Vai al contenuto
Home » Alessio Butti da Washington distingue tra Data Center inutili e importanti

Alessio Butti da Washington distingue tra Data Center inutili e importanti

  • di

Nei saloni d’affari di Washington, ogni parola pronunciata dai rappresentanti di un governo estero pesa come un indicatore di rischio di mercato. Per questo motivo, le esternazioni del sottosegretario all’Innovazione tecnologica, Alessio Butti — secondo cui l’Italia non sarebbe «più disponibile ad accettare investimenti in data center inutili» — non rappresentano una semplice esternazione di buonsenso sulla transizione ecologica, bensì un segnale d’allarme che merita un’analisi rigorosa su due fronti: quello dogmatico-normativo e quello della dinamica di potere interna all’esecutivo.

Il cortocircuito normativo e l’incertezza per i capitali esteri

L’idea che lo Stato possa o debba operare una cernita a monte tra infrastrutture di Data Center “importanti” e “inutili” si scontra immediatamente con l’architettura giuridica che regola i grandi investimenti nel Paese.

In base all’articolo 13 del Decreto Asset (DL 104/2023), l’ordinamento italiano definisce in modo oggettivo cosa sia un investimento ad «alta valenza strategica»: progetti da almeno 1 miliardo di euro destinati a settori chiave, per i quali il Consiglio dei Ministri può nominare un commissario straordinario con poteri acceleratori. Si tratta di investimenti fatti da operatori globali, tipicamente americani, detti hyperscaler (Microsoft, Google, Amazon ecc).

Se la declaratoria di “strategicità” rilasciata dalle istituzioni venisse sovrapposta o fatta coincidere esclusivamente con questo tetto normativo, si determinerebbe un evidente paradosso economico: la pressione sui progetti da un lato e la discrezionalità del potere pubblico che mette a rischio l’iniziativa privata.

Un centro di calcolo di ultima generazione ad alta densità (dedicato a specifici modelli di Intelligenza Artificiale o High Performance Computing) può richiedere investimenti compresi tra i 300 e i 700 milioni di euro. Pur non toccando la soglia miliardaria che fa scattare il commissariamento coordinato dal MIMIT, tali nodi costituiscono l’ossatura indispensabile della sovranità digitale e delle filiere produttive locali.

Introdurre una distinzione qualitativa non definita da criteri trasparenti, ma basata su un giudizio d’utilità politico, inietta un fattore di discrezionalità amministrativa che i grandi sfidanti internazionali — in primo luogo gli hyperscaler americani — non possono tollerare. La finanza infrastrutturale globale cerca regole certe e neutralità d’accesso alla rete, non esami di ammissione governativi.

La sovrapposizione energetica come terreno di scontro d’apparato

La divergenza non è solo teorica o procedurale, ma investe direttamente l’equilibrio politico del governo e la titolarità delle competenze economico-industriali.

Tradizionalmente, la cabina di regia sull’attrazione dei grandi capitali esteri e sulla pianificazione industriale del Paese è in capo al Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT) guidato da Adolfo Urso. La mossa del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio — effettuata peraltro sulla piazza d’Oltreoceano — assomiglia a un’invasione di campo tattica per condizionare a monte la politica industriale del dicastero concorrente.

Il perimetro su cui si consuma questo attrito istituzionale si trova all’incrocio critico tra due vettori fondamentali: il data center non è più inteso come una pura cattedrale immobiliare nel deserto digitale, ma come un’infrastruttura vorace di energia baseload. La sua costruzione ha impatti diretti sulla stabilità della rete elettrica nazionale (Terna), sui piani di decarbonizzazione e sulla sicurezza energetica.

È proprio su questo piano che la parola “strategico” smette di essere un semplice aggettivo tecnico per diventare una chiave di volta politica introdotta per la prima volta da Alessio Butti. Ma il dubbio resta:

  • Chi definisce quale data center meriti l’accesso prioritario alle risorse energetiche della nazione (si parli di energia nucleare da Small Modular Reactors o di accordi PPA sulle rinnovabili) acquisisce di fatto il diritto di veto sull’intera politica di sviluppo tecnologico del Paese.
  • Rivendicare da Washington la necessità di fondere AI, calcolo quantistico e sovranità energetica in un unico modello di data center consente al Dipartimento per la Transizione Digitale di scavalcare le competenze distributive del MIMIT, dettando le condizioni alle quali le multinazionali possono insediarsi in Italia.

Il rischio di bruciare la filiera

La tentazione di utilizzare la disciplina dei data center come clava burocratica o terreno di primato politico nasconde una fragilità sistemica. In una fase storica in cui l’Italia prova a candidarsi come l’hub tecnologico del Mediterraneo, anticipare linee restrittive o lanciare segnali di scetticismo verso gli investimenti rischia di spaventare i mercati prima ancora che i progetti vengano presentati.

Senza una regia unica e trasparente che unisca pianificazione industriale (MIMIT), architettura di rete e politica energetica, l’etichetta di “inutilità” applicata ai data center rischia di trasformarsi in una profezia autoreferenziale: non saranno inutili gli investimenti che rifiuteremo, ma rischieranno di diventare inutili le ambizioni dell’Italia di guidare la rivoluzione digitale europea.