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Data center in Italia: il caso Magenta tra boom digitale, energia e impatto ambientale in Lombardia

Il boom dei data center in Italia non accenna a fermarsi e con il progetto “hyperscale” nell’ex area Novaceta di Magenta emerge il primo vero caso studio di una tensione crescente tra lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale e la tenuta dei territori. Con un investimento di 2,5 miliardi di euro, il sito prevede una potenza di 300 MW e un’estensione complessiva di 450.000 mq, arrivando ad assorbire un carico elettrico pari al 40% dell’intera città di Milano. Tuttavia, a fronte di questa mole infrastrutturale, il ritorno occupazionale appare minimo, limitato a circa 130 specialisti, al netto delle maestranze per costruire il complesso edilizio che sta alimentando critiche sulla mancata destinazione dell’area a scopi sociali o residenziali in una zona strategica per i trasporti. Lo sapevamo che l’impatto dei centri dati è enorme in termini di consumo del suolo, dell’acqua e dei territori che si trovano ad ospitare le nuove mega infrastrutture, spesso di operatori extra europei in Italia.

L’impatto ecologico è il cuore del dibattito: le 1,6 milioni di tonnellate di CO2 emesse annualmente non trovano alcun reale bilanciamento nelle compensazioni forestali previste, mentre il massiccio prelievo di “acqua blu” per il raffreddamento dei server minaccia le riserve idriche locali. Nonostante la Lombardia sia la prima regione italiana a dotarsi di una legge specifica per favorire il recupero di aree dismesse, le opposizioni e le associazioni ambientaliste denunciano una normativa troppo permissiva, che non obbligherebbe al recupero del calore residuo né all’uso esclusivo di energie rinnovabili.

Il fenomeno non è isolato: in Italia le richieste di connessione per nuovi data center hanno superato i 66 GW, di cui oltre la metà concentrati in territorio lombardo. In assenza di una governance nazionale che coordini questa “corsa all’oro” digitale, il rischio è una trasformazione irreversibile del suolo e una pressione insostenibile sulle infrastrutture energetiche, dove il beneficio economico delle multinazionali tecnologiche rischia di procedere a scapito della tutela ambientale e delle reali necessità delle comunità locali. Principalmente è proprio con le comunità locali che si deve trovare un accordo iniziale, atteso che per questioni nazionali legate principalmente al fattore elettrico toccherà al Governo porvi rimedio.

Il progetto specifico di data center a Magenta (Parco del Ticino) fa da apri pista

Partiamo proprio da questo, la costruzione di un enorme data center da 300 MW (5 edifici di 9 piani, ~27 metri di altezza) su 130.000 mq nell’ex area industriale Novaceta. Consumo elettrico pari al 40% dell’intero assorbimento della città di Milano. Investimento da 2,5 miliardi di euro gestito da Namira SGR. Acquisizione di un secondo lotto (ex Saffa) per altri 250.000 mq, con totale gestito da Namira di 450.000 mq a Magenta. E’ chiaramente un investimento strategico superiore al miliardo, in questa ottica si devono valutare tutti gli elementi di contesto necessari all’inquadramento della fattispecie. E’ vero che il progetto trasforma un’area industriale storica in un polo tecnologico “hyperscale”, tra i più grandi d’Europa. La scelta di Magenta è strategica per la vicinanza alla rete in fibra ottica di Milano, ma le dimensioni (quasi mezzo milione di metri quadri) cambiano radicalmente lo skyline e la destinazione d’uso del territorio. Questo avrà certamente un impatto per le comunità locali. Come del resto non stupisce gli addetti ai lavori il dato sul consumo energetico che per altri è impressionante: un singolo sito industriale che assorbe quasi quanto metà Milano solleva seri dubbi sulla priorità d’uso delle risorse energetiche nazionali e sulla capacità della rete locale di reggere un simile carico senza disservizi per i cittadini. Per l’Italia la sfida è accogliere le nuove infrastrutture avendo contezza della necessità di distribuire la capacità di calcolo su tutto il territorio nazionale per far crescere opportunità anche in altre regioni, ad esempio al Sud piuttosto che l’ennesimo progetto in Piemonte o in Lombardia.

