E’ tempo di bilanci in Commissione Europea. A due anni dalla sua entrata in vigore, il Digital Markets Act (DMA), la legge europea nata per limitare lo strapotere dei colossi tecnologici come Apple, Google, Meta e Amazon, supera il suo primo esame. E’ facile, a giudicare è la stessa Commissione Europea che si auto-promuove ed ha recentemente pubblicato una revisione del regolamento e il verdetto è ottimista. Secondo Bruxelles la legge funziona, produce risultati concreti e, per il momento, non verrà modificata fino al 2029. E cosi sia. Ma attenzione che sul cloud non è stato fatto nulla.

I primi successi: più libertà per gli utenti

I cambiamenti sono già visibili sui nostri smartphone. Se oggi, accendendo un iPhone o un dispositivo Android, ci viene chiesto quale browser preferiamo utilizzare, è merito del DMA. Questa semplice “schermata di scelta” ha già portato a un aumento di utenti per alternative come Firefox. Tutte cose che fanno gridare un “Hallelujah” liberatorio. Ma non è tutto:

  • Privacy: Molti utenti stanno finalmente negando il consenso all’incrocio dei propri dati tra servizi diversi dello stesso gruppo (ad esempio tra Facebook e Instagram).
  • Portabilità: Apple e Google stanno lavorando a sistemi per permettere di trasferire i propri dati da un iPhone a un Android (e viceversa) in modo molto più semplice. Senza la pressione normativa dell’UE, difficilmente queste aperture sarebbero avvenute spontaneamente.

Insomma si, innegabilmente ci sono piccoli passi avanti su privacy e portabilità. Sono efficaci nella misura in cui si registra che non vanno bene ai campioni americani. Ma non è un dato sufficientemente solido e comunque non intacca ancora la loro dominanza globale e le conseguenze abusive della stessa. Campioni si, ma con giudizio.

Flessibilità contro burocrazia

Modificare una legge europea è un processo lungo e tortuoso. Per questo, la Commissione ha deciso di non riscrivere il DMA, ma di renderlo più agile attraverso linee guida e decisioni caso per caso. Questo approccio permetterà di intervenire rapidamente contro comportamenti scorretti senza dover attendere i tempi della politica. Siamo alle solite, e c’era da aspettarsi che la Commissione non volesse passare per un quadriennio di rimpalli parlamentari. Per governare serve velocità, il fenomeno tecnologico evolve di ora in ora. Le linee guida avranno pure snellezza e agilità ma mancano talvolta di una cogenza per farle resistere in giudizio. Quindi il compromesso è necessario ma avrà un suo costo nel lungo periodo.

Le nuove frontiere: Intelligenza Artificiale e Cloud

Se sui social e sui browser i risultati si vedono, le vere sfide si chiamano IA e Cloud. Che sono il punto nevralgico della dominanza degli hyeperscaler americani.

  • Intelligenza Artificiale: L’Europa vuole evitare che i “gatekeeper” (i guardiani del mercato) usino la loro posizione per soffocare la concorrenza. È già aperto un procedimento contro Google affinché apra il sistema Android a chatbot rivali come ChatGPT o Claude, evitando che la propria IA (Gemini) goda di vantaggi sleali.
  • Il punto debole del Cloud: Qui la situazione è più complessa. Servizi come AWS (Amazon) o Azure (Microsoft) vengono usati indirettamente dalle aziende e spesso non raggiungono le soglie di utenti previsti dal DMA. Al momento, nessun servizio cloud è regolato come “gatekeeper”, ma entro novembre 2026 l’UE deciderà se cambiare rotta.

Si può dire che in molti hanno lanciato soluzioni tecniche per superare la barriera quantitativa. E’ solo una volontà forte che sembra ancora mancare. Probabilmente tra un anno saremo ancora a discutere il perimetro soggettivo di norme che pur pensate per i giganti tecnologici hanno dei caveat che non erano apparsi in precedenza.

Social Network: porte ancora chiuse

Mentre per i servizi di messaggistica come WhatsApp è già scattato l’obbligo di apertura verso altri operatori, per i social network (TikTok, Instagram, X) l’Europa frena. Nonostante le richieste della società civile, che vorrebbe poter scegliere algoritmi diversi per i propri feed, per ora non sono previsti obblighi di interoperabilità. E’ buffo che qualcuno ancora si chieda perchè serve l’interoperabilità nel 2026. Ancora una volta le carte sono state annacquate dalle potenti lobby che mettono i bastoni tra le ruote di Bruxelles.

La pressione degli Stati Uniti

Non mancano le tensioni internazionali. Gli Stati Uniti hanno criticato duramente il DMA, percependolo come un attacco diretto alle proprie aziende. Con la minaccia di dazi commerciali all’orizzonte, l’Europa si sta muovendo con cautela, preferendo per ora la negoziazione alle multe miliardarie. E qui la questione è sempre aperta. Nonostante gli sforzi dei funzionari principalmente, c’è una ragione geopolitica che supera tutte. L’amministrazione americana non gradisce che venga minimamente scalfito il dominio delle sue aziende. Siamo relegati ad una condizione di eterna dipendenza da esse se non ci svincoliamo prima dalla dipendenza militare.

Cosa aspettarsi nei prossimi mesi?

Il futuro del mercato digitale europeo si deciderà a breve. Due sono le date da segnare sul calendario:

  1. 27 luglio 2026: La decisione su Google Android e l’integrazione dell’IA.
  2. Novembre 2026: Il verdetto finale sul settore Cloud.

In sintesi, il DMA ha dimostrato di avere denti affilati, ma la sua vera prova del nove sarà la capacità di adattarsi alle tecnologie emergenti e di resistere ai venti contrari della geopolitica globale. Il messaggio di Bruxelles è chiaro: le regole ci sono, ora bisogna vedere se basteranno a mantenere il mercato realmente libero. Ma è urgente una sterzata su Cloud e AI principalmente. Cosa che se non avverrà nell’arco dei prossimi mesi, consegnerà i nostri Stati Membri ad una condanna alla dipendenza dai servizi digitali USA.

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