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ANCI: movimento NO data center e comuni

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C’è stato un momento preciso in cui le immense strutture di cemento che custodiscono i cervelli digitali dell’Intelligenza Artificiale hanno smesso di essere un’astrazione tecnologica e sono diventate una questione di quartiere. È accaduto quando le comunità locali, in diverse parti del mondo, si sono accorte che il cloud non è una nuvola immateriale sospesa nel cielo, ma una vorace cattedrale di cavi, rame, elettricità e acqua che poggia i suoi piedi nel terreno delle loro città.

La corsa globale al calcolo per alimentare i modelli generativi sta consumando risorse energetiche e idriche a ritmi senza precedenti. Ma proprio mentre i giganti della tecnologia cercano di accelerare la costruzione di queste infrastrutture, la reazione della società civile e della politica locale rischia di congelare la più grande espansione tecnologica del secolo. In questo scenario si apre una spaccatura profonda sul tema della trasparenza e della governance del territorio, che vede al centro della riflessione il confronto tra l’analisi del professor Stefano Epifani e la mia prospettiva sulle dinamiche di mercato e di amministrazione locale.

La pressione del territorio e il tramonto delle parole magiche

Per molto tempo le grandi Big Tech hanno utilizzato strategie semantiche mirate per presentare l’insediamento di un data center non come una servitù industriale, ma come un’opportunità di crescita tecnologica. Termini come “campus di calcolo” servivano a evocare immagini di luoghi verdi, ricerca e sviluppo pulito. Tuttavia, quando la realtà del territorio presenta il conto sotto forma di cali di tensione o razionamento dell’acqua nei mesi estivi, le parole perdono la loro efficacia.

Sulla rapidissima inversione di marcia dei colossi tecnologici di fronte alla reazione della società civile si concentra Stefano Epifani, Presidente della Fondazione per la Sostenibilità Digitale, che analizza così la svolta di OpenAI:

«In tre giorni OpenAI è passata dal chiamare i data center “campus di calcolo” a promettere di pubblicare, sito per sito, quanta energia e quanta acqua consumano. Non si è convertita, l’hanno convinta i numeri. Il 3 novembre, nei dieci Stati americani che votavano misure locali sui data center, le restrizioni hanno vinto 43 a 1 secondo il conteggio di Axios ripreso da Key4biz. Il 5 novembre Wall Street ha bruciato circa 3.200 miliardi di dollari… Lo stesso giorno OpenAI ha presentato un accordo per le comunità con cui si impegna a pagare elettricità e infrastrutture di rete dei suoi siti e a rendere pubblici i consumi.»

L’analisi evidenzia una dinamica fondamentale: la trasparenza delle imprese di rado nasce da una vocazione etica improvvisa, ma è la conseguenza pragmatica della perdita della licenza sociale a operare. Quando i cittadini percepiscono un costo sociale o ambientale eccessivo, ritirano il proprio consenso. Epifani ribadisce infatti la forza politica di questo passaggio:

«Cambiare linea sotto pressione non è una colpa, perché è esattamente così che funziona una democrazia quando funziona. Ma il messaggio è chiaro: gli elettori hanno ritirato la licenza sociale a operare, e l’azienda prova a ricomprarla con i dati. Il rebranding in “campus”, che fino a pochi giorni fa doveva bastare, era framing; la pubblicazione dei consumi, se arriverà davvero e in forma verificabile, sarà un fatto.»

Il paradosso regolatorio tra il modello americano e quello europeo

La riflessione di Epifani mette inoltre in luce una netta disparità tra il modello di trasparenza americano, spinto dall’attivismo delle comunità e dal voto diretto, e quello regolatorio europeo, che rischia di proteggere i dati sui consumi a scapito delle amministrazioni locali. Una vera e propria asimmetria che limita la capacità di scelta dei cittadini e delle comunità dell’Unione Europea.

A questo proposito, Epifani mette a confronto la diversa tutela informativa riservata ai cittadini texani e a quelli italiani:

«Mentre negli Stati Uniti la trasparenza sito per sito diventa la condizione per costruire, in Europa quei dati restano riservati ai sensi del Regolamento delegato (UE) 2024/1364. Così una comunità del Texas, dove la neoeletta governatrice ha promesso di mantenere la moratoria finché non ci saranno regole su acqua ed elettricità, può pretendere di sapere che cosa consuma l’impianto accanto a casa, mentre un comune lombardo, nelle stesse condizioni, non può. Abbiamo costruito in Europa un sistema che misura la sostenibilità dei data center con grande scrupolo e che poi, proprio quando quei numeri servirebbero a decidere, li nasconde a chi ne paga il conto.»