Impatto ambientale dei nuovi giganti dei dati

Si stimano emissioni annue in 1,6 milioni di tonnellate di CO2, una probabile assenza di rete di teleriscaldamento per recuperare il calore prodotto. Consumo idrico elevato per il raffreddamento dei server (milioni di litri al giorno di “acqua blu”). Creazione di isole di calore e distruzione di patrimonio industriale storico (ciminiere, edificio Liberty). Sono dati non a caso. Si dovrebbe pensare a mitigare l’impatto con ogni modalità possibile e non c’è tempo da perdere. Pensare a nuovi alberi è solo una piccolissima porzione rispetto a quanto c’è da fare. Questo perchè i data center sono macchine termiche: trasformano elettricità in calore per poter operare ne sviluppano quantità considerevoli. Senza un sistema di teleriscaldamento, questo calore viene disperso nell’ambiente, surriscaldando l’aria locale. Inoltre, il raffreddamento richiede prelievi massicci di acqua di falda o potabile, definita “acqua blu”. Anche questo è un tema ambientale di non poco momento. Lo squilibrio tra le emissioni prodotte e quelle compensate solitamente è un dato che rende evidente che la piantumazione di alberi è un’operazione puramente simbolica (a volte di “greenwashing”), incapace di mitigare l’impatto climatico reale del sito. Non possimo esserci dimenticati che la double transition è tecnologica ma anche ambientale. La sostenibilità oggi non sembra un argomento di moda, si è cercato anzi di reprimerla ad un capriccio della politica europea. Mentre è dimostrato l’opposto, ovvero che le aziende che la praticano ne hanno grandi benefici.

Impatto sociale, occupazionale e urbanistico

In molte circostanze è emerso il dato che i nuovi data center possono aprire migliaia di nuovi posti di lavoro. In molti però hanno chiarito che si tratta di un dato poco credibile. Se un solo data center è in grado di aprire a 130 posti di lavoro specializzati a regime, resta da capire dove arriveranno le nuove opportunità promesse dall’apertura a suon battuto di nuovi centri dati. Si consideri inoltre che gli oneri di mitigazione per il Comune che ospita investimenti miliardari si riduce a pochi milioni di euro. Anche da questo nascono critiche per la mancata valutazione di alternative (social housing, studentati). E allora è certo che nonostante l’investimento miliardario, l’automazione dei data center richiede pochissimo personale umano una volta terminata la costruzione. Si tratta di infrastrutture smart che non si guastano facilmente e spesso sono gestibili da remoto, occorrendo personale di guardiania e poco personale tecnico. Si rischia di creare una serie di zone isolate che non interagiscono con la città. Dunque l’impatto sociale è alto, quello urbanistico un’opportunità da cogliere bene, e quello occupazionale, almeno per ora resta minimo.

Il Boom nazionale dei data center (spinto dall’IA): Piemonte e Lombardia in testa

Ci sono già oltre 66 GW di richieste di connessione in Italia (80% al Nord, quasi 20 GW solo nel Milanese). Solo 2-3 GW probabilmente realizzati nei prossimi 5 anni. 209 data center esistenti (73 in provincia di Milano). Consumo elettrico nazionale 2024: ~3,9 TWh, previsto raddoppio entro 2026. Chiaramente l’ascesa dell’Intelligenza Artificiale richiede potenze di calcolo enormi. L’Italia è diventata un hub attrattivo per la sua posizione nel Mediterraneo. Tuttavia, le richieste di energia superano di gran lunga la capacità di allacciamento reale della rete Terna. Non è chiaro esattamente cosa il Governo intenda fare per porvi rimedio. Già adesso, l’enorme divario tra le richieste (66 GW) e le realizzazioni previste (2-3 GW) suggerisce una sorta di “corsa all’oro” o bolla speculativa, dove le aziende prenotano energia che la rete non può ancora fornire, bloccando potenzialmente altri investimenti industriali. Per l’Italia è una scommessa difficile da vincere, forse per questo tanti progetti annunciati sono ancora fermi al palo.

Il ruolo della Lombardia come capofila normativo: la legge lombarda sfida i colossi Cloud

La Lombardia è la prima Regione in Italia a regolamentare la costruzione dei data center, approvando una legge che ne disincentiva la realizzazione nelle aree verdi attraverso un forte inasprimento dei costi. Il consiglio regionale ha stabilito un aumento degli oneri di costruzione pari al 100% in più nelle aree agricole e al 200% nei parchi, cifre nettamente superiori rispetto alle prime ipotesi che prevedevano rincari più contenuti. L’obiettivo della norma, votata dopo un lungo dibattito e con una parziale astensione del centrosinistra, non è bloccare gli investimenti ma frenare la corsa all’acquisto speculativo di terreni privi di progetti chiari.

