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Cybersecurity: da Crowdstrike a Danfoss

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La storia dei sistemi complessi, dalla logistica industriale alle infrastrutture digitali che sorreggono il quotidiano, è una sequenza ininterrotta di allerte inascoltate. Ogni volta che una tessera del domino cade, trascinando con sé interi settori produttivi o bloccando snodi nevralgici della società contemporanea, il rituale si ripete immutato. Si convocano tavoli tecnici, si organizzano conferenze affollate, gli esperti si avvicendano sui palchi per spiegare cosa sia andato storto e le autorità di vigilanza rilasciano dichiarazioni severe sulla necessità inderogabile di rafforzare le difese. Poi, nel giro di qualche settimana, il clamore si attenua, i riflettori si spengono e la macchina produttiva torna a scorrere sui medesimi binari di prima.

C’è una sottile e pericolosa illusione che permea la gestione del rischio moderno, una convinzione strisciante secondo cui il problema riguardi sempre e solo gli altri, o che l’assenza di un determinato software o hardware all’interno della propria struttura rappresenti una sorta di amuleto contro la sfortuna. Ma la sicurezza non è una questione di scongiuri, né una condizione che si possa acquistare una volta per tutte con un pacchetto di licenze.

Quando un gigante della componentistica come Danfoss affronta un intoppo nella catena di fornitura, o quando un aggiornamento difettoso firmato da un colosso della cybersecurity come CrowdStrike riesce nell’impresa di far collassare la metà degli aeroporti del pianeta, la reazione immediata del mercato è spesso la ricerca del capro espiatorio. Ci si concentra sulla singola azienda, sul singolo errore umano, sulla riga di codice errata o sulla falla di sicurezza specifica. Questo approccio miope impedisce tuttavia di scorgere la vera natura del problema.

Il punto non è se una determinata organizzazione utilizzi o meno i prodotti di quel fornitore specifico. La vera questione risiede nella struttura stessa della rete che abbiamo costruito, una rete caratterizzata da un’omogeneità esasperata che trasforma ogni piccola crepa in una frattura sistemica.

Pensare di essere al sicuro soltanto perché nei propri data center o nei propri impianti di refrigerazione non è installato il software finito al centro della bufera equivale a credere di essere immuni a un’epidemia solo perché non si è contratta la prima variante del virus. Il meccanismo di propagazione rimane identico, e il giorno in cui la falla toccherà il proprio fornitore abituale, le conseguenze saranno le medesime.

Perché la Diversificazione è la Vera Sovranità

La logica economica che ha guidato lo sviluppo tecnologico degli ultimi tre decenni ha premiato in modo quasi esclusivo la standardizzazione. Scegliere un unico interlocutore per l’intera infrastruttura, uniformare i sistemi operativi, adottare i medesimi componenti hardware per migliaia di dispositivi distribuiti sul territorio permette di abbattere i costi, di semplificare la manutenzione e di ottimizzare le risorse umane necessarie alla gestione. Questa ricerca spasmodica dell’efficienza ha però creato gigantesche monoculture tecnologiche. Proprio come accade in agricoltura, dove un campo coltivato con un’unica varietà vegetale risulta immensamente più vulnerabile all’attacco di un parassita rispetto a un ecosistema naturale diversificato, così i nostri apparati digitali e industriali si ritrovano oggi esposti al rischio del blocco totale. Quando un’unica piattaforma software gestisce la quasi totalità dei controlli di sicurezza degli endpoint aziendali a livello globale, quel programma smette di essere un semplice strumento di difesa e diventa, paradossalmente, il più grande punto singolo di fallimento dell’intera economia mondiale.

La concentrazione del rischio in pochissime mani è la diretta conseguenza di un mercato che ha scambiato la resilienza per un costo superfluo, preferendo la linearità della monocultura alla complessità della diversificazione.

A complicare ulteriormente il quadro interviene un secondo mito, particolarmente diffuso all’interno di settori industriali tradizionali o in quelle realtà che gestiscono impianti operativi ed energetici. Si tratta dell’idea che l’arretratezza tecnologica possa costituire un baluardo difensivo, un’idea spesso riassunta nella nozione di sicurezza attraverso l’oscurità o l’isolamento. Si tende a credere che una centralina di vecchia generazione, un macchinario privo di connessioni avanzate o un sistema operativo obsoleto siano intrinsecamente protetti dal semplice fatto di essere vecchi, meno visibili o apparentemente staccati dalle grandi direttrici della rete globale. La realtà sul campo dimostra esattamente il contrario.

