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Telecomunicazioni e Cloud di Stato dopo il PNRR

All’indomani della crisi pandemica, l’Europa ha creduto di poter curare le proprie asimmetrie strutturali attraverso una massiccia iniezione di liquidità a debito. L’Italia, lo sappiamo, è la principale beneficiaria del dispositivo per la ripresa e la resilienza, ha interpretato questa pioggia di miliardi non come l’occasione per una rifondazione del proprio capitalismo di Stato o per un riallineamento delle proprie capacità industriali, ma come un gigantesco tocca-e-sana di decenni di abbandono. L’epilogo era altrettanto certo.

La dottrina che ha guidato i ministeri è stata, fin dal principio, una dottrina puramente quantitativa. L’unico indicatore di successo riconosciuto dalle cabine di regia e dai comitati di monitoraggio è stato il tasso di assorbimento della spesa, l’avanzamento finanziario certificato nei fogli di calcolo inviati periodicamente a Bruxelles. Questa impostazione ha generato una colossale illusione ottica, in cui il raggiungimento formale di un obiettivo amministrativo è stato scambiato per la modernizzazione strutturale del Paese. Non è andata decisamente cosi.

Un’analisi macroeconomica lucida impone di guardare oltre la superficie dei comunicati trionfali. La spesa pubblica, per trasformarsi in ricchezza e per innescare un autentico effetto moltiplicatore sul Prodotto Interno Lordo, richiede un contesto istituzionale ricettivo e una catena del valore industriale capace di trattenere il valore estratto sul territorio nazionale. Nel caso della digitalizzazione italiana, nessuno di questi due prerequisiti era presente.

Il risultato è stato un trasferimento netto di risorse pubbliche verso l’esterno, un drenaggio di capitali statali che ha preso la via delle grandi piattaforme multinazionali, lasciando sul territorio infrastrutture incomplete, contenziosi legali infiniti e un mercato dei servizi profondamente degradato. In particolare sulle telecomunicazioni abbiamo la cartina tornasole di quanto in precedenza affermato.

E’ chiaro che da sola, l’aggiudicazione di una gara non coincide con la messa in esercizio di un’opera, né garantisce che quell’opera generi utilità marginale per il sistema economico. La fretta imposta dalle scadenze europee ha costretto le stazioni appaltanti a replicare schemi di allocazione obsoleti, privilegiando i grandi intermediari storici della fornitura pubblica e rinunciando a qualsiasi pretesa di politica industriale.

Lo Stato ha agito come un mero pagatore cieco, un distributore di risorse privo di una visione strategica d’insieme e incapace di condizionare l’erogazione dei fondi alla creazione di una filiera tecnologica autoctona o alla tutela del tessuto produttivo locale.

Il moltiplicatore delle importazioni e la colonizzazione tecnologica delle infrastrutture immateriali

Nella teoria economica classica, l’investimento pubblico in infrastrutture dovrebbe generare una reazione a catena nell’economia interna, stimolando la domanda di beni intermedi, creando occupazione qualificata e incrementando le entrate fiscali attraverso i consumi e le imposte societarie.

Questo meccanismo si inceppa brutalmente quando i beni intermedi e le tecnologie abilitanti non sono prodotti all’interno del perimetro economico nazionale o europeo, ma vengono importati da mercati oligopolistici esteri. La digitalizzazione della Pubblica Amministrazione italiana si è trasformata, nei fatti, in un gigantesco moltiplicatore delle importazioni a beneficio del comparto tecnologico statunitense e asiatico.

Prendiamo il caso emblematico della migrazione verso il Cloud della Pubblica Amministrazione e della nascita del Polo Strategico Nazionale. La retorica istituzionale ha presentato questa operazione come la nascita della cassaforte digitale del Paese, un’infrastruttura sovrana destinata a mettere in sicurezza i dati sensibili dei cittadini e delle istituzioni. Sotto il profilo formale, la governance del Polo è stata affidata a un consorzio di campioni nei settori delle telecomunicazioni, della difesa e della finanza pubblica. Sotto il profilo tecnico e industriale, tuttavia, la realtà è radicalmente diversa. L’architettura software e hardware su cui poggia l’intera impalcatura del cloud di Stato è spesso appannaggio dei grandi fornitori globali di cloud pubblico, le cosiddette Big Tech americane.

