In un mondo dove la crittografia promette di rendere i nostri messaggi inaccessibili persino ai governi, stiamo scoprendo una verità scomoda: il punto debole di qualsiasi sistema non è il codice, ma l’essere umano che lo utilizza. Tra phishing evoluto e routine digitali pericolose, la sicurezza informatica si gioca oggi sul campo della psicologia, più che su quello della tecnologia pura. Banalmente siamo noi il miglior alleato dei cybercriminali nel momento in cui cadiamo nella semplicità e nelle abitudini. Ecco cosa sta accadendo e i comportamenti da evitare.

La Trappola dell’Abitudine: Quando il Design ci Tradisce

Uno degli esempi più lampanti di come la progettazione possa ritorcersi contro l’utente è la gestione del PIN in alcune app di messaggistica. La richiesta periodica del codice, pensata per garantirne la memorizzazione, crea in realtà un automatismo pericoloso: l’utente si abitua a inserire il PIN senza riflettere sull’origine della richiesta. Arriva la richiesta, e come un arcoriflesso si inserisce il pin. Un battito di ciglia e la sicurezza è compromessa.

Questo fenomeno facilita enormemente il phishing classico e l’impersonificazione del supporto tecnico. Se un criminale si finge un tecnico IT o un operatore bancario, l’utente, ormai condizionato a fornire credenziali “per routine”, è molto più propenso a installare malware o cedere dati sensibili senza porsi domande. Bisogna tipizzare il comportamento della riflessione ogni volta che ci troviamo di fronte a richieste di codici. Sembra banale, lo ammetto, eppure è la prima causa di phishing. Questo basta a dover ripetere le azioni con cautela, a diffondere la consapevolezza e a non sottovalutare nessuna ipotesi.

Il Fattore “Urgenza” e il rifiuto della complessità

Mentre i dipartimenti IT lavorano per blindare i server, le figure apicali delle organizzazioni spesso scelgono la via della velocità. Leader e dirigenti tendono a privilegiare app private per bypassare la burocrazia aziendale, convinti che la rapidità operativa sia più preziosa dei protocolli ufficiali. Questo a latere della NIS2 deve diventare un comportamento sanzionabile. Non si può bypassare la complessità necessaria per ragioni di velocità o di urgenza.

Questa scelta porta a una normalizzazione di comportamenti insicuri: quando una scorciatoia rischiosa non viene sanzionata, diventa prassi comune. Sotto pressione, l’urgenza vince sulla prudenza, e la sicurezza reale, che dipenderebbe dalla verifica manuale delle chiavi crittografiche, viene sacrificata sull’altare della produttività.

Verso una Sicurezza “Centrata sull’Uomo”

Per invertire questa rotta, è necessario passare da una sicurezza puramente tecnica a una sicurezza centrata sull’uomo. Ciò significa progettare software che tengano conto dei limiti cognitivi dell’utente:

  • Onboarding rigoroso: Educare l’utente sin dal primo accesso.
  • Limitazione dei trasferimenti: Rendere meno immediato il passaggio di dati critici tra dispositivi non verificati.
  • Formazione ricorrente: Abbandonare le sessioni uniche annuali a favore di una consapevolezza continua.

Prima di affrontare il tema della formazione mi viene in mente un aneddoto. Durante la visita alla Grande Muraglia Cinese, è emerso chiaro che bastava corrompere la vedetta nelle torri per superare la difesa. E’ un classico esempio di fattore umano. Qui superiamo la logica della corruzione e dell’anello debole perchè spesso non c’è volontarietà nel causare un danno. Al contrario si tratta proprio di rafforzare al formazione ad ogni livello. Lo so: è un costo. L’ennesimo costo delle aziende. Tuttavia il danno che può derivarne è un costo nettamente superiore rispetto all’investimento in formazione.

Responsabilità e Cultura Aziendale

La sicurezza deve diventare una responsabilità condivisa. Le aziende hanno il compito di rendere i processi sicuri semplici da attuare, affinché non entrino in conflitto con il lavoro quotidiano. Al contempo, i leader hanno l’obbligo morale di dare il buon esempio, come a dire il vero sta già accadendo. Si impara molto di più nell’imitare un comportamento virtuoso, rispetto al manuale della cybersicurezza. Va messa in pratica da subito.

Infine, è fondamentale il modo in cui gestiamo l’errore. La gestione delle vittime non deve passare per l’umiliazione o la derisione pubblica, che scoraggiano le segnalazioni tempestive. Al contrario, serve un approccio basato sulla responsabilità: chi cade in una trappola deve essere supportato e indirizzato a percorsi di aggiornamento obbligatori, garantendo che ogni falla diventi un’opportunità di apprendimento per l’intera organizzazione. Siamo ancora portati alla derisione per fatti che superano di molto la volontà. Il punto è che siamo in piena guerra cibernetica, dove interi team di cybercriminali specializzati operano ogni giorno per violare sistemi sicuri. L’unica difesa che abbiamo è ottenere un maggior livello di cybersicurezza garantendo formazione, formazione continua, tipizzazione, complessità.