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La definizione di sovranità digitale per Francia e Germania dopo il Sovereignty package europeo

Durante l’evento Vivatech a Parigi, il Ministro per il Digitale Karsten Wildberger ha presentato un framework franco-tedesco basato su sei dimensioni fondamentali della sovranità: Assertività, Capacità di sviluppo tecnologico, Creazione di valore economico, Protezione dei dati sensibili, Sostituibilità/Interoperabilità e Resilienza delle infrastrutture.

Viene proposta nel corso del vertice una nuova definizione di sovranità digitale:

“La capacità di sviluppare, implementare, utilizzare, adattare e controllare le tecnologie digitali, compreso l’hardware, in modo indipendente, autodeterminato e sicuro, al fine di rafforzare la capacità di agire in modo indipendente e di avere l’autorità decisionale finale in merito ai propri processi e attività.”

Il catalizzatore di questa accelerazione bilaterale è stato il divieto statunitense su alcuni modelli di intelligenza artificiale, una decisione che ha reso visibili le dipendenze europee da un giorno all’altro. Tuttavia, anche in questo schema più rigoroso, si insinua il rischio della mistificazione. Il concetto di “open source”, ad esempio, viene promosso come strumento di trasparenza ma vincolato all’integrazione con “tecnologie proprietarie affidabili”, ovvero i sistemi degli stessi attori dominanti che si vorrebbero arginare. Si tenta di dare un orientamento legislativo al blocco UE mentre sul palco si alternano figure come Jeff Bezos e la vicepresidente della Commissione Henna Virkkunen, in un cortocircuito tra ambizione di indipendenza e realtà del mercato.

La sovranità digitale è emersa prepotentemente come il nuovo perimetro entro cui si definiscono i rapporti di forza geopolitici globali, trasformando l’infrastruttura tecnologica nel terreno primario per l’autodeterminazione degli Stati. In questo scenario, la Dichiarazione di Berlino del 18 novembre 2025, co-presieduta dal Cancelliere tedesco Friedrich Merz e dal Presidente francese Emmanuel Macron, con la partecipazione di figure chiave come il sottosegretario italiano Alessio Butti, avrebbe dovuto rappresentare lo spartiacque per il futuro del Mercato Unico.

Tuttavia, l’analisi di questa “realpolitik digitale” rivela un’architettura profondamente ambigua. Ci troviamo di fronte a una strategia “gattopardesca” dove la solennità dei proclami serve a mascherare l’immobilismo dei rapporti di forza. L’incapacità dei ventisette Stati Membri di convergere su standard tecnici condivisi, primo fra tutti lo schema di cybersicurezza cloud EUCS, ha finito per esacerbare la frammentazione normativa, offrendo agli hyperscaler americani il fianco ideale per applicare il principio del divide et impera. L’approccio europeo appare paradossale, pretendere di raggiungere l’autonomia senza scalfire le dipendenze esistenti è come tentare di mettersi a dieta ingurgitando cinquemila calorie al giorno, illudendosi che basti aggiungere del dolcificante nel caffè per invertire la rotta.

Sovranità Digitale europea tra retorica e dipendenza

Il cuore di questa impasse risiede in quello che possiamo definire un “cerchiobottismo” strategico, un esercizio di equilibrismo politico volto a bilanciare l’apertura ai giganti globali con la necessità di coltivare campioni industriali europei. La Dichiarazione di Berlino riflette la volontà di accontentare tanto le nazioni liberiste quanto quelle più orientate al sovranismo tecnologico, invocando contemporaneamente la promozione delle PMI europee e il ruolo strategico dei gruppi extra-UE nelle catene del valore.

Questa ambiguità linguistica, lungi dall’essere un semplice compromesso diplomatico, rende gli obiettivi finali strutturalmente irraggiungibili. In un mercato in cui le grandi aziende statunitensi detengono già una posizione dominante, cercare di integrare i loro interessi con la crescita di alternative locali senza una chiara preferenza politica significa, di fatto, cristallizzare lo status quo. La retorica dell’innovazione e della competitività diventa così un velo che copre l’incapacità di operare scelte protezionistiche mirate, lasciando i fornitori europei confinati in nicchie di mercato marginali.

