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Bruxelles stringe la morsa sul Cloud: Amazon e Microsoft come Gatekeeper DMA

La Commissione Europea ha inferto un fendente potenzialmente decisivo alla struttura competitiva del mercato tecnologico continentale. Con una comunicazione ufficiale inviata ad Amazon e Microsoft, l’esecutivo UE ha formalizzato il proprio orientamento preliminare secondo cui i rispettivi servizi di cloud computing, Amazon Web Services (AWS) e Microsoft Azure, devono essere designati come “gatekeeper” (controllori dell’accesso) ai sensi del Digital Markets Act (DMA). La decisione segna una svolta dottrinale di prima grandezza, perchè per la prima volta l’Antitrust comunitario prescinde dal mero superamento delle soglie quantitative di fatturato o utenti, attivando i poteri di designazione su base strettamente qualitativa.

I due colossi di Seattle e Redmond, già sottoposti ai rigori del DMA per altri segmenti dei loro imperi digitali, vedono così estendersi lo scrutinio regolatorio sul nucleo nevralgico della transizione economica europea. Il cloud, infatti, non rappresenta più una semplice esternalizzazione infrastrutturale, bensì la spina dorsale su cui poggiano l’industria, la finanza, la pubblica amministrazione e, non da ultimo, lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale.

OLTRE LE SOGLIE QUANTITATIVE: IL CRITERIO DELLA DIPENDENZA E DEL LOCK-IN

Il dato politicamente e giuridicamente più rilevante risiede nella scelta della Commissione di esercitare i poteri previsti dagli articoli del DMA che consentono la designazione anche in assenza dei parametri numerici standard. AWS e Azure, pur non intercettando i tetti quantitativi automatici stabiliti dal regolamento per il cloud, sono stati definiti come “un’importante porta d’accesso tra le imprese e i loro clienti nell’Unione Europea”.

La Commissione ha riscontrato che la capacità operativa e i volumi d’investimento accumulati dai due operatori hanno scavato un solco incolmabile rispetto ai concorrenti continentali. La base clienti, strutturata su contratti pluriennali e sistemi proprietari, beneficia di massicci “effetti di lock-in” (coercizione tecnologica) e di costi di migrazione (switching costs) talmente elevati da paralizzare la mobilità della domanda. Si configura, secondo i tecnici di Bruxelles, una posizione consolidata e durevole che altera la contendibilità del mercato interno.

L’indagine, supportata operativamente da un team investigativo congiunto con l’Autorità Olandese per i Consumatori e i Mercati (ACM), evidenzia come la struttura dei mercati cloud tenda strutturalmente a monopoli o duopoli di fatto. Una volta integrata l’architettura AWS o Azure nei flussi aziendali, il trasferimento di petabyte di dati verso un altro provider comporta rischi di business e barriere economiche insostenibili per le imprese utenti.

L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE COME ACCELERATORE DEL MONOPOLIO

Un capitolo inedito e centrale della contestazione riguarda il portafoglio di strumenti e le partnership strategiche nel campo dell’Intelligenza Artificiale (AI). Bruxelles rileva come l’esplosione della domanda di servizi legati all’AI stia agendo da acceleratore della concentrazione di mercato, anziché da catalizzatore di nuova concorrenza. Amazon e Microsoft starebbero trattenendo all’interno dei rispettivi ecosistemi la quasi totalità di questo surplus di domanda, verticalizzando l’accesso alle risorse computazionali necessarie per addestrare ed eseguire i modelli linguistici di ultima generazione.

Le dichiarazioni dei vertici dell’Esecutivo comunitario riflettono la gravità della posta in gioco geopolitica ed economica. Teresa Ribera, Vicepresidente esecutiva per la Transizione pulita, giusta e competitiva, ha sottolineato l’assoluta pervasività di tali infrastrutture:

«In Europa dipendiamo sempre più dai servizi di cloud computing. Dai consumatori alle imprese, grandi e piccole, fino alle pubbliche amministrazioni. L’importance di questi servizi è destinata a crescere, ed è per questo che è essenziale garantire un mercato ben funzionante e competitivo, nonché una parità di condizioni per tutti i fornitori di servizi cloud. Ciò contribuirà a garantire l’accesso a servizi cloud sicuri, sostenibili e interoperabili in Europa.»

«Oggi esprimiamo il parere preliminare che i rispettivi servizi cloud di Amazon e Microsoft, AWS e Azure, debbano rientrare nel DMA. Nel rispetto dei loro diritti di difesa e dello Stato di diritto, Amazon e Microsoft hanno ora l’opportunità di rispondere prima che vengano prese decisioni finali.»

— Teresa Ribera, Vicepresidente Esecutiva UE

A farle eco, ponendo l’accento sulla dimensione della sicurezza continentale e l’autonomia strategica, è Henna Virkkunen, Vicepresidente esecutiva per la Sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia, la quale ha tracciato una fotografia nitida dello status quo industriale europeo:

«I servizi cloud sono diventati una pietra angolare dell’economia europea — e un prerequisito per l’IA — con oltre la metà delle imprese dell’UE che oggi si affida ad essi, combinata con investimenti record nelle infrastrutture di cloud pubblico. Dato il loro ruolo centrale nel futuro digitale dell’Europa, questi servizi devono operare in mercati equi, aperti e competitivi che favoriscano la fiducia e garantiscano la sovranità tecnologica dell’Europa.»

— Henna Virkkunen, Vicepresidente Esecutiva UE

LE PROSPETTIVE DEL PROCEDIMENTO E I DIRITTI DI DIFESA

È opportuno rimarcare che i rilievi formulati dalla Commissione si configurano al momento come risultanze preliminari e non pregiudicano l’esito finale dei tre procedimenti ispettivi paralleli avviati il 18 novembre 2025. Amazon e Microsoft dispongono ora della facoltà di esercitare appieno i propri diritti di difesa, accedendo agli atti del fascicolo istruttorio e presentando controdeduzioni scritte.

Qualora lo scenario delineato venisse confermato, la Commissione adotterà le decisioni formali di designazione. Da quel momento, le due Big Tech statunitensi disporranno di un’esigua finestra temporale di sei mesi per adeguare i propri modelli operativi agli stringenti obblighi imposti dal DMA. La transizione verso l’interoperabilità forzata e il divieto di pratiche di auto-preferenza (self-preferencing) potrebbe ridefinire radicalmente i confini del mercato digitale europeo.