Come ampiamente previsto su queste pagine, può accadere almeno una volta nella vita, di svegliarvi e scoprire che la vostra casella di posta elettronica è svanita nel nulla, che il vostro sito web aziendale o associativo è irraggiungibile e che la vostra banca vi ha telefonato per dirvi che potrebbe congelarvi il conto corrente. Non è un incubo, cosa pensereste? Pensereste, legittimamente, di aver commesso un reato grave, di essere finiti al centro di un’inchiesta della Procura della Repubblica, o che un giudice italiano abbia firmato un decreto d’urgenza nei vostri confronti.
Invece, nell’Europa del 2026, tutto questo può succedere senza che nessun magistrato italiano o europeo abbia mai aperto un fascicolo su di voi. Può succedere semplicemente perché un’agenzia governativa di Washington, dall’altra parte dell’oceano, ha deciso di inserire il vostro nome in una lista nera. Senza appello.
È esattamente ciò che sta accadendo in queste ore a uno dei più storici e longevi collettivi della rete italiana: Autistici/Inventati (A/I). Fondato nel 2001, il collettivo offre da venticinque anni servizi gratuiti di email, web hosting e blog a movimenti sociali, attivisti e associazioni. Ma al di là di come la si pensi sulle posizioni politiche del collettivo o dei soggetti da esso ospitati, la vicenda di A/I ha aperto un gigantesco vaso di Pandora che riguarda tutti noi. Non è una storia di politica interna, di beghe di partito o di retroscena da talk-show. Che non mancheranno, sicuramente.
È una storia che svela, con la brutale freddezza dei codici informatici e dei flussi finanziari, quanto sia profonda, strutturale e spaventosa la dipendenza digitale e bancaria dell’Europa dagli Stati Uniti.
Siamo una colonia tecnologica e finanziaria che si illude di essere sovrana ma di fatto non lo è. E il caso di oggi ne è la dimostrazione plastica.
Sommario
Cronaca di un’esecuzione extragiudiziale: il blackout del DNS
Per capire come siamo arrivati a questo punto, bisogna ricostruire la sequenza tecnica degli eventi. Il 26 agosto 2026, il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, attraverso l’Office of Foreign Assets Control (OFAC), inserisce il collettivo Autistici/Inventati nella lista degli Specially Designated Global Terrorists. L’accusa mossa da Washington è quella di fornire infrastrutture digitali e strumenti di anonimizzazione a gruppi radicali di estrema sinistra, anarchici e della galassia Antifa. Intanto non sappiamo quali prove abbiano, ma al netto di questo sono le conseguenze a preoccupare.
Si. Passano meno di quarantott’ore e la mattina del 28 agosto il sito ufficiale del collettivo, insieme a decine di migliaia di caselle email collegate, smette di funzionare. Come riportato nell’inchiesta dettagliata di Emanuela Del Frate e Chiara Sgreccia pubblicata sul quotidiano Domani, Bloccato il sito di A/I, il collettivo sanzionato dagli Usa. Il Pd prepara un’interrogazione al parlamento Ue, chiunque provi a collegarsi riceve un errore sistemico: “Impossibile trovare l’indirizzo IP del server”. Clik. Sparito.
Cosa è successo tecnicamente? Prima a fallire è la risoluzione del DNS (Domain Name System), l’elenco telefonico di internet che traduce i nomi dei siti in indirizzi IP numerici leggibili dalle macchine. Il blocco non è arrivato da un provider italiano o da un ordine della magistratura. È arrivato direttamente dal gestore del dominio di primo livello .org, il Public Interest Registry. E dare un’occhiata alla struttura del web ci ricorda dove ha sede questo registro, ovvero negli Stati Uniti. Essendo un’organizzazione di diritto americano, essa è legalmente obbligata ad adempiere in tempo zero agli ordini del proprio governo. Senza consultare il nostro.