Ciò significa che per ogni euro speso dalle amministrazioni locali, dalle scuole o dalle aziende sanitarie per migrare i propri applicativi verso il cloud, una quota percentuale significativa abbandona l’economia nazionale sotto forma di canoni di licenza, costi di manutenzione del software e royalty tecnologiche non negoziabili. Questo fenomeno non si limita alla pura infrastruttura di calcolo, ma si estende a cascata su tutto l’ecosistema del software applicativo.

Le piattaforme di produttività, i sistemi di gestione dei database e gli strumenti di sicurezza informatica acquistati in massa con i voucher della transizione digitale appartengono a un ristrettissimo club di aziende estere. L’Italia si è indebitata per acquistare tecnologie di cui non detiene la proprietà intellettuale, accettando una condizione di dipendenza tecnologica ed economica permanente, in cui i futuri costi di esercizio e aggiornamento graveranno sulla spesa corrente dello Stato, senza aver generato alcuna vera esternalità positiva sul tessuto di ricerca e sviluppo interno. Tutto questo quando la ferita della sovranità europea inizia ad essere attenzionata dal pronto soccorso di Bruxelles solamente ora, a fronte di eventi geopolitici di non poco momento.

Il mercato delle telecomunicazioni e la patologia del dumping tariffario

Mentre lo Stato tentava di imporre dall’alto una digitalizzazione accelerata per via amministrativa, il mercato sottostante della connettività a banda larga e ultralarga subiva un processo di progressivo degrado industriale. Certamente il fenomeno è continentale. Tuttavia il nostro Paese ha dei particolari elementi di analisi che qui riportiamo.

La scelta storica dell’Italia di favorire una concorrenza basata esclusivamente sul prezzo, anziché sulla qualità del servizio e sulla sostenibilità degli investimenti, ha trasformato il settore delle telecomunicazioni in una terra di nessuno. Il mercato italiano della telefonia fissa e mobile è oggi caratterizzato dalle tariffe più basse d’Europa, un dato che appare essere una vittoria del consumatore, ma che gli analisti finanziari considerano il sintomo di una patologia distruttiva che ha azzerato la redditività delle imprese e compromesso la stabilità della catena del valore. Lo ripete l’AD di TIM, Pietro Labriola in ogni contesto, anche con il cappello di Presidente di ASSTEL e temo proprio che abbia ragione.

La compressione dei margini operativi ha innescato una reazione a catena perversa. Le aziende di telecomunicazioni tradizionali, schiacciate dall’onere finanziario delle aste per le frequenze e dai costi fissi di gestione delle reti, hanno visto svanire i capitali necessari per la manutenzione straordinaria e per lo sviluppo di infrastrutture di nuova generazione.

Per sopravvivere a questa guerra dei prezzi al ribasso, il settore ha assistito alla proliferazione di operatori virtuali e intermediari commerciali privi di asset strutturali, il cui unico obiettivo è l’acquisizione di quote di mercato a breve termine attraverso strategie di dumping aggressivo. Queste realtà, propongono spesso offerte commerciali insostenibili, accompagnate da pratiche di marketing molto convincente.

In questa giungla tariffaria, si è assistito alla normalizzazione di pratiche paradossali, come la proposta esplicita al cliente di rinunciare alla portabilità del proprio numero storico per attivare una nuova linea contrattuale da zero. Questa dinamica risponde esclusivamente alla necessità commerciale degli operatori e dei non-operatori attivi in mercati ancillari, di far crescere le statistiche sulle nuove attivazioni nei propri database interni, ignorando il costo sociale e la complicazione burocratica scaricata sul cittadino, il quale si trova privato della propria identità telefonica e digitale consolidata.