Non stupisce che la Lombardia è la più coinvolta (oltre la metà delle richieste nazionali: 34,4 GW). 14 progetti già autorizzati per 1,53 GW (inclusi Bertonico 500 MW, Magenta 240 MW, Bollate 180 MW). La necessità di un intervento immediato nasce dal fatto che la Lombardia concentra il 63% delle richieste di autorizzazione nazionali e circa la metà dei 22 miliardi di investimenti previsti in tutta Italia nei prossimi cinque anni, attirando colossi come Amazon, Aruba, Eni e Stack Emea. Solo nell’hinterland milanese si contano 33 strutture attive, 10 in costruzione e 23 in fase di valutazione, a cui si aggiungono diversi altri progetti nelle restanti province lombarde.

I data center servono di più dove l’economia pulsa forte. La Lombardia è il cuore digitale d’Italia grazie alle infrastrutture preesistenti, è anche il cuore economico di tutta la penisola. La Regione ha tentato di darsi delle regole per gestire l’assalto degli sviluppatori, cercando di bilanciare le entrate economiche con la protezione del territorio. Come al solito i veicoli normativi sono presi d’assalto dalle lobby. La concentrazione di questi “giganti energetici” in poche province lombarde crea una pressione infrastrutturale senza precedenti, trasformando il territorio da produttivo/manifatturiero a un enorme “magazzino dati” a servizio di multinazionali estere.

Si va ora verso una piena vigenza della legge regionale lombarda che favorisce insediamenti su aree dismesse o contaminate. Oneri più alti per consumo di suolo agricolo. Incentivi per rinnovabili e recupero calore. Critiche di opposizione (M5S), Legambiente, CGIL: non ferma il consumo di suolo, non obbliga al 100% rinnovabili, non affronta adeguatamente acqua ed energia; vista come favorevole alle lobby. E’ un braccio di ferro tra investitori e politici locali dove il Governo sembra non voler ancora intervenire direttamente. La legge mira a dirottare i data center su ex fabbriche abbandonate per non mangiare campi agricoli. Prevede premialità per chi usa energia pulita o riutilizza il calore per scaldare le case vicine. E’ chiaro l’interesse sociale a dare vita a esternalità positive per il territorio. La legge è vista dai critici come “troppo morbida”: senza obblighi stringenti (come il 100% di energia rinnovabile certificata), il rischio è che diventi una corsia preferenziale per i grandi investitori, lasciando alle comunità locali i costi ambientali e alle aziende i profitti digitali. Sono due campane che dovranno trovare un comune accordo. Serve una “regia” statale che decida se il territorio lombardo, da solo, debba diventare la server-farm d’Europa. Senza una governance chiara, il rischio è che la transizione digitale avvenga a scapito della transizione ecologica, invece di procedere di pari passo.

Per coniugare lo sviluppo economico e la transizione verso l’intelligenza artificiale con la tutela ambientale, la legge azzera gli oneri aggiuntivi e introduce semplificazioni burocratiche per i data center che scelgono di insediarsi nelle ex aree industriali dismesse. Anche sul fronte dei consumi energetici la Regione punta a fare selezione: a fronte di richieste teoriche per 15 Gigawatt sul territorio, l’assessorato stima di autorizzare solo i progetti più concreti per un massimo di 2 Gigawatt, istituendo una cabina di regia con Terna per mappare la reale disponibilità di energia nei vari siti. Nonostante l’approvazione, l’opposizione ha comunque evidenziato come la norma sia solo un primo passo e soffra della mancanza di vincoli nazionali più stringenti sulla tutela del suolo.

Ecco come il ritardo su Data Center e infrastrutture pesa nell’industria italiana

La complessa rete della sovranità digitale e geopolitica industriale europea si manifesta con forza nel settore automobilistico, dove le fragilità strutturali del comparto si intrecciano con la dipendenza dai mercati esteri. Un esempio emblematico di questa crisi emerge nell’analisi che si interroga se Stellantis cede Cassino ai cinesi? Le vere cause del declino dell’automotive italiano, un’indagine che, partendo dalle trattative per lo stabilimento laziale con il gruppo Dongfeng, evidenzia gli errori strategici delle élite, la finanziarizzazione e la mancanza di una vera politica industriale di fronte alla concorrenza asimmetrica di Pechino. Questa debolezza non è solo manifatturiera, ma soprattutto tecnologica; l’Europa rischia infatti di difendere la produzione fisica cedendo però il controllo strategico del software, come spiegato dettagliatamente nel focus su Il miraggio del “Made in EU” e la resa digitale dell’automotive europea. Il caso Stellantis Microsoft spiegato bene, in cui l’accordo di migrazione sui cloud americani viene visto come una vera e propria consegna del “cervello” dei veicoli oltreoceano, malgrado le tutele di facciata delle normative comunitarie.

