In questi giorni si è discusso di un ricorso su un appalto per il cloud tedesco e in molti si sono sbrigati a dare la colpa a Google. Un Progetto da 250 Milioni in bilico, ma la realtà è più complessa, come al solito.

Sappiamo che Aprile 2026 doveva essere il mese del “grande balzo” digitale per la Germania, dopo le promesse del Governo di indipendenza digitale, ma si è trasformato nel primo grande inciampo del Ministero federale per la digitalizzazione e l’economia (BMDS). Non siamo di fronte a un banale ritardo burocratico, perchè il blocco improvviso della gara d’appalto per la nuova piattaforma di Intelligenza Artificiale della Pubblica Amministrazione è un segnale d’allarme per l’intero sistema Paese. Le carte andranno di fronte ad un giudice.

L’obiettivo era ambizioso, ovvero quello di creare una piattaforma PaaS (Platform as a Service) dove traslocare anche Kipitz, l’attuale piattaforma AI del Centro federale per l’informatica.

Tuttavia, il meccanismo si è inceppato. Ecco i Numeri della Sfida:

  • Valore del contratto: Circa 250 milioni di euro.
  • Durata: 4 anni di gestione e sviluppo.
  • Vincitori provvisori: Il consorzio tra i campioni nazionali SAP e Deutsche Telekom, con una quota del 30% assegnata alla joint venture tra SVA e Schwarz Digits (Stackit).

Dietro questo stop non c’è solo una disputa commerciale, ma una guerra di trincea legale che mette a nudo la fragilità delle regole del gioco nella rincorsa alla sovranità digitale. Questo perchè dall’altro lato del campo c’è un colosso statunitense: Google.

Una Gara d’Appalto sotto Lente d’Ingrandimento

Il BMDS, al suo primo vero test su grande scala, sembra essere inciampato in un labirinto normativo di propria creazione, è causa del suo male. Il pomo della discordia è il criterio della “sovranità digitale”, che pesava per il 20% della valutazione totale. Non c’è da stupirsi in questo, la sfida della sovranità è stata lanciata da un anno da Germania e Francia insieme. Dunque qual è il problema? La Sovranità Digitale era un concetto talmente vago da essere definito “soggettivo” dagli esclusi. Mancavano i dettami di questa valutazione perchè fossero precisi e immediatamente individuabili. Mentre il Ministero cercava di blindare i dati tedeschi, il catalogo dei criteri concreti del BSI (l’ufficio per la sicurezza informatica equivalente alla nostra ACN) è arrivato fuori tempo massimo, a gara già inoltrata. Dunque è un tema di tempistiche e di modi, almeno sembra.

L’atmosfera nelle stanze del potere era tutto fuorché tecnica data la supposta presenza degli avvocati che superava di gran lunga quella degli esperti informatici. Un paradosso per un progetto che dovrebbe occuparsi di bit e non solo di commi di codice e di appalti. Eppure sappiamo quanto conta oggi il legal engineering delle grandi corporation. Ineguagliabile come potenza di fuoco. Spesso hanno a disposizione migliaia di professionisti, ed in generale un numero molto superiore alle autorità che dovrebbero controllare il mercato.

Perché la gara è stata definita un fallimento?

  • Criteri “fantasma”: La sovranità digitale è stata valutata senza parametri tecnici oggettivi, definiti dal BSI solo a metà dell’opera. Tardi dunque. Ma è davvero cosi?
  • Requisiti mutanti: Durante il processo, il Ministero ha cambiato le carte in tavola, passando da una richiesta di servizi di consulenza a una piattaforma “self-service”. Questo sembra il dato più sconcertante rispetto al primo perchè potrebbe riqualificare i requisiti in corsa.
  • Listini prezzi opachi: La struttura dei costi prevista nel bando ha generato più dubbi che certezze tra i partecipanti. Ma questo fatto è tipico, specialmente in questo momento di scenari in evoluzione.
  • Flessibilità eccessiva: Alcuni offerenti accusano il BMDS di aver superato i limiti legali di rinegoziazione consentiti per legge. Ed ora spetta al giudice verificare se è vero.

La Difesa di Google: “Nessun Sabotaggio, Solo Regole”

Quando un gigante americano come Google sfida un governo europeo, la narrazione politica tende subito allo scontro di civiltà, i giornali impazziscono con le solite litanie. La realtà, almeno in questo caso, sembra diversa. Lo sapete che RegTech News non fa sconti a Bigtech, ma qui si tratta di essere obiettivi. A presentare ufficialmente la beschwerde (il reclamo) alla Camera degli Appalti di Berlino non è stata direttamente Google, ma l’azienda IT di Dortmund che guida il consorzio come general contractor. Si dirà che è una coperta troppo corta, ma obiettivamente va rilevato che Google non c’entra niente. Non è parte della resistenza giudiziaria.

Non è nemmeno un atto di guerra atlantica al Vecchio Continente, ma una necessità legale, anche valutando l’Articolo 160 del GWB (la legge tedesca contro le restrizioni della concorrenza), un’azienda che rileva errori procedurali è obbligata a contestarli immediatamente, pena la perdita del diritto di farlo in futuro. Anche in Italia c’è un meccanismo simile. L’interesse va dimostrato immediatamente e conseguentemente, anche in giudizio. Altrimenti non ti interessa e si registra la perdita di interesse.

Google: “Inquadrare questa formalità in un contesto geopolitico è fuori dalla realtà. Restiamo impegnati a sostenere la sovranità digitale della Germania con soluzioni cloud sicure e conformi.”

Nonostante i toni concilianti, il risultato è un congelamento automatico dell’appalto. Il progetto che doveva essere pronto nella seconda metà del 2026 è ora prigioniero di una “procedura accelerata” che, paradossalmente, potrebbe durare mesi. Mesi significa lasciare scoperta la PA dei servizi avanzati di cui ha bisogno oggi. Non c’è proprio tempo da perdere.

Sovranità, Geopolitica e il Futuro del “Germany Stack”

Il ritardo è un duro colpo per il ministro Karsten Wildberger (CDU). Il suo ambizioso piano, il “Germany Stack”, punta a creare un’infrastruttura digitale unificata per tutto il Paese. Senza questa piattaforma AI, la tanto attesa “Bürger-App“, ovvero l’app unica che dovrebbe permettere ai cittadini di gestire ogni pratica burocratica dallo smartphone, rischia di rimanere un guscio di cicala, vuoto. Non si può fare a meno di coinvolgere responsabilità politiche apicali in questa fattispecie. Se si vuole davvero portare avanti la sovranità digitale in un rinnovato contesto geopolitico, si deve essere inattaccabili dal punto di vista formale. La forma è sostanza.

Il dilemma è ovviamente anche geopolitico. Da una parte ci sono gli Hyperscaler americani come Google, Microsoft e AWS: sono come grandi reti globali, incredibilmente efficienti e innovative, ma con il rischio che il fornitore (o il suo governo, tramite il Cloud Act USA) possa “staccare la spina” o guardare nei server è altissimo e attuale. Dall’altra c’è la visione della sovranità europea: costruire una propria rete digitale nazionale, controllata da attori locali, magari meno potente nell’immediato ma totalmente sicura e resiliente alle pressioni esterne.

Dario Denni: “Vale la pena notare che la Germania non guarda genericamente a cloud provider europei, guarda ai suoi campioni nazionali del cloud computing. E’ un piccolo punto ma dirimente quando si parla di sovranità digitale”.

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