L’Europa sembra aver definitivamente abbandonato l’ingenuità tecnologica che ha caratterizzato l’ultimo ventennio. I recenti orientamenti strategici pubblicati dalla Commissione Europea in materia di Open Source, Cloud e Intelligenza Artificiale segnano un punto di non ritorno: la tecnologia non è un’entità neutra, ma un terreno di scontro geopolitico, giurisdizionale e industriale.
Due interventi di primo piano nel dibattito pubblico italiano – quello di Agostino Ghiglia, componente del Collegio del Garante per la protezione dei dati personali, e quello di Franco Bernabè, storico manager e imprenditore – mettono a fuoco la portata di questa svolta. Se Ghiglia decostruisce la retorica immateriale del Cloud per rivelarne la natura infrastrutturale e di potere, Bernabè individua lo strumento economico concreto attraverso cui l’Europa può e deve esercitare la propria sovranità: la riforma degli appalti pubblici (procurement).
Sommario
Il cloud è infrastruttura e potere: la lezione geopolitica di Agostino Ghiglia
Per anni l’opinione pubblica e la classe politica hanno trattato la transizione digitale con un approccio quasi poetico. Il termine stesso “cloud” (nuvola) ha evocato un’immagine di leggerezza, di ubiquità astratta e priva di confini. Un errore prospettico che Agostino Ghiglia smantella con fermezza e rigore istituzionale.
“Finalmente l’Europa capisce che il cloud non è una nuvola. È infrastruttura, giurisdizione, potere. E quindi sovranità. Per anni ci siamo raccontati che il cloud fosse una specie di cielo digitale: leggero, neutro, senza confini. In realtà il cloud è molto meno poetico e molto più politico. È fatto di server, data center, energia, cavi, contratti, fornitori, giurisdizioni, obblighi legali e dipendenze industriali.”
L’analisi di Ghiglia scende nella materialità della tecnologia per spiegare che laddove risiedono i dati della sanità, delle banche, delle scuole e della sicurezza dello Stato, lì risiede la sovranità nazionale ed europea. Il focus non può più essere ridotto alla mera localizzazione geografica del dato, ma deve riguardare la catena di comando legale e politica che lo governa.
“Tradotto: non basta chiedersi dove siano conservati i dati. Bisogna chiedersi chi può accedervi, secondo quale legge, con quali poteri, con quali dipendenze e con quali possibilità di bloccare, condizionare o interrompere un servizio essenziale. È qui che la privacy smette di essere una questione da cookie banner e torna a essere ciò che è sempre stata: una forma concreta di libertà.”
Il punto sollevato dal Garante è cruciale: un diritto formalmente garantito dai regolamenti europei (come il GDPR) diventa “fragile” se l’infrastruttura tecnica che lo ospita risponde a logiche extracomunitarie. Non si tratta di isolazionismo tecnologico, precisa Ghiglia, ma di puro realismo geopolitico. L’intelligenza artificiale e i servizi digitali non vivono nell’iperuranio: “L’IA non abita nell’etere. Abita in macchine, chip, energia, acqua, cloud, contratti e catene di fornitura. Chi controlla il cloud non custodisce soltanto dati. Custodisce pezzi di Stato, di economia e di libertà.”
Il procurement come arma geopolitica: la ricetta industriale di Franco Bernabè
Se Ghiglia definisce i confini valoriali e politici della questione, Franco Bernabè traduce la sfida in termini di politica industriale e di mercato. Commentando il documento della Commissione Europea sulla sovranità tecnologica e sulla strategia Open Source, Bernabè punta il dito contro il grande paradosso europeo: la Pubblica Amministrazione ha storicamente finanziato, con i soldi dei contribuenti, i grandi monopoli tecnologici d’oltreoceano (incumbent), marginalizzando il tessuto produttivo locale.
“In Europa, a differenza di altre regioni, le modalità con cui si fa procurement ICT hanno storicamente favorito i grandi vendor proprietari e reso marginali gli operatori open source, spesso PMI.”
Bernabè analizza con precisione chirurgica i tre vizi capitali che hanno ingessato il mercato europeo della tecnologia:
- Capitolati sartoriali per i colossi: Le gare pubbliche vengono spesso modellate sulle caratteristiche specifiche dei prodotti dominanti, anziché definire i bisogni funzionali e richiedere standard aperti.
- La miopia del prezzo immediato: Ci si concentra sul costo d’acquisto iniziale e sui “bundle” di servizi, ignorando i costi occulti del vendor lock-in (la dipendenza cronica dal fornitore) e il valore della resilienza nel medio periodo.
- Barriere all’ingresso burocratiche: I requisiti finanziari e di referenze pregresse, uniti a bandi mastodontici, escludono a priori le Piccole e Medie Imprese e le mid-caps innovative europee.
La conseguenza di questo schema è un indebolimento strutturale del continente. Tuttavia, la Commissione Europea propone oggi un ribaltamento di paradigma che Bernabè sposa pienamente: l’adozione del concetto di anchor customer. Lo Stato non deve più essere un semplice acquirente passivo, ma il primo investitore strategico che, acquistando soluzioni open source, permette alle PMI europee di scalare il mercato.
Una nuova stagione per l’autonomia strategica
Le visioni di Ghiglia e Bernabè si saldano in un’unica, chiara direttiva per il futuro della governance europea. La sovranità digitale non si ottiene tramite l’autarchia ma attraverso la consapevolezza e il controllo delle infrastrutture critiche.
I diritti fondamentali dell’era moderna non sono più solo inchiostro sulle carte costituzionali; sono scritti nel codice software, nei server e nei cavi in fibra ottica. La sfida per l’Italia e per l’Europa, da oggi in avanti, sarà quella di trasformare questi orientamenti politici in atti normativi e scelte di investimento concrete. Solo così la “nuvola” smetterà di essere un’illusione ottica e diventerà lo spazio sicuro della democrazia europea.

