Durante l’evento “AI Italia. L’AI tra innovazione e sovranità digitale” tenutosi al Senato, il Sottosegretario Alessio Butti ha delineato la strategia nazionale per l’intelligenza artificiale, imperniata sul concetto di sovranità tecnologica. Secondo Butti, uno Stato è sovrano solo se garantisce infrastrutture sicure e un controllo rigoroso sui dati, riducendo la dipendenza da modelli esteri che minano l’indipendenza nazionale.
Come vedremo, Alessio Butti ha ragione su molte cose, tuttavia potrebbe aver dimenticato alcuni aspetti pratici importanti, in particolare:
- Nessun segnale forte sul public procurement: gli appalti pubblici di cloud e AI continuano a favorire i grandi hyperscaler stranieri, invece di aprire alle PMI italiane.
- Pochi dettagli su come affrontare davvero la sfida energetica e attrarre talenti tech.
- Il miliardo è un buon inizio, ma modesto rispetto alla scala necessaria per competere (addestrare modelli propri, investimenti privati massicci).
- Non ha approfondito il trade-off tra “controllo rigoroso sui dati” e l’uso inevitabile di foundation model stranieri.
Andiamo con ordine.
Sommario
Il primato di ACN e AGID
Il governo ha tracciato un perimetro netto sulla governance, affidando le redini ad ACN e AgID. Una scelta che Butti rivendica con fermezza, allontanando l’ipotesi di un coinvolgimento centrale del Garante della Privacy anche per evitare paralisi tecniche: “Immaginate cosa sarebbe accaduto se la scelta fosse ricaduta sul Garante privacy: avremmo avuto una serie di problemi tecnici”. Per l’esecutivo, la stabilità dell’AI passa da agenzie “solide sotto il profilo tecnologico”, capaci di garantire che lo scambio dei dati avvenga in condizioni di massima sicurezza. Come dargli torto? Il Governo ha scelto due punte di diamante che abbiamo in Italia. L’Agenzia per la Cybersicurezza è presidio solido su regole europee a cominciare dalla NIS2 e l’AGID è verticalmente competente sulla Pubblica Amministrazione. L’indirizzo non poteva essere più chiaro.
Il “miliardo” italiano nel podio europeo
Mentre Parigi annuncia investimenti faraonici, Butti rivendica la concretezza della manovra italiana: “L’Italia, con questo miliardo, è stabilmente sul podio europeo dei finanziamenti pubblici”. E’ vero anche questo. Una dote che mira a fare da volano per il capitale privato, puntando tutto su Reg4AI e su progetti mirati in settori vitali come sanità e trasporti. L’obiettivo dichiarato è trasformare le sperimentazioni locali in “pratiche estese a livello nazionale”. Recentemente il Guardian, giornale di punta UK, ha analizzato l’effetto annunci sugli investimenti in IA nel loro Paese. Tutto sommato l’Italia non sfigura.
Reti e fondi esteri: la sfida di Fibercop e Open Fiber
La sovranità si scontra però con la realtà proprietaria delle reti, dominate da fondi come KKR e Macquarie. Sul delicato dossier della rete unica, Butti non nasconde le difficoltà: “Le cose sono complesse perché ci sono dei fondi stranieri che hanno obiettivi che stiamo cercando di comprendere”. La sfida del governo resta quella di agevolare la collaborazione tra gli operatori senza cedere il controllo strategico dell’infrastruttura nazionale. E’ chiaro che questo Governo si è trovato nella tempesta quando TIM ha deciso di separare la rete. Sono ben noti i ritardi accumulati in precedenza sul piano Banda Ultra Larga di cui è concessionaria Open Fiber. Ritardi e rimodulazioni anche del Piano Italia 1Giga. Tenere le fila di questa grande sfida infrastrutturale non è banale. Gli investitori infrastrutturali sono investitori pazienti, ovvero capaci di aspettarsi un ritorno degli investimenti nel lungo periodo. In questo momento di incertezze geopolitiche, la sfida vera è cercare di efficientare gli investimenti. Dare respiro agli operatori e motivazione agli azionisti. Lo Stato ha fatto la sua parte, ha rimesso a gara i 700 milioni, stavolta con Invitalia, ma non può fare tutto da solo.
Oltre i confini: l’AI nello spazio
La visione del Sottosegretario si spinge fino all’orbita terrestre, dove l’assenza di regole chiare rischia di creare un vuoto di sovranità. “L’intelligenza artificiale arriverà anche a svilupparsi nello spazio”, avverte Butti, sottolineando che la vera indipendenza di un Paese si misura oggi anche nella capacità di stabilire una giurisdizione certa oltre l’atmosfera. Questo è un punto di interesse commerciale ma soprattutto geopolitico. Tutte le tecnologie dual use hanno applicazioni militari. Lo spazio si differenzia perchè offre la possibilità di offrire connettività nelle aree remote, innovazione trasversale su altri settori come quello dei data center e del cloud. E quindi è al vertice dell’interesse militare in questo momento dove c’è una concentrazione di potere tecnologico fuori dall’Europa. Pensate al monopolio dei lanciatori ed al ruolo della società di Elon Musk in questi ultimi anni. Starlink non ha solo il maggior numero di satelliti in orbita bassa ma un dominio di filera nello Spazio. Con alle spalle il supporto dell’amministrazione americana.
Ma allora cosa manca nel discorso di Alessio Butti?
- Un impulso concreto sul public procurement — Non c’è stato un segnale chiaro per aprire gli appalti pubblici di servizi cloud e AI anche (e soprattutto) alle piccole e medie imprese italiane. Questo sarebbe un volano potentissimo per far crescere operatori locali, trattenere competenze sul territorio e garantire servizi sicuri e resilienti alla PA e alle aziende. Senza questo, il rischio è che i grandi hyperscaler stranieri (soprattutto americani) continuino a dominare, nonostante le belle parole sulla sovranità.
- La concretezza della sfida energetica e dei talenti — Butti ha citato il problema energetico, ma senza entrare nei dettagli su come superare i vincoli italiani (permessi, infrastrutture, costi). Allo stesso modo, non si è soffermato su come attrarre e trattenere talenti tech in un Paese che fatica a competere con stipendi e opportunità di USA o altri hub europei.
- Il realismo sui tempi e sulla scala — Il miliardo di euro è un numero buono per posizionarsi “sul podio europeo dei finanziamenti pubblici”, ma resta modesto rispetto alla capacità di addestrare e scalare modelli propri competitivi – un’impresa enorme che implica investimenti privati massicci.
- Il trade-off tra sovranità e cooperazione — Butti ha detto che l’autarchia è irrealistica, ma non ha approfondito quanto “controllo rigoroso sui dati” sia compatibile con l’uso inevitabile di foundation model stranieri (addestrati su dati globali, spesso opachi).
Dario Denni: “Un chiarimento che ci saremmo aspettati (ma che però è mancato), è quello dell’accesso al public procurement dei servizi cloud e AI anche alle piccole e medie imprese italiane. Indirizzare meglio la commessa pubblica darebbe un vantaggio enorme alla crescita degli operatori locali del cloud, che sono gli abilitatori necessari per mantenere competenze sul territorio e offrire servizi sicuri e resilienti ad aziende e Pubbliche Amministrazioni”.
L’inchiesta di RegTech News comunque rimane aperta: basteranno le linee guida di AGID su sviluppo e procurement di Intelligenza Artificiale per la PA a garantire all’Italia un posto a capotavola nella rivoluzione dell’AI, o il peso degli hyperscaler stranieri, segnatamente americani, sarà troppo gravoso da controbilanciare?










