L’architettura economica e digitale del Vecchio Continente si trova oggi a un bivio fondamentale. Per decenni, l’integrazione europea si è nutrita di un dogma: l’apertura incondizionata dei mercati come unico motore di efficienza. Tuttavia, il mutamento dei paradigmi geopolitici e la crisi della globalizzazione tradizionale impongono una revisione profonda delle strategie industriali. Un’analisi rigorosa suggerisce che la “preferenza europea” non sia un capriccio protezionista, ma un atto di realismo economico necessario per la sopravvivenza tecnologica dell’Unione. Nonostante il dibattito sulla Sovranità Digitale Europea sia arrivato al culmine per cui inizia ad essere vero tutto ed il contrario di tutto, una guida definitiva per orientarsi al dibattito è utile per evitare di cadere nel tranello del sovereignty washing, che consiste nel far passare per sovrano ciò che sovrano non è: vediamo perché.
Sommario
La preferenza europea come strumento di politica industriale
Molti osservatori continuano a guardare con sospetto all’introduzione di criteri di preferenza regionale, liquidandoli come approcci “ideologicamente distorti” e pericolosamente vicini al neoliberismo o, paradossalmente, a un vetero-dirigismo. Questa visione poggia sulla convinzione che la non discriminazione sia un valore assoluto. Eppure, tale posizione ignora che il contesto globale è radicalmente cambiato. In un mondo in cui le potenze concorrenti utilizzano i propri mercati interni come armi geopolitiche, l’insistenza europea su un’apertura asimmetrica non è più segno di virtù, ma di vulnerabilità. La preferenza europea emerge quindi come una reazione razionale alla fine della globalizzazione ingenua, uno strumento per riequilibrare un campo di gioco dove gli altri attori hanno smesso da tempo di seguire le regole del libero scambio ideale. Dunque non autarchia, ma una scelta di indipendenza e quindi di sicurezza. E’ ovviamente uno strumento di politica industriale nel tentativo di rafforzare le filiere interne. Dopo la pandemia è emerso chiaro il valore delle filiere produttive. Non possiamo ignorare gli effetti economici dell’aumento dei prezzi delle componenti tecnologiche e dei servizi da cui dipendiamo. Né possiamo ignorare il logoramento costante della leva geopolitica che è pronta a minacciare dazi di ritorsione o il venir meno completo di un servizio, con effetti immediati e distruttivi a livello anche sociale e sicuritario.
Necessità di preferenze negli appalti pubblici digitali
Spesso il dibattito sulla sovranità digitale viene ridotto a questioni di “sicurezza” o “resilienza”. Sebbene cruciali, questi concetti rischiano di diventare etichette vuote che nascondono il vero motore economico: la gestione della domanda. Introdurre preferenze negli appalti pubblici digitali significa, prima di tutto, decidere dove deve fermarsi il valore. Indirizzare la spesa pubblica verso soluzioni locali permette di trattenere sul territorio profitti, tasse e, soprattutto, investimenti in ricerca e sviluppo. È l’unico modo concreto per contrastare la stagnazione della produttività europea e per garantire che le competenze tecnologiche non migrino altrove, svuotando il tessuto industriale interno. Si dirà che non è nuova l’idea di usare gli appalti pubblici per irrobustire le aziende locali. Del resto grandi esempi arrivano proprio dagli Stati Uniti che nel settore spaziale ed in quello digitale e dell’intelligenza artificiale vedono la commessa pubblica interamente indirizzata ai loro campioni. Cosa stiamo dunque aspettando a indirizzare meglio il public procurement della PA italiana?
