Il dibattito sulla sovranità digitale in Europa ha raggiunto un’intensità notevole negli ultimi mesi, rivelando una profonda frattura tra le ambizioni dichiarate a livello politico e le decisioni concrete prese dagli Stati Membri dell’Unione Europea. Da anni le autorità ripetono che l’obiettivo primario è ridurre la dipendenza da fornitori esterni dominanti, in particolare da aziende statunitensi che controllano gran parte del mercato del software e del cloud. L’idea è quella di costruire un ecosistema tecnologico autonomo, capace di garantire la protezione dei dati sensibili, la resilienza in caso di tensioni geopolitiche e la competitività dell’economia europea senza cedere il controllo strategico a soggetti regolati da leggi extraeuropee.
Questa visione ha guadagnato forza soprattutto dopo che eventi internazionali hanno messo in evidenza quanto le dipendenze tecnologiche possano trasformarsi in vulnerabilità reali, paragonabili a quelle energetiche del passato. Al vertice dedicato proprio alla sovranità digitale europea, tenutosi alla fine del 2025 a Berlino, il cancelliere Merz ha ribadito con chiarezza che l’autonomia in questo campo non è solo una questione tecnica, ma un pilastro essenziale per la difesa dei valori condivisi, per la sicurezza nazionale e per mantenere un vantaggio economico in un mondo sempre più polarizzato. Le parole suonano convincenti e trovano ampio consenso nell’opinione pubblica, che ormai percepisce il tema come urgente e non più astratto.
Eppure la realtà quotidiana delle scelte operative racconta una storia diversa. Nonostante le dichiarazioni solenni, ingenti risorse pubbliche continuano a essere destinate dai Paesi europei a contratti di lungo periodo con il principale fornitore straniero del settore. Si parla di cifre che raggiungono miliardi di euro solo per le licenze software con accordi che rafforzano legami strutturali difficili da sciogliere, creando una dipendenza che va ben oltre la mera comodità d’uso. Il problema non risiede solo nell’entità economica degli investimenti, ma soprattutto nel fatto che tali soluzioni rimangono soggette a normative di un Paese terzo, le quali possono imporre accessi ai dati senza adeguate garanzie per le autorità europee.
Norme come quelle che regolano l’accesso alle informazioni da parte di agenzie governative straniere rendono illusoria l’idea che basti localizzare i server sul suolo europeo per ottenere una vera protezione. Le motivazioni che spingono a perseverare in questa direzione sono radicate e si rafforzano a vicenda. In primo luogo c’è la percezione diffusa che i prodotti del fornitore dominante rappresentino ormai lo standard inevitabile nelle organizzazioni complesse. Cambiare sembra richiedere sforzi enormi in termini di tempo, formazione del personale e adattamento dei processi interni, mentre mantenere lo status quo appare la via più semplice e immediata. Questa comodità apparente si combina con meccanismi di blocco tecnologico progettati proprio per rendere costoso e rischioso qualsiasi passaggio verso alternative. Gli elevati costi di migrazione, sia tecnici che organizzativi, finiscono per neutralizzare il principio di concorrenza reale sul mercato, intrappolando le pubbliche amministrazioni in un circolo vizioso.
A questo si aggiunge una strategia di comunicazione particolarmente efficace da parte dei grandi fornitori americani di cloud computing. Vengono presentate iniziative che promettono di rispondere alle preoccupazioni europee: data center collocati nel continente, partnership con aziende locali, creazione di entità giuridiche apposite per gestire i servizi. Tutto ciò crea l’impressione di un’offerta che rispetta elevati standard di protezione e conformità. In realtà, però, il controllo ultimo rimane vincolato alla legislazione del Paese d’origine della società madre.
Esperti e organizzazioni indipendenti hanno coniato per questo fenomeno l’espressione “lavaggio di sovranità”, sovreignty washing precisamente, sottolineando come si tratti di misure cosmetiche che non alterano la sostanza della dipendenza.
La via d’uscita da questa contraddizione passa necessariamente attraverso un cambio di paradigma concreto. Esistono già numerose soluzioni sviluppate da aziende europee che offrono strumenti indipendenti, conformi ai requisiti più stringenti di protezione dei dati e privi di vincoli extraterritoriali.
