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Octave Klaba contro il progetto GigaFactory UE

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Il CEO europeo del cloud, Octave Klaba (fondatore e CEO di OVHcloud, il principale fornitore cloud europeo), ha criticato l’approccio dell’Unione Europea alle cosiddette “Gigafactory di intelligenza artificiale”, definendolo fondamentalmente sbagliato se non viene impostato in termini commerciali reali.

In dichiarazioni recenti (gennaio 2026), Klaba ha espresso preoccupazione per il progetto di punta dell’UE, che prevede la creazione di grandi hub di calcolo specializzati per addestrare modelli AI di grandi dimensioni, con un investimento pubblico-privato stimato intorno ai 20 miliardi di euro. Secondo Klaba, l’UE sta adottando un approccio “country-by-country” (paese per paese), frammentato a livello nazionale, invece di puntare su una soluzione veramente pan-europea e scalabile. OVHcloud, al contrario, opera già in modo transfrontaliero senza silos nazionali.

Giugno 2026 – Klaba conferma la sua visione

Il fondatore di OVH, Octave Klaba, ha deciso di non candidarsi al programma Gigafactories a causa dell’eccessivo focus sugli interessi nazionali da parte degli Stati membri, che a suo avviso faticano ancora a ragionare in un’ottica autenticamente europea. Nonostante disponga dei capitali necessari per realizzare il suo progetto di espansione e costruire data center in diversi paesi del continente, Klaba si trova a dover fare i conti con ostacoli pratici, come la carenza di allacciamenti alla rete elettrica in Germania. Secondo l’imprenditore, per superare questi limiti strutturali e politici, l’Europa ha oggi l’assoluto bisogno di sviluppare una visione strategica condivisa.

Penso che abbia ragione. Il focus è solo sulla costruzione delle infrastrutture (gli “asset”: hardware, data center potenti), ma nessuno discute seriamente di come verranno utilizzati commercialmente, di modelli di business, acquisizione clienti, prezzi prevedibili, adozione reale da parte del mercato e generazione di valore economico.


«Per il momento, è solo l’iniziativa per creare gli asset, ma nessuno parla di come verranno usati»

Secondo Klaba, il progetto deve pensare in termini commerciali: interoperabilità, approccio aperto (OVHcloud è pro-open source), competizione reale con i giganti americani (AWS, Azure, Google), sostenibilità economica senza dipendere solo da sussidi pubblici, altrimenti rischia di diventare un’infrastruttura sottoutilizzata o inefficiente, ripetendo errori del passato europeo.

Klaba non è contrario agli investimenti in infrastrutture AI europee (anzi, OVHcloud partecipa a discussioni con la Commissione Europea e punta a diventare un attore “sistemico” continentale), ma insiste affinché si eviti un modello puramente politico o sovvenzionato, favorendo invece una logica di mercato che garantisca adozione, clienti paganti e indipendenza tecnologica duratura. Questo commento arriva mentre OVHcloud cresce (ricavi organici +6% nel Q1 2026), con Klaba tornato pienamente al comando dal 2025 e obiettivi ambiziosi (raggiungere i 2 miliardi di euro di fatturato annuo e far conoscere il brand a tutti i cittadini europei entro il 2030). La sua posizione rafforza il dibattito su come l’Europa possa davvero competere nell’AI senza ripetere dipendenze dal cloud USA/Asia.

E’ chiaro che se ogni Stato membro cerca di costruire la propria “Gigafactory AI” per proteggere i propri interessi politici o il proprio indotto locale, si perde l’economia di scala necessaria per competere con colossi come NVIDIA o Microsoft.

Il timore di Klaba è che i 20 miliardi di euro vengano spesi in hardware che, tra 24 mesi, potrebbe essere obsoleto se non inserito in un flusso di lavoro commerciale, dunque queste infrastrutture rischiano di diventare centri di ricerca isolati piuttosto che motori economici.

Quando Octave Klaba critica l’attuale impostazione delle Gigafactory europee, non sta parlando solo da imprenditore, ma da realista: ci sta dicendo che stiamo costruendo enormi cattedrali tecnologiche senza preoccuparci di chi ci entrerà a pregare. È una posizione che condivido pienamente, perché mette a nudo il paradosso di una politica industriale che preferisce finanziare il “ferro” e il silicio piuttosto che progettare modelli di business capaci di stare in piedi da soli.

Il vero rischio è che questi 20 miliardi di euro vengano polverizzati in una miriade di progetti nazionali, figli di una logica di spartizione politica che è l’esatto opposto della scalabilità richiesta dal cloud moderno. Mentre gli Stati Uniti avanzano come un blocco unico e iper-competitivo, l’Europa si ostina a muoversi con un approccio frammentato, paese per paese, su ogni questione, dalla difesa alla tecnologia, dimenticando che nell’era dell’AI la massa critica è tutto. Se dividiamo le risorse per accontentare ogni bandiera nazionale, finiremo per avere tante piccole infrastrutture sottoutilizzate, incapaci di competere con la potenza d’urto di Microsoft, Google o AWS oggi dominanti.