Distorsione del concetto di competitività
Uno dei miti più resistenti è che la preferenza europea riduca la concorrenza, costringendo la pubblica amministrazione ad acquistare prodotti inferiori e più costosi. La realtà di mercato smentisce questa narrazione. Esistono già numerose alternative europee competitive per qualità e prezzo che faticano a emergere solo a causa di barriere d’ingresso sistemiche. La preferenza non elimina la gara, ma ne sposta il baricentro: orientando la domanda verso opzioni locali mature, si incentiva una concorrenza reale tra attori che reinvestono nel mercato interno, evitando che la spesa pubblica si trasformi in un mero trasferimento di risorse verso monopoli extra-UE. In ultima istanza, laddove veramente i servizi interni fossero più costosi, quel maggior costo dovrebbe essere considerato un investimento intelligente, una garanzia di costruire alternative, rafforzando la concorrenza e irrobustendo attori della filiera locale, segnatamente PMI, perché di questo è fatto il nostro tessuto produttivo europeo. Detto ancora piu’ chiaramente, servono appalti pubblici accessibili alle Piccole e Medie Imprese. Con meno oneri, meno burocrazia e capacità di investimento commisurate alle dimensioni, dunque proporzionali by design.
Critica alle statistiche sugli appalti “locali”
Le statistiche ufficiali che descrivono un mercato degli appalti pubblici già ampiamente “nazionale” sono spesso fuorvianti. Questi dati si limitano a registrare la sede legale del contraente principale, ignorando i flussi finanziari e tecnologici sottostanti. Se un’azienda locale vince un appalto ma agisce come semplice rivenditore o integratore di tecnologie prodotte all’estero, il valore aggiunto e il controllo strategico evaporano istantaneamente. Gran parte della spesa pubblica nominalmente europea finisce così per alimentare catene di fornitura straniere, mantenendo intatta la dipendenza strutturale dietro una facciata di conformità burocratica. La Commissione Europea sta indagando da un anno per verificare se effettivamente il settore del Cloud Computing e della AI sia dominato da quello che tutti noi percepiamo essere un impero assoluto di pochi attori globali. Grandi precedenti esortano a questo: le indagini delle autorità UK e francese sono state chiarissime. Non possiamo attendere oltre. Novembre 2026 per avere il report da Bruxelles sembra una data lontanissima. La speranza è che non esca un documento annacquato. Le lobby sono sempre in agguato.
Sulla presunta superiorità tecnologica esterna
L’idea che le soluzioni non europee siano intrinsecamente superiori è un pregiudizio difficile a morire, alimentato da decenni di marketing aggressivo. Tuttavia, evidenze di mercato dimostrano che i fornitori locali hanno raggiunto standard di eccellenza, spesso superando i concorrenti globali in termini di rispetto dei requisiti di sovranità e protezione dei dati. Accettare passivamente la narrativa della superiorità esterna significa ignorare deliberatamente i successi dell’ecosistema tech europeo e condannarsi a una subalternità psicologica prima ancora che economica. Si parla di dominio cognitivo. Un breve aneddoto spiega cosa sta accadendo: se vi recate a cercare un pezzo di ricambio in un negozio fisico specializzato, potreste sentirvi rispondere dal commesso “Ma ha visto su Amazon?”. Alcuni hanno già rinunciato anche solo a sperare di rendersi indipendenti quando basterebbe essere diversi. Fare leva so quello che abbiamo e non è poco. Sulle nostre competenze. Sulle nostre specializzazioni. Non è pensabile creare campioni dal nulla. Le grandi aziende globali americane sono nate dai garage, non sono nate a tavolino, non sono nate-grandi. Lo sono diventate. Questo è l’esempio più chiaro.
Costi della dipendenza vs costi della preferenza
Nel bilancio costi-benefici, l’attenzione viene erroneamente focalizzata sul possibile (e spesso minimo) sovrapprezzo di una scelta locale. Il vero costo che l’Europa sostiene ogni anno è invece l’emorragia massiccia di capitali verso fornitori esterni. Quando si calcolano i costi di lungo periodo, inclusi i trasferimenti dei dati, i rischi di lock-in (dipendenza dal fornitore) e gli esorbitanti costi di uscita dalle infrastrutture proprietarie, le soluzioni europee risultano spesso molto più economiche e sostenibili. Il risparmio immediato dell’outsourcing extra-UE è, in ultima analisi, un debito tecnologico che le generazioni future dovranno ripagare con gli interessi. Questo appare anche un modo per seguire la massa e non prendersi responsabilità autonome. Impegnandosi si scoprirebbero servizi del tutto paragonabili, risparmiando anche qualche euro. Dunque la scelta va fatta ed il secondo migliore momento è oggi.
