Apple e Google aggiornano le mappe cambiando nome al Lago Ontario farlo diventare altro. Questo intanto dimostra il potere del Presidente degli Stati Uniti, invincibile. Secondo pone una serie di questioni su Toqueville che non sto qui a spiegare. Terzo: quando fu cacciato dai social networks alla sconfitta con Biden, i nostri “esperti” hanno cavillato su Terms&Conditions delle piattaforme. C’è una giustificazione a tutto, basta trovarla. Si potevano Apple&Google rifiutare di aggiornare le mappe? Pare che sia arrivata una telefonata minatoria da Washington.
Un ordine esecutivo emesso dalla Casa Bianca ha spinto i giganti della tecnologia, Apple e Google, ad aggiornare le proprie mappe digitali per rinominare il Lago Ontario in “Lake America” per tutti gli utenti che si collegano dal territorio statunitense. L’episodio ha scatenato un vivo dibattito che va ben oltre la semplice toponomastica, toccando i cardini del potere politico contemporaneo, il ruolo delle multinazionali dell’informazione e le dinamiche storiche della democrazia americana.
Per comprendere cosa sia accaduto da un punto di vista giuridico e politico, è necessario distinguere la sovranità reale dalla convenzione burocratica.
Un decreto presidenziale americano non ha il potere di modificare i trattati internazionali o la sovranità territoriale di altri Paesi. Il Lago Ontario rimane un bacino idrico condiviso tra gli Stati Uniti e il Canada, tutelato da accordi bilaterali plurisecolari che nessuna decisione unilaterale di Washington può scalfire.
Ciò che il Presidente può fare, tuttavia, è cambiare il registro ufficiale dei nomi geografici utilizzato dalle agenzie federali interne. È una decisione che ha valore legale esclusivo nei confini della giurisdizione governativa statunitense, ma che dimostra l’enorme capacità dell’esecutivo di imporre la propria narrazione simbolica sul piano nazionale.
Il fatto che due colossi privati come Apple e Google si siano rapidamente adeguati alla direttiva, modificando la dicitura sulle loro applicazioni, richiama direttamente le intuizioni di Alexis de Tocqueville.
Nel suo celebre studio sulla democrazia americana scritto nell’Ottocento, il pensatore francese analizzò con lucidità i rischi dell’accentramento del potere e della conformazione del pensiero politico. Tocqueville evidenziava come la vera forza di un potere sovrano nelle società moderne non risieda soltanto nell’uso della forza fisica, ma nella capacità di plasmare la percezione della realtà, orientando la cultura quotidiana e l’opinione pubblica fino a creare una forma di pressione uniforme.
Quando le infrastrutture informatiche che la collettività utilizza per orientarsi nel mondo fisico ed essere informata si piegano istantaneamente ai desideri del potere politico, la sottile linea di separazione tra istituzioni pubbliche e grandi aziende private rischia di svanire, lasciando il cittadino privo di corpi intermedi capaci di fare da contrappeso.
Di fronte a questa dinamica sorge una domanda fondamentale sulla libertà di scelta dei giganti della tecnologia: Apple e Google avrebbero potuto rifiutarsi di aggiornare le proprie mappe? In linea puramente teorica e costituzionale, la risposta è sì.
Trattandosi di società commerciali private, non esiste una norma di legge federale che imponga loro di adottare acriticamente la nomenclatura scelta dall’amministrazione per i prodotti destinati al grande pubblico. Non c’è stato bisogno di leggi speciali o di clamorose smentite pubbliche per far sì che le piattaforme si allineassero. Le aziende della Silicon Valley hanno da tempo sviluppato una politica aziendale standard basata sul pragmatismo: per evitare di assumere il ruolo scomodo di arbitri della geopolitica mondiale, tendono a mostrare a ciascun Paese la mappa approvata dal rispettivo governo locale. Per questo motivo, la dicitura modificata appare sugli schermi degli utenti americani, mentre in Canada e nel resto del mondo la denominazione originale rimane invariata.
Oltre alle procedure tecniche, esiste un livello di pressione politica ed economica ben più incisivo di una semplice telefonata o di un’imposizione formale. Le multinazionali del settore tecnologico, pur essendo colossi globali con fatturati superiori al prodotto interno lordo di molte nazioni, mantengono la propria sede legale negli Stati Uniti e dipendono costantemente dalle decisioni di Washington in materia di regolamentazione antitrust, tassazione dei profitti esteri e licenze operative. Il potere politico non ha bisogno di ricorrere a minacce esplicite quando possiede le leve legislative per condizionare l’operatività economica di un’azienda. Il rapporto di forza si traduce così in un allineamento spontaneo e preventivo, mascherato da semplice rispetto dei termini di servizio o aggiornamento procedurale.
Questa vicenda riporta alla memoria quanto accaduto negli anni scorsi quando diversi esponenti politici vennero rimossi dalle principali piattaforme social a seguito di controversie elettorali. Anche in quel caso, gli osservatori si divisero tra chi difendeva l’autonomia delle aziende private nel far rispettare i propri regolamenti interni e chi denunziava una gestione arbitraria dello spazio pubblico digitale.
La costante che emerge da questi eventi è la capacità delle grandi piattaforme di trovare sempre una giustificazione formale, basata su termini e condizioni d’uso, per avallare decisioni prese sotto la spinta di convenienze politiche o pressioni istituzionali.
La vicenda del Lago Ontario dimostra quanto la mappa del mondo digitale non sia un mero specchio neutrale della realtà geografica, ma un terreno di confronto politico ed economico. L’autorità dell’esecutivo americano si conferma capace di condizionare i linguaggi e le mappe del quotidiano, mentre le grandi piattaforme tecnologiche riaffermano la propria natura di attori pragmatici, pronti ad adeguar le proprie regole alle priorità del potere dominante per tutelare i propri interessi commerciali.