Questa fragilità emerge con chiarezza analizzando la gestione dei dati sensibili, dove la protezione non è più una questione di sola privacy individuale garantita dal GDPR, ma una colonna portante della sicurezza nazionale. La distinzione proposta tra “dati sensibili” e “dati standard” rappresenta una forma di resa strategica: suggerire che solo una porzione dei flussi informativi meriti una difesa rigorosa significa ignorare deliberatamente la portata del U.S. Cloud Act. Indipendentemente dalla localizzazione fisica dei server sul suolo dell’Unione, le leggi statunitensi garantiscono alle proprie agenzie di intelligence e giudiziarie un accesso extraterritoriale che nessuna norma europea attuale può neutralizzare.

Focalizzarsi esclusivamente sui dati sensibili è l’ammissione implicita che il resto del patrimonio informativo europeo sia un costo accettabile da sacrificare sull’altare della cooperazione transatlantica. Strumenti come il Portafoglio Digitale Europeo e il principio “Once Only” sono eccellenti per fluidificare la burocrazia, ma risultano del tutto ininfluenti nel risolvere il nodo della sovranità infrastrutturale, lasciando irrisolta la domanda fondamentale: chi detiene, in ultima analisi, il controllo fisico e legale dei bit?

Il ruolo della commessa pubblica

Un’analoga mancanza di volontà politica si riscontra nell’uso della commessa pubblica come leva di politica industriale. Sebbene il procurement mirato sia teoricamente lo strumento più potente per alterare gli equilibri di mercato a favore delle soluzioni nazionali, la Dichiarazione di Berlino lo declassa a una funzione puramente residuale. L’utilizzo di locuzioni come “in ultima analisi” o “può anche includere” segnala chiaramente che l’indirizzamento degli appalti verso fornitori UE non è una priorità strategica, bensì un’opzione subordinata da esplorare solo in assenza di alternative. Questa formulazione trasforma un pilastro dell’autosufficienza tecnologica in un semplice “nice to have”. È il segnale di un’Europa che non crede abbastanza nel proprio potenziale industriale, preferendo gestire la dipendenza in modo “responsabile” piuttosto che investire nel rischio di un’autonomia critica.

Le contraddizioni della locomotiva tedesca offrono un esempio plastico di questa dicotomia tra proclami e implementazioni. Da un lato, nel marzo 2025, l’Agenzia federale BSI, sotto la presidenza di Claudia Plattner, ha formalizzato una collaborazione con Amazon Web Services (AWS) per il portale NIS2, accettando un investimento di 7,8 miliardi di euro nel “European Sovereign Cloud“.

Dall’altro lato, solo nel gennaio 2026, la stessa BSI ha stretto un accordo con il provider europeo IONOS per una Private Enterprise Cloud. Questo sfasamento temporale suggerisce che l’intesa con IONOS sia stata una mossa politica riparatoria per bilanciare il backlash derivante dalla consegna di infrastrutture critiche a un gigante americano. Sebbene il “Sovereign Cloud” di AWS prometta controlli esclusivi in Europa e personale residente, esso rimane un’architettura soggetta a giurisdizioni terze, configurandosi come una “europeizzazione di facciata”. Al contrario, l’accordo con IONOS, che permette un accesso profondo all’architettura e lo sviluppo di crittografia post-quantum, rappresenta l’unico vero parametro per una valutazione di sicurezza solida, rivelando come la vera sovranità risieda nella capacità di auditing totale dello stack tecnologico.

La sovranità digitale europea rischia di rimanere un concetto astratto se non verrà trasposta in obblighi legislativi cogenti. La Dichiarazione di Berlino, nonostante il peso politico dei suoi firmatari, è un documento non vincolante, una “dichiarazione scritta sulla sabbia” che può essere disattesa senza conseguenze giuridiche. Se l’obiettivo dichiarato non è l’autosufficienza “non realistica né desiderabile”, l’Unione Europea sta ammettendo di voler navigare in uno stato di subordinazione strutturale permanente. Senza una visione che trasformi il procurement in un’arma industriale e che affronti frontalmente il nodo dell’extraterritorialità dei dati, la sovranità digitale resterà un ideale suggestivo, destinato a sciogliersi di fronte al realismo economico e alle maree del potere tecnologico globale.