Per un’indagine approfondita leggi l’analisi di RegTech News con focus italiano.

Il rischio di una subalternità tecnologica nel settore dei trasporti si estende anche alle strade del futuro, uno scenario sollevato dal campanello d’allarme secondo cui le auto a guida autonoma Waymo pronte ad invadere il vecchio continente. L’imminente arrivo dei robotaxi americani e cinesi mette a nudo i ritardi europei negli investimenti e nella regolamentazione, ponendo seri problemi di sicurezza nazionale, gestione dei dati e privacy che potrebbero essere affrontati solo finanziando campioni industriali europei integrati con i trasporti pubblici.

Fortunatamente, di fronte a questa tendenza alla dipendenza, non mancano segnali di riscatto e infrastrutture d’eccellenza che dimostrano la capacità del continente di reagire. È il caso dell’ambizioso progetto che vede Il tecnopolo di Bologna cuore della prima “AI Factory”, dove la nascita dell’infrastruttura IT4LIA gestita da Cineca rappresenta il più grande centro di calcolo per l’intelligenza artificiale in Europa. Si tratta di un pilastro fondamentale per colmare il divario computazionale con Stati Uniti e Cina, offrendo una reale alternativa sovrana agli hyperscaler americani e dimostrando che l’Europa ha le competenze e lo spazio per rivendicare la propria autonomia digitale.

In arrivo le norme europee sui Data Center

La Commissione europea sta preparando un pacchetto sull’efficienza energetica dei data center, la cui adozione è prevista per il 3 giugno insieme a una tabella di marcia per la digitalizzazione e l’intelligenza artificiale nel settore energetico. L’obiettivo è responsabilizzare gli operatori introducendo un sistema di valutazione, un’analisi dei dati già trasmessi in base alle direttive UE e la definizione di precisi standard di efficienza.

Secondo gli esperti legali, il pacchetto UE introdurrà requisiti minimi obbligatori sia per le nuove strutture sia per quelle esistenti entro il 2027, basati su specifici parametri di consumo elettrico e idrico (PUE e WUE) che diventeranno vincolanti dal 2030. Dal 2027 verrà inoltre introdotta una classificazione a livello europeo che assegnerà una vera e propria “etichetta di efficienza energetica” basata su indicatori come la quota di energia verde, le tecnologie di raffreddamento e il recupero del calore di scarto.

Il rischio maggiore che si intravede è che le grandi aziende hyperscalari espandano i propri impianti all’infinito mantenendo stabili o riducendo i valori medi dichiarati, finendo così per nascondere il reale e massiccio impatto dei grandi data center sulle risorse idriche ed energetiche locali e globali. Un gruppo di legislatori europei sta esercitando forti pressioni sulla Commissione europea affinché garantisca la trasparenza e renda pubblici i dati sull’impatto ambientale dei data center, accusando l’esecutivo UE di aver “copiato e incollato” un testo normativo suggerito da Microsoft. La denuncia si basa su un’indagine condotta da Corporate Europe Observatory e AlgorithmWatch, che rivela come la bozza del prossimo regolamento includa un testo pressoché identico a quello proposto dal colosso tecnologico statunitense e dal gruppo di pressione DigitalEurope.

Diverse ONG e organizzazioni ambientaliste hanno messo in forte dubbio il contributo positivo dell’intelligenza artificiale alla protezione del clima, dimostrando attraverso uno studio che le rassicurazioni delle aziende tecnologiche sono in gran parte infondate. Secondo l’analisi, i reali benefici ambientali sbandierati da colossi come Google o Microsoft si limitano quasi esclusivamente alle applicazioni di intelligenza artificiale “convenzionali”. Al contrario, l’attuale boom e la conseguente espansione massiccia dei data center sono trainati dall’IA “generativa” per gli utenti finali, come ChatGPT, Copilot o Gemini; questi sistemi non offrono alcun risvolto ecologico positivo e, come sottolineato da Julian Bothe di AlgorithmWatch, consumano enormi quantità di acqua ed elettricità, generando emissioni di CO2 pari a quelle di interi Paesi.