Durante gli incidenti più recenti e le campagne di aggressione cibernetica più estese, i primi apparati a cadere sono stati proprio quelli più datati. I dispositivi vecchi portano con sé architetture concepite in un’epoca in cui la sicurezza non era una priorità di progettazione. Mancano di sistemi di crittografia adeguati, non supportano meccanismi di autenticazione solida e, cosa ancora più grave, non possono essere aggiornati tramite patch correttive perché i produttori hanno da tempo cessato il supporto o perché l’hardware non possiede la memoria necessaria per ospitare nuovo codice. L’arretratezza non è mai uno scudo, ma un fattore di estrema fragilità che attende soltanto di essere intercettato da un vettore d’attacco o da una fluttuazione della rete per mostrare tutta la propria debolezza.

Di fronte a queste evidenze, il dibattito pubblico e politico tende a rifugiarsi in uno slogan che ha conquistato rapidamente la scena aziendale e istituzionale, quello della sovranità tecnologica. È un concetto rassicurante, evocative di confini ben presidiati, di controllo nazionale sulle risorse critiche e di indipendenza dai colossi esteri. Tuttavia, nel modo in cui viene declinata nel discorso corrente, la sovranità rischia di trasformarsi nell’ennesima illusione consolatoria. Se per sovranità si intende semplicemente il tentativo di creare un recinto protetto all’interno del quale replicare su scala locale gli stessi identici modelli di concentrazione e standardizzazione, non si sta facendo altro che rimpicciolire la monocultura senza resolverne i difetti strutturali. Un monopolio o una standardizzazione forzata su base nazionale o regionale non offrono alcuna garanzia di tenuta in più rispetto a quelli globali.

La vera sovranità non si manifesta nella pretesa di controllare ogni singolo bit della catena del valore, un obiettivo irrealizzabile in un mondo profondamente interconnesso, ma nella capacità strategica di orchestrare la diversità. La sovranità autentica è la libertà di non dipendere da una sola opzione, la facoltà di poter sostituire un modulo difettoso con un alternativa funzionante senza che l’intero edificio crolli.

Dario Denni: “Avere un ecosistema diversificato fa la differenza, non usiamo danfoss non significa che siamo invulnerabili, significa che non c’è l’effetto domino, vale per i frigoriferi, per il caso ormai dimenticato dell’aggiornamento di crowdstrike che ha tirato giu gli aeroporti di mezzo mondo ma come si vede non impariamo niente. Si era espresso Baldoni a pochi giorni, centinaia di convegni, siamo punto a capo. Non ci protegge l’arretratezza, assolutamente no. Le centraline bucate erano le piu vecchie. ci protegge la diversificazione. Sovranità tà tà!

La costruzione di un ecosistema davvero resiliente richiede un cambio di paradigma culturale prima ancora che tecnologico. Bisogna accettare che la diversificazione ha un prezzo. Gestire piattaforme eterogenee, formare il personale su tecnologie differenti, mantenere attive linee di fornitura parallele e progettare architetture capaci di far dialogare componenti con standard diversi comporta inevitabilmente un aumento dei costi operativi e una maggiore complessità gestionale. Tuttavia, questo costo non deve essere considerato uno spreco o una sovratassa sull’efficienza, bensì l’unico premio assicurativo reale in grado di garantire la sopravvivenza dell’impresa e la tenuta dei servizi essenziali nel momento della crisi.

La ridondanza non è una duplicazione inutile, ma l’unico margine di errore che ci separa dal disastro quando l’imprevisto si verifica. Un sistema industriale o informatico progettato per accogliere la diversità è un sistema capace di assorbire l’urto di un guasto locale, di isolare la parte danneggiata e di continuare a funzionare, magari a regime ridotto, ma senza mai arrivare al punto di arresto totale.