Ma questo è solo un esempio. La distruzione del valore nel settore ha colpito tutti gli attori coinvolti: le aziende storiche sono costrette a cedere i propri asset strategici e a tagliare la forza lavoro qualificata, lo Stato perde la possibilità di contare su operatori nazionali solidi in grado di fare politica industriale, e i cittadini si trovano di fronte a un servizio clienti disintegrato e a reti strutturalmente instabili.

L’ingegneria del finto 5G non stand alone

Il divario tra la propaganda e la realtà trova la sua massima espressione nella gestione della rete mobile di quinta generazione. Per anni, molti hanno celebrato il primato italiano nella copertura 5G, diffondendo dati statistici che parlavano del raggiungimento di oltre il novantacinque percento della popolazione nazionale. Questa affermazione costituisce una leggera distorsione della verità tecnica, ottenuta sovrapponendo sotto la stessa etichetta commerciale soluzioni tecnologiche profondamente diverse tra loro, al solo scopo di esibire progressi formali nei confronti dei parametri comunitari. Parametri che continuano a cambiare anno dopo anno. Da Ultra Broadband, a Reti ad Altissima Capacità VHCN. Oggi si parla di Reti Gigabit. Il prossimo Digital Networks Act europeo si candida a stravolgere l’intero assetto regolatorio, dopo pochi anni, in maniera profondissima e incerta.

La stragrande maggioranza della copertura celebrata dai canali istituzionali si basa sulle tecnologie di condivisione dinamica dello spettro e sul modello non-standalone. In termini tecnici, queste soluzioni non rappresentano una nuova rete indipendente, ma un’estensione dell’infrastruttura 4G esistente.

Lo smartphone del cittadino mostra l’icona del 5G sullo schermo, ma il transito dei dati e la gestione del segnale avvengono ancora attraverso la vecchia core network. Le prestazioni reali di questa configurazione, in termini di latenza e capacità di trasmissione, sono stimate dagli ingegneri delle telecomunicazioni come un’evoluzione marginale della vecchia rete, una sorta di quarta generazione avanzata che non possiede nessuna delle caratteristiche rivoluzionarie promesse dal vero 5G.

Il vero salto tecnologico, rappresentato dal modello standalone, prevede un’infrastruttura nativa e indipendente, l’unica in grado di abbattere la latenza sotto la soglia dei cinque millisecondi e di consentire la connessione simultanea di milioni di dispositivi per chilometro quadrato, sbloccando le applicazioni industriali dell’Internet delle cose, della robotica applicata e della telemedicina.

La copertura effettiva di questa rete nativa in Italia supera di poco il dieci percento della popolazione ed è concentrata quasi esclusivamente nei nuclei urbani principali e in ristretti distretti industriali. La grande stampa nazionale ha accettato acriticamente i comunicati governativi senza esercitare alcuna funzione di verifica o di giornalismo d’inchiesta tecnologico, in parte per la complessità strutturale della materia, in parte per non disturbare i grandi inserzionisti pubblicitari del comparto telefonico, impegnati a commercializzare abbonamenti basati su una tecnologia che, nei fatti, resta un’incompiuta.

L’annoso problema delle aree bianche: infrastrutture incomplete e ritardi cronici

Il mancato obiettivo della pianificazione pubblica emerge in tutta la sua gravità nelle aree bianche del Paese, ovvero in quelle zone periferiche, montane o rurali dove il mercato è strutturalmente fallimentare e lo Stato è dovuto intervenire direttamente finanziando la posa della fibra ottica.

Il Piano Banda Ultra Larga, gestito attraverso la concessionaria pubblica Infratel, avrebbe dovuto sanare il divario digitale tra le metropoli e la provincia italiana. Al contrario, si è trasformato in un labirinto di ritardi burocratici, errori di progettazione e cantieri fantasma che hanno lasciato intere comunità in una condizione di isolamento tecnologico persistente, nonostante i fondi stanziati siano stati ampiamente erogati insieme anche a ulteriori stanziamenti per extracosti milionari.