Molte soluzioni di provider europei hanno dimostrato di funzionare efficacemente, garantendo prestazioni paragonabili e spesso superiori in termini di sicurezza e flessibilità. Spesso anche di costo. Il ruolo decisivo spetta però allo Stato in quanto cliente principale. Solo orientando gli appalti pubblici verso criteri che valorizzino esplicitamente l’autonomia digitale si può creare la domanda necessaria per far crescere un ecosistema locale competitivo.
Alcuni passi normativi vanno già in questa direzione, come l’idea di inserire la sovranità digitale tra i requisiti rilevanti nelle gare pubbliche aggiornando le normative europee sul procurement digitale. Tuttavia il successo dipenderà dall’effettiva applicazione, servono linee guida chiare, vincolanti e monitorate sulla gestione dei dati nella pubblica amministrazione, accompagnate da investimenti strategici nella formazione e nell’integrazione di queste alternative. Solo così le belle parole pronunciate nei vertici e nei discorsi ufficiali potranno tradursi in una realtà tangibile.
Sommario
Ecco come le leggi di scala favoriscono la nascita di monopoli
Le “leggi di scala” (scaling laws) favoriscono la creazione di monopoli e la concentrazione del mercato digitale principalmente attraverso il meccanismo dei rendimenti superlineari, dove il valore e le prestazioni di un sistema crescono in modo più che proporzionale rispetto alla sua dimensione,.
Rendimenti Superlineari e “Hyperscalers”
Nelle infrastrutture digitali (come cloud, sistemi operativi e IA), le leggi di scala seguono spesso “funzioni di potenza”. Quando l’esponente di queste funzioni è maggiore di 1 ($\beta > 1$), si parla di scaling superlineare,. Questo significa che i grandi operatori, definiti “hyperscalers”, ottengono vantaggi di efficienza estremi negli acquisti di hardware, nell’uso dell’energia e nelle operazioni, riuscendo a spalmare enormi costi fissi su una base di utenti vastissima con costi marginali minimi,.
Sinergia con gli Effetti di Rete
Le leggi di scala interagiscono con gli effetti di rete (diretti e indiretti) creando cicli di feedback positivi,.
- Più utenti attirano più sviluppatori, che creano più applicazioni, rendendo la piattaforma ancora più preziosa per gli utenti,.
- Questo dinamismo porta a un equilibrio di mercato definito “winner-takes-most” (il vincitore prende quasi tutto), dove la disparità tra il leader e i rivali diventa incolmabile poiché il vantaggio del primo si auto-alimenta meccanicamente,,.
Complementarità Strategiche e il “Reticolo”
La teoria dei reticoli (lattice theory) spiega che il valore cresce più che linearmente perché una scala maggiore crea più accoppiamenti complementari possibili (più utenti che interagiscono, più dati che migliorano i modelli, più servizi che si integrano),. Quando queste complementarità sono controllate da pochi attori, si generano:
- Caratteristiche di monopolio naturale a livello di infrastruttura.
- Forte lock-in (blocco dell’utente) a livello di applicazione.
AI come amplificatore della scala
Nell’IA, le leggi di scala agiscono come linee guida ingegneristiche: la performance migliora in modo prevedibile all’aumentare dei parametri, dei dati e del calcolo. Questo favorisce i monopoli perché:
- La concentrazione della capacità di calcolo è strettamente legata alla concentrazione degli asset di dati.
- Le aziende con accesso a dataset massicci e proprietari creano barriere all’entrata insormontabili, poiché il loro vantaggio competitivo si accumula nel tempo grazie a cicli di apprendimento basati sui dati degli utenti,.
E’ chiaro dunque che le leggi di scala trasformano la dimensione in un vantaggio competitivo insuperabile, rendendo le grandi piattaforme strutturalmente più efficienti e preziose rispetto a qualsiasi nuovo entrante, soffocando così la concorrenza perfetta.
La posta in gioco è alta. Continuare a finanziare quasi-monopoli stranieri significa accettare una vulnerabilità strutturale che mina l’indipendenza europea a medio termine. Al contrario, sostenere con decisione le capacità interne richiede pazienza e risorse iniziali maggiori, ma apre la strada a un’autentica resilienza tecnologica. La vera sovranità digitale non si compra da fornitori esterni, nemmeno con contratti faraonici e promesse di localizzazione; si costruisce investendo nelle proprie forze, anche quando la strada appare meno comoda.