Invece di far tesoro di queste lezioni, la tendenza dominante rimane quella dell’amnesia selettiva. Ci si entusiasma per i convegni sulla sicurezza, si approvano regolamenti sempre più dettagliati, si redigono report d’analisi impeccabili dopo ogni incidente, ma quando si tratta di decidere gli investimenti e le architetture per il futuro si finisce per scegliere nuovamente la via più comoda, economica e omogenea. Ci si ritrova così in un ciclo continuo di emergenze e promesse di cambiamento, incapaci di scalfire la dipendenza dalle monoculture che noi stessi abbiamo alimentato. Continuare a ignorare la necessità di una vera eterogeneità nei sistemi operativi, nei componenti hardware e nelle strategie di difesa significa condannarsi a rivivere ciclicamente la stessa paralisi. Fino a quando continueremo a scambiare la standardizzazione per progresso e gli slogan di facciata per strategie di sicurezza, rimarremo sempre fermi allo stesso punto.

L’illusione della Monocultura Tecnologica

Negli ultimi anni, la sicurezza dei sistemi e la continuità operativa delle infrastrutture critiche sono state messe a dura prova da una serie di incidenti che condividono tutti il medesimo schema di vulnerabilità. Dal recente caso delle centraline Danfoss nel settore della refrigerazione e della catena del freddo, fino al ben noto disastro causato dall’aggiornamento software di CrowdStrike — che nell’estate del 2024 arrivò a paralizzare aeroporti, banche e sistemi sanitari su scala globale —, la lezione resta costantemente disattesa.

Ogni qual volta si verifica un’interruzione di massa, esperti di settore e autorità nazionali — prima fra tutte l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale — ribadiscono la necessità inderogabile di rafforzare la resilienza. Eppure, superata la fase di emergenza e terminata la sequenza di convegni di settore, le architetture operative tendono a ritornare esattamente al punto di partenza.

I tre miti da sfatare

Per comprendere le ragioni di questa vulnerabilità sistemica, è necessario decostruire tre concetti errati ma radicati nella prassi aziendale ed istituzionale:

  1. L’assenza del fornitore non equivale all’immunità
    Non adottare una specifica marca o un determinato vendor non rende un’organizzazione invulnerabile. L’assenza di un singolo componente evita unicamente l’impatto diretto in quel singolo evento, ma non protegge da vulnerabilità strutturali analoghe presenti in prodotti concorrenti con architetture omogenee.
  2. L’effetto domino e il rischio di monocultura
    Il vero pericolo per le filiere industriali e i servizi essenziali risiede nel Single Point of Failure su vasta scala. Quando un intero settore si standardizza su un unico fornitore per ragioni di costo, ottimizzazione delle licenze o facilità di gestione, un difetto del software o un attacco cibernetico smettono di essere un problema per il singolo utente e diventano una paralisi di sistema.
  3. La falsa sicurezza dei sistemi legacy
    La convinzione che i sistemi datati o “isolati” siano protetti in virtù della loro arretratezza (Security through Obscurity) si è dimostrata ripetutamente fallace. Le centraline più vecchie presentano protocolli privi di crittografia, assenza di autenticazione e l’impossibilità strutturale di applicare patch, risultando le prime ad essere compromesse non appena vengono esposte a vettori di attacco di rete.

Dalla standardizzazione alla resilienza

La vera protezione dei sistemi complessi non risiede nell’isolamento o nell’imposizione di standard rigidi e univoci in nome dell’autarchia digitale. La sovranità tecnologica non si misura sulla capacità di chiudersi all’interno di un unico perimetro o di una soluzione monolitica, ma sulla capacità di garantire la continuità operativa attraverso la ridondanza, la ridondanza dei fornitori e l’eterogeneità dei sistemi.

Diversificare le tecnologie e i software operativi comporta costi iniziali più elevati e un’operatività più complessa. Tuttavia, è l’unica strategia in grado di interrompere la propagazione dei guasti a cascata e garantire una reale capacità di sopravvivenza dei processi critici.

Continuare a inseguire l’omologazione di mercato gridando alla protezione dei confini digitali ci riporta sempre al solito ritornello: tra un convegno e l’altro, continuiamo a cantare Sovranità tà tà, sperando che basti a regalarci la Felicità tà tà.