Le insidie economiche della moratoria e il vantaggio per i colossi

Se l’analisi di Epifani mette a nudo la necessità di una trasparenza diffusa per garantire la tenuta democratica, dalla mia prospettiva occorre spostare la riflessione sulle dinamiche economiche del settore e sulla reale efficacia dei blocchi autorizzativi. La prima precisazione riguarda la natura stessa delle proteste: spesso il dibattito pubblico confonde i movimenti di cittadini con semplici reazioni speculative di borsa, trascurando il valore pratico e concreto delle istanze territoriali.

Sul tema della reale natura delle proteste e dell’impatto nascosto, la mia osservazione sottolinea che:

Dario Denni: «Il movimento no data center non ha autonoma rilevanza, ma esistono le comunità (americane) che vorrebbero vederci chiaro, eppure leggiamo solo di investitori che fuggono e batticuore in borsa, abbiamo osservatori poco attenti al valore reale delle proteste. I cittadini non sono coinvolti sugli aspetti finanziari ma su quelli di impatto. Ora se l’impatto è nascosto si fa gran fatica a valutare.»

Da questo nasce un paradosso di mercato cruciale: bloccare indiscriminatamente le nuove costruzioni attraverso le moratorie rischia di danneggiare la concorrenza e favorire chi domina già il settore. Come ho evidenziato riguardo agli effetti distorsivi sui new entrants:

«Dunque la moratoria, da sola, può perfino avvantaggiare gli hyperscaler AWS Microsoft e Google, OpenAI e Meta ecc creando economie di scarsità e liberando risorse dei new entrants.»

Se il rilascio di nuove autorizzazioni si ferma, la capacità di calcolo esistente diventa un bene ancora più raro e prezioso. I grandi operatori già strutturati finiscono così per consolidare una posizione di oligopolio, a scapito dei nuovi soggetti emergenti europei che non hanno ancora realizzato le proprie infrastrutture.

La solitudine dei sindaci di fronte all’impatto del digitale

Il nocciolo della questione per il contesto italiano ed europeo riguarda il ruolo dei Comuni e degli amministratori locali, chiamati a prendere decisioni su progetti di dimensioni enormi senza disporre dei dati energetici e idrici necessari per comprendere a fondo le conseguenze sui territori che governano.

Riportando la riflessione di Epifani sul piano pratico delle delibere comunali, ho sintetizzato la questione ponendo questo interrogativo centrale:

Dario Denni: «Il punto di Stefano Epifani è più centrato sull’Italia: come può decidere il sindaco di un Comune di autorizzare un mega impianto di calcolo sul suo territorio? Quali elementi di valutazione ha?»

Un sindaco si trova oggi a dover gestire la richiesta di autorizzazione attraverso gli strumenti urbanistici tradizionali e le normali procedure di Valutazione di Impatto Ambientale. Ma questi strumenti sono stati pensati per l’industria manifatturiera tradizionale e non sono pronti a misurare la specificità dei server di ultima generazione, legata a parametri come il Power Usage Effectiveness o il consumo continuo d’acqua per il raffreddamento (parametro che in Europa non ha molto senso visto che non usiamo l’evaporazione dell’acqua per raffreddare).

Una nuova sintesi per la governance della sostenibilità digitale

Dal confronto tra la visione di Epifani e la mia emerge una convergenza pragmatica: per evitare che il Paese scivoli in una contrapposizione sterile tra un rifiuto aprioristico e un’accettazione passiva dei grandi impianti, occorre costruire un nuovo quadro politico e regolatorio. L’Associazione Nazionale Comuni Italiani e le istituzioni nazionali ed europee devono agire per superare il segreto sui consumi, rendendo i dati sull’assorbimento idrico ed elettrico accessibili ai Comuni, introducendo standard di efficienza vincolanti nelle convenzioni urbanistiche e pianificando gli insediamenti a livello regionale insieme ai gestori della rete elettrica.

Trasparenza informativa e pianificazione industriale non sono ostacoli allo sviluppo tecnologico, ma le condizioni indispensabili per garantire un’evoluzione digitale duratura e socialmente sostenibile.