaler americani in Europa dentro società di diritto tedesco o irlandese. Ci sovranizzano? Forse si.
Di conseguenza, invece di favorire una vera autonomia, l’approccio europeo finirebbe per legittimare i contratti esistenti con i giganti d’oltreoceano. In questo contesto, l’indice francese potrebbe essere percepito come più concreto, perché si concentra sulle singole aziende e spinge a cambiamenti reali piuttosto che a certificazioni di facciata.
La Francia inoltre ha deciso di dire addio a Microsoft Teams, Zoom e altre piattaforme americane per le videoconferenze nella pubblica amministrazione. Entro il 2027 implementerà in tutti i dipartimenti governativi Visio, una soluzione di videoconferenza sviluppata interamente in casa, “sovrana” e 100% francese.
L’obiettivo dichiarato è chiaro: porre fine alla dipendenza da fornitori extra-europei (soprattutto statunitensi), garantire la sicurezza e la riservatezza delle comunicazioni pubbliche, ed esercitare piena sovranità digitale. In un’epoca di tensioni geopolitiche, interruzioni di servizi cloud americani e timori di sorveglianza straniera, Parigi considera la videoconferenza non più un tool secondario, ma un’infrastruttura critica dello Stato.
Visio fa parte del più ampio progetto Suite Numérique, un ecosistema di strumenti digitali francesi pensato per sostituire servizi come Gmail, Slack e simili solo per i dipendenti pubblici (non per aziende o privati). Tecnicamente Visio è ospitata sul cloud sovrano di Outscale (sussidiaria di Dassault Systèmes), certificato SecNumCloud dall’agenzia francese di cybersicurezza ANSSI: i dati non escono mai dalla giurisdizione francese. La Francia fa da apripista con un segnale forte: la sovranità digitale non è più un’opzione, ma una priorità strategica.