Il vulnus originario risiede nell’utilizzo di database catastali e anagrafici incerti, difficoltà operative, costi in crescita, difficotà autorizzative e tanto altro. E’ noto il merccanismo che ha generato la paralisi dell’ultimo miglio. I KO tecnici. Le mancate attivazioni. Il mancato take up della fibra.

Quando il cittadino tenta di attivare un abbonamento con un operatore di mercato, la richiesta viene respinta con una formula tecnica di mancata attivabilità. Tra il punto terminale della rete pubblica sulla strada e l’ingresso effettivo della proprietà privata mancano le opere civili di collegamento, i pozzetti di derivazione e i cablaggi verticali. Poiché i bandi pubblici consideravano concluso il lavoro con il completamento dell’infrastruttura dorsale, l’onere finanziario e burocratico dell’ultimo collegamento è stato lasciato in un limbo operativo che nessuno vuole risolvere.

Le abitazioni rimangono sconnesse nella realtà ma connesse nei documenti, e non c’è modo di sbloccare i contratti.

Inefficacia degli aiuti di Stato e dei controlli

L’assenza di un collegamento effettivo tra i fondi spesi e i servizi erogati non è il frutto di una sfortunata concatenazione di eventi tecnici, ma la conseguenza diretta dell’inefficacia di controllo e di verifica ispettiva.

La Corte dei Conti ha ripetutamente evidenziato l’anomalia di un sistema di appalti pubblici in cui i pagamenti a stato di avanzamento dei lavori venivano liquidati in assenza di verifiche essenziali sul campo. Questa prassi ha azzerato l’efficacia deterrente delle penali contrattuali, probabilmente mai riscosse. Lo Stato non solo ha pagato per un intervento approssimato, ma si ritrova oggi proprietario di una rete infrastrutturale disarmonica, di cui spesso non conosce lo stato reale di efficienza e la cui gestione richiederà ulteriori investimenti pubblici per sanare quanto è stato lasciato indietro.

Una spaventosa conflittualità permanente: il collasso regolatorio e giudiziario

L’effetto collaterale di una transizione tecnologica gestita senza una chiara regia strategica è l’insorgere di una spaventosa conflittualità permanente che paralizza l’intero sistema settoriale.

Il comparto della transizione digitale in Italia è oggi un immenso campo di battaglia legale, in cui tutti gli attori istituzionali, industriali e commerciali sono impegnati in una guerra di logoramento giudiziario che consuma risorse finanziarie e blocca qualsiasi possibilità di evoluzione costruttiva. I tribunali amministrativi regionali e le autorità di regolazione sono costantemente intasati da ricorsi incrociati che testimoniano il collasso delle regole del gioco.

I grandi operatori storici promuovono azioni legali contro i listini all’ingrosso e contro gli accordi tra operatori retail e wholesale. C’è litigation sul business delle Torri. Incertezza sul futuro dello spettro 5G. E gli investimenti languono.

Questo livello di conflittualità è il risultato diretto di un mercato disordinato che ha stratificato norme contraddittorie, deroghe procedurali e sovrapposizioni di competenze. Ogni tentativo di semplificazione amministrativa ha prodotto un ulteriore livello di complessità, offrendo agli uffici legali delle grandi aziende lo spazio normativo per rimandare le decisioni strategiche in attesa del pronunciamento di un giudice, i capitali privati fuggono verso mercati più stabili e prevedibili, e lo Stato assiste impotente al naufragio dei propri piani industriali, intrappolato in un sistema di veti incrociati che esso stesso ha contribuito a creare.

Lo Stato Italiano che partecipa sia in Open Fiber che in Fibercop seppur con due vesti diverse, ha un grande compito oggi di riportare ordine dove manca.