Immunità dal diritto estero
Proteggere i dati e le infrastrutture europee dalle interferenze giuridiche di potenze terze non è una “paranoia irraggiungibile”. È un criterio pratico che può essere implementato attraverso requisiti chiari: sede legale, centri di controllo e assenza di obblighi verso legislazioni extraterritoriali (come il CLOUD Act). Le soluzioni puramente tecniche, come la crittografia gestita dal fornitore o il multi-homing, si sono dimostrate insufficienti se non supportate da una cornice giuridica di separazione. La vera sovranità richiede che l’infrastruttura risponda esclusivamente alle leggi del territorio in cui opera. Suona strano dirlo dopo che per 20 anni le economie basate sui dati hanno catturato i diritti sui dati delle nostre vite, senza chiedercelo. Si sono presi tutto e basta. A volte l’hanno restituito, dicendo “scusa” o con qualche piccola sanzione. Il vero passo logico è mettere in protezione non solo i dati personali, su cui esiste una feconda dottrina e giurisprudenza consolidate, ma aprirsi alla sicurezza dei dati non personali e segnatamente quelli aziendali. Il nostro know how sta finendo altrove, fuori dal controllo delle nostre aziende. Una perdita di valore che si traduce in numeri di PIL e di occupazione specializzata. Non è tollerabile esporre i dati ad ingerenze esterne. E non possiamo più subire il ricatto dell’intromissione di altri governi o tribunali extraeuropei che surrettiziamente ordinano ed ottengono i dati anche quando risiedono all’estero.
Rifiuto della narrazione delle lobby
Promuovere la preferenza europea non significa aspirare all’autarchia o alla chiusura dei mercati. Al contrario, è un approccio di “sovranità attraverso l’apertura”: si basa su standard aperti, interoperabilità e l’uso strategico di componenti open source. La storia industriale recente insegna che criteri vaghi portano inevitabilmente al fallimento delle politiche pubbliche. Solo criteri selettivi chiari e rigorosi possono garantire un ecosistema dinamico, capace di collaborare con il resto del mondo senza esserne succube. Standard aperti e interoperabilità sono le parole chiave di questa sovranità ancora tutta da dimostrare. Pretendere questi requisiti significa garantire un futuro più equo e più plurale. Come molti europei sognano. Le lobby stanno lavorando finanziando studi che dimostrano il contrario, si parte dal risultato che si vuole ottenere, si mischiano le carte, le idee, i concetti. E’ facile individuarli e di conseguenza, rifiutare la narrazione opposta agli interessi europei.
Questione strategica di fondo
In ultima istanza, il problema è di natura politica: l’Europa non può permettersi di essere solo il “regolatore globale” di infrastrutture digitali che non possiede né controlla. Regolamentare la tecnologia altrui è un esercizio di potere fragile e limitato. La scelta strategica è netta: o si accetta di gestire una dipendenza strutturale permanente, con tutti i rischi di obsolescenza e ricatto geopolitico che ne conseguono, o si decide di costruire progressivamente una capacità propria. Investire nella preferenza europea significa fare in modo che ogni euro di spesa pubblica diventi un mattone per la costruzione di un ecosistema digitale autonomo, trasformando la necessità della transizione digitale in un’opportunità di rinascita industriale. Si dice spesso che Bruxelles regola e basta. Ma la governance interessa a tutti i Paesi. Non dobbiamo confondere il potere con l’abuso. La regola con la deroga. Il dittatore con il Parlamento. Sono livelli che non stanno insieme.