Essere d’accordo con Klaba significa capire che la sovranità digitale non si ottiene con i sussidi a pioggia, ma con la capacità di attrarre clienti reali. Un’infrastruttura AI che non parla di prezzi prevedibili, di facilità d’uso e di adozione commerciale è destinata a diventare un museo tecnologico pagato dai contribuenti. La vera sovranità nasce dall’indipendenza, dobbiamo creare un ecosistema aperto e interoperabile, dove le aziende scelgano il cloud europeo non per dovere patriottico, ma perché è tecnicamente superiore e commercialmente vantaggioso.

Dobbiamo smetterla di pensare che basti costruire un asset per generare innovazione. Senza un piano che metta al centro l’acquisizione di clienti, la generazione di valore economico e la libertà dell’open source, le Gigafactory resteranno gusci vuoti. È tempo che l’Europa impari a pensare meno come un regolatore e più come un partner sistemico, capace di trasformare la tecnologia in economia reale, evitando di ripetere gli errori del passato in cui abbiamo inventato il futuro per poi lasciarlo monetizzare ad altri.

L’Unione Europea ha compiuto un passo decisivo verso la sovranità tecnologica con l’adozione formale dell’emendamento al regolamento EuroHPC, entrato in vigore il 20 gennaio. Questa modifica non è un semplice aggiornamento burocratico, ma una vera e propria evoluzione strategica che amplia il mandato dell’Impresa Comune EuroHPC (EuroHPC JU) per rispondere alle sfide globali poste dall’intelligenza artificiale e dal calcolo quantistico.

Cosa sono le AI Gigafactories in UE

Il cuore pulsante di questa riforma è l’istituzione delle AI Gigafactories. Si tratta di infrastrutture di calcolo su vastissima scala, concepite specificamente per l’addestramento e l’implementazione di modelli di IA di prossima generazione, inclusi i sistemi generativi e i modelli di base.

L’obiettivo è duplice:

  1. Competitività: Fornire a startup, ricercatori e industrie europee una potenza di calcolo di livello mondiale, equiparabile a quella dei giganti tecnologici extra-europei.
  2. Etica e Governance: Garantire che lo sviluppo dell’IA avvenga nel pieno rispetto dei valori europei e degli standard di protezione dei dati, offrendo un’alternativa sicura e trasparente. Il bando ufficiale per la creazione di queste strutture è atteso per il primo trimestre del 2026.

L’emendamento rafforza parallelamente le ambizioni dell’Europa nel settore quantistico. Integrando gli investimenti tra l’Unione e i singoli Stati membri, l’EuroHPC JU potrà accelerare la creazione di un ecosistema quantistico sovrano. Questo approccio coordinato copre l’intera filiera, dalla ricerca di base fino alle applicazioni industriali concrete, con l’obiettivo di rendere l’Europa un leader globale anche in questo ambito di frontiera. Il nuovo regolamento trasforma l’EuroHPC da una rete di supercomputer in un catalizzatore di innovazione digitale integrata. Allineando il calcolo ad alte prestazioni (HPC), l’intelligenza artificiale e le tecnologie quantistiche sotto un’unica governance, l’UE punta a una crescita economica sostenibile e a una maggiore resilienza tecnologica.

AI FACTORY in Italia


L’annuncio della candidatura dell’Italia per ospitare una delle nuove AI Gigafactories europee – un’operazione da 400 milioni di euro cofinanziata pariteticamente da Roma e Bruxelles – riapre il secolare dibattito sulla natura dei grandi investimenti pubblici nel nostro Paese. Da un lato, la scelta di Genova come capofila e l’attenzione ai poli tecnologici meridionali rispondono a innegabili requisiti tecnici: la Lanterna è oggi lo snodo cruciale dei cavi sottomarini globali, l’infrastruttura minima per non rimanere isolati nella rete globale del supercalcolo.
Dall’altro, è impossibile isolare la geopolitica dell’innovazione dal termometro del consenso locale. In territori storicamente legati all’industria pesante o a complesse transizioni economiche, l’evocazione di una “AI Factory” o di un hub di frontiera rischia di essere percepita come una suggestione comunicativa, utile a mitigare crisi occupazionali profonde con la promessa di un domani digitale.
La sfida delle Gigafactories non si misurerà sui tagli del nastro o sui comunicati pre-elettorali, ma sulla reale capacità di attrarre gli 800 milioni di capitali privati necessari a completare l’opera. Solo se i supercomputer diventeranno infrastrutture di sistema, capaci di generare filiere industriali reali e competenze diffuse, il piano potrà dirsi una strategia di lungo termine per la sovranità tecnologica del Paese, e non l’ennesima cattedrale virtuale nel deserto.