Questo significa che se l’amministrazione americana decide che un soggetto è una minaccia, ha il potere tecnico e legale di cancellarlo dalla mappa del web mondiale, indipendentemente dal fatto che quel soggetto risieda in Italia, in Francia o in Germania. È la dimostrazione scientifica che la governance dell’architettura di internet non è neutrale, né globale: è saldamente radicata sotto la giurisdizione e gli interessi geopolitici di Washington. L’Europa assiste passiva mentre un pezzo della sua rete viene spento da un clic oltreoceano.
Il cappio delle sanzioni secondarie e la fine della sovranità bancaria
Ma l’abbraccio soffocante della dipendenza dagli USA non si ferma all’infrastruttura di rete. Penetra ancora più a fondo, toccando il sistema nervoso centrale delle nostre società: la nostra economia in primis.
A seguito della sanzione americana, non sono stati bloccati solo i canali di pagamento nativi degli Stati Uniti, come l’account PayPal utilizzato dal collettivo per raccogliere donazioni. Il vero corto circuito è emerso quando la notizia ha raggiunto gli istituti di credito italiani. Come si legge sempre nell’articolo di Domani, persino una realtà orientata all’etica e alla finanza sostenibile come Banca Etica si è vista costretta ad attivare i propri canali legali per valutare la chiusura dei conti del collettivo e l’impossibilità di far prelevare i fondi necessari a pagare i server fisici.
Perché una banca che opera in Italia, regolata dal diritto italiano e vigilata dalla Banca d’Italia, deve obbedire a un ordine esecutivo del governo americano? La risposta risiede nel meccanismo letale delle sanzioni secondarie.
Gli Stati Uniti applicano una politica di extraterritorialità del proprio diritto finanziario: qualunque istituzione finanziaria globale che decida di fare affari o mantenere relazioni con un soggetto inserito nelle blacklist dell’OFAC rischia di essere totalmente tagliata fuori dal sistema di compensazione in dollari e dai circuiti di pagamento internazionali controllati dagli USA (come lo SWIFT).
Per una banca europea, essere esclusa dai mercati americani e dall’uso del dollaro equivale a una condanna a morte immediata. Di conseguenza, gli istituti di credito europei compiono quella che in gergo tecnico viene definita un’azione di de-risking: per proteggere se stessi, applicano preventivamente le decisioni di Washington, scaricando il cliente sanzionato. La sovranità bancaria dell’Unione Europea, dunque, è un castello di carte. Le banche europee non rispondono solo alle leggi dei propri Stati, ma devono obbedire ai diktat macroeconomici della Casa Bianca se vogliono continuare a sopravvivere nel mercato globale.
Lo scontro tra cultura giuridica e arbitrio amministrativo
Il caso assume contorni ancora più inquietanti se si analizzano le profonde divergenze di diritto tra i due lati dell’Atlantico. Come efficacemente illustrato nell’analisi di Stefano Dambruoso e Francesco Conti sul portale di geopolitica ed economia Formiche.net, dal titolo Chi decide chi è terrorista? Il caso Autistici/Inventati e le differenze tra Usa, Regno Unito e Italia, emerge un vero e proprio scontro di civiltà giuridica.
Nel nostro ordinamento, di antica e solida tradizione continentale, la separazione dei poteri è un pilastro insostituibile della democrazia. Per incidere sui diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione – come la libertà di associazione, la proprietà privata, la gestione delle proprie ricchezze e la libertà di comunicazione – è tassativamente richiesto l’atto motivato di un giudice terzo, emesso all’interno di un giusto processo dove all’accusato sia garantito il più ampio diritto di difesa. In Italia, la mera affinità ideologica a un movimento radicale o l’ospitalità digitale data a una galassia d’area non costituiscono reato in assenza di una provata partecipazione materiale ad atti eversivi.
Negli Stati Uniti, invece, il modello antiterrorismo si muove su un binario puramente amministrativo ed esecutivo. Un’agenzia governativa può decidere unilateralmente l’inserimento di un soggetto in una lista di proscrizione, congelando beni, bloccando comunicazioni e distruggendo l’operatività economica di un’entità senza che vi sia stata alcuna sentenza giudiziaria, alcun dibattimento e senza l’obbligo di rendre pubbliche le prove.
Il paradosso geopolitico è servito: un provvedimento amministrativo unilaterale, figlio della polarizzazione politica interna americana (che nella sua strategia nazionale del 2026 ha parificato gli estremisti di sinistra ai gruppi jihadisti per mere esigenze di consenso interno), produce effetti legali ed economici immediati e devastanti sul territorio italiano. Le tutele costituzionali dei cittadini europei vengono così evaporate e aggirate per via transatlantica.
Ma i medesimi catastrofici effetti, seppur indiretti, potrebbero accadere per qualunque ente europeo sia fruitore di servizi Cloud americani, a causa del Cloud Act americano e del FISA.
Il fango della politica locale contro la sovranità delle infrastrutture
Mentre l’Europa subisce questo bypass della propria sovranità, la politica italiana ha preferito degradare la vicenda a una rissa di cortile. Come denunciato nell’approfondimento di TorinoCronaca, intitolato L’uomo del PD è tra i siti dei terroristi. Ora interrogazioni a Roma e Bruxelles, gran parte del dibattito mediatico italiano è stato focalizzato su un attacco mirato a una singola figura tecnica, Paolo De Rosa, ex consulente di vari governi e attuale funzionario UE, “colpevole” di ricoprire il ruolo di segretario dell’associazione AI ODV (la sigla legale usata dal collettivo per ricevere donazioni legittime e il 5 per mille).
Le forze di maggioranza, guidate localmente e nazionalmente da Fratelli d’Italia, hanno annunciato interrogazioni parlamentari rivolte al Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi per agitare lo spettro di presunte “contiguità” tra le istituzioni e le frange violente dell’antagonismo. Dall’altra parte, deputati ed europarlamentari del Partito Democratico (come Andrea Casu e Brando Benifei) si sono mossi con iniziative speculari per difendere l’infrastruttura appellandosi al Digital Services Act europeo.
Questo livello del dibattito, tuttavia, si autoalimenta solo per fini elettorali interni e rischia di coprire il vero, drammatico elefante nella stanza che le classi dirigenti europee si rifiutano di guardare.
Il vero nodo della questione: l’Europa come spazio colonizzato
Il vero nodo della questione non è se il collettivo Autistici/Inventati sia simpatico o antipatico, né quali blog ospitasse sui propri server. La vera domanda, drammatica e urgente, è: quale livello di autonomia e sovranità strutturale è rimasto all’Europa?
La realtà è che l’Unione Europea ha rinunciato a costruire una propria indipendenza. Abbiamo delegato la nostra infrastruttura tecnologica alle Big Tech californiane, i nostri domini internet a registri controllati da Washington e i nostri flussi finanziari a circuiti e valute di cui non possediamo le chiavi. Quando l’Europa ha provato a normare lo spazio digitale con regolamenti complessi come il Digital Services Act, si è illusa che scrivere regole su carta bastasse a esercitare il potere. Ma il potere reale non risiede nei codici di legge; risiede nell’infrastruttura fisica e nei nodi di rete. Chi possiede i cavi, chi gestisce i server radice dei DNS e chi controlla i sistemi di pagamento centralizzati ha il potere di vita e di morte digitale su chiunque.
Se domani mattina gli Stati Uniti decidessero che un’azienda strategica europea, un media non allineato o una fondazione umanitaria non rispondono più ai loro standard di sicurezza nazionale, potrebbero spegnerli con la stessa identica facilità con cui hanno oscurato A/I. E le nostre banche, i nostri provider e le nostre istituzioni non potrebbero fare altro che adeguarsi per non essere travolti.
Finché l’Europa non comprenderà che la sovranità digitale e la sovranità finanziaria richiedono investimenti in infrastrutture proprietarie telco/cloud/datacenter/AI, reti DNS autonome, sistemi di pagamento alternativi non ricattabili e una ferrea protezione legale dei propri cittadini contro l’extraterritorialità delle leggi straniere, resteremo quello che siamo oggi: una splendida, colta e avanzatissima colonia digitale, il cui interruttore generale si trova a diecimila chilometri di distanza, pronto a essere abbassato al prossimo cambio d’umore della Casa Bianca.