La distruzione del valore azionario e la crisi strutturale

La giungla competitiva e il caos normativo che caratterizzano il mercato italiano hanno prodotto conseguenze devastanti sulla stabilità finanziaria e sulla capitalizzazione degli operatori storici delle telecomunicazioni. Quello che un tempo era uno dei settori industriali più floridi e strategici del capitalismo italiano ha vissuto un decennio di progressiva distruzione del valore, trasformando aziende in strutture pesantemente indebitate, costrette a piani di ristrutturazione permanenti, licenziamenti e cessioni drammatiche dei propri asset fondamentali per evitare il collasso finanziario.

La borsa valori di Milano riflette fedelmente questa crisi strutturale. I titoli delle principali compagnie di telecomunicazione hanno perso quote consistenti del proprio valore storico, diventando oggetto di speculazioni internazionali e subendo una perdita di attrattività cronica nei confronti dei grandi fondi di investimento istituzionali.

La compressione dei ricavi causata dalla guerra delle tariffe ha reso impossibile remunerare il capitale azionario e ha ridotto i flussi di cassa operativi a livelli tali da non poter coprire nemmeno gli investimenti minimi richiesti dal ciclo di obsolescenza delle tecnologie di rete. Il caso della separazione della rete infrastrutturale dall’attività di vendita dei servizi, operata dal principale operatore del Paese, rappresenta l’atto finale di questo processo di disintegrazione industriale. Lo scorporo della rete, presentato dalla politica come un’operazione di semplificazione del mercato, è nei fatti la certificazione dell’impossibilità per un’azienda integrata di sopravvivere nel mercato italiano mantenendo contemporaneamente la proprietà della rete e la gestione dei clienti.

La perdita di solidità finanziaria dei campioni nazionali priva il Paese dello strumento principale attraverso cui attuare una vera autonomia strategica digitale. Senza aziende forti in grado di competere a livello europeo, l’Italia diventa un puro mercato di sbocco per le tecnologie altrui, un territorio di conquista per i fondi di investimento speculativi esteri che acquistano le infrastrutture a prezzi di saldo con l’unico obiettivo di estrarre valore a breve termine, senza alcun impegno nei confronti dello sviluppo sociale ed economico delle comunità locali.

Il fallimento della transizione digitale

Quando la parabola dei finanziamenti straordinari giungerà alla sua conclusione formale, il bilancio della transizione digitale italiana rimarrà come un monito severo per le classi dirigenti future e per la teoria delle politiche pubbliche.

L’esperienza di questi anni ha dimostrato in modo inequivocabile che la disponibilità di enormi risorse finanziarie non costituisce, di per sé, una condizione sufficiente per determinare il progresso tecnologico e strutturale di una nazione. I soldi non bastano se manca una chiara intelligenza direttiva, se la macchina amministrativa dello Stato è incapace di agire come un regolatore rigoroso e un committente consapevole, e se il mercato viene lasciato in una condizione di competizione selvaggia che premia la speculazione a breve termine a scapito degli investimenti infrastrutturali di lungo periodo.

L’Italia si ritrova con un’infrastruttura digitale a macchia di leopardo, in cui le statistiche ufficiali descrivono un Paese moderno che non trova riscontro nell’esperienza quotidiana di milioni di cittadini e imprese. Il divario tra il centro e la periferia, anziché ridursi, si è articolato in forme nuove e più insidiose, sostituendo all’isolamento geografico un isolamento digitale che esclude interi territori dai circuiti della produttività e dell’innovazione. La dipendenza tecnologica dall’esterno è uscita rafforzata da questa stagione di investimenti, avendo consolidato il monopolio delle grandi piattaforme multinazionali sulla gestione dei dati pubblici e sui sistemi applicativi dello Stato.

Solo attraverso una rigorosa politica industriale, che sappia coniugare l’investimento infrastrutturale con la tutela della filiera produttiva locale e lo sviluppo delle competenze diffuse della popolazione, sarà possibile trasformare la tecnologia da uno strumento di colonizzazione economica a un motore autentico di emancipazione, crescita e democrazia per il